Alexandre Dumas (padre).
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Edoardo Terzo.
Parte 1.
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Traduzione di: Carlo Zanobi Cafferecci.
1857. Stamperia del Fibreno, NAPOLI.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Presentazione.
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La vicenda si snoda su due piani paralleli, come capita spesso nei romanzi di Dumas, il piano strettamente storico, relativo allinizio della Guerra dei CentAnni fra Francia ed Inghilterra, ed il piano romantico sentimentale, in cui si narrano le vicende di Edoardo terzo re dInghilterra e della donna da lui amata, Alice di Granfton, contessa di Salisbury.
Le vicende del romanzo iniziano nel settembre 1338, quando Edoardo, circondato dalla sua corte,  pronto ad impegnarsi in una guerra con Filippo sesto di Valois re di Francia, rivendicando il trono francese.
Ma seguendo la sua abilit romanzesca, Dumas alterna episodi storici  che si svolgono tra Scozia, Inghilterra, Francia e Fiandre, alle vicende di Edoardo terzo e della sua corte e la passione che gli ispira la bella Alice, gi promessa al conte di Salisbury.
Quindi assistiamo al ballo in cui Alice, danzando con il re, perde la giarrettiera, ed il re la raccoglie pronunciando la famosa frase Honi soit qui mal y pense. Se la fortuna arride al re ed al guerriero, non altrettanto fortunato  Edoardo in amore. Con linganno riesce a possedere Alice, ma non ne otterr mai il cuore, costringendola al suicidio per limpossibilit di cedere al volere del Re.
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BREVE CENNO SULL'AUTORE.
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Alexandre Dumas, spesso chiamato Alexandre Dumas padre per distinguerlo dal figlio omonimo, (Villers-Cotterts, 24 luglio 1802. Neuville-ls-Dieppe, 5 dicembre 1870)  stato uno scrittore e drammaturgo francese.
Maestro del romanzo storico e del teatro romantico,  famoso soprattutto per i capolavori Il conte di Montecristo e la trilogia dei moschettieri.
Dai suoi libri sono stati tratti numerosi adattamenti cinematografici e televisivi. Dumas fu un autore eccezionalmente prolifico e per tutta la sua carriera ottenne uno straordinario successo di pubblico, sia nel genere del dramma romantico sia in quello del romanzo storico, al quale si dedic in seguito. Le sue ceneri furono trasferite al Panthon di Parigi il 30 novembre 2002.
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NOTA DEGLI EDITORI.
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Se uno scrittore di Romanzi Storici ha in mira di far conoscere i tempi ed i personaggi in quelle circostanze che la storia non pu minutamente sviluppare, mai Alessandro Dumas raggiunse s trionfalmente un tale scopo, quanto nel suo Eduardo terzo che co' pi vivi colori dipinge quanto de' tempi di quel re ci narrano le cronache inglesi.
Intanto questo bellissimo romanzo era rimasto incompiuto e solo la prima parte di esso avea veduto la luce, tradotta in italiano. Tratto di recente, a termine dal chiaro autore, ci affrettiamo a pubblicarlo per intiero, lusingandoci di far cosa grata non solo a quelli ne' quali la lettura della prima parte avea per certo lasciato vivissimo desiderio della continuazione, ma a chiunque ama, ed a ragione, gli scritti dell'illustre autore de' Moschettieri e del Conte di Monte-Cristo.
GLI EDITORI.
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Permesso di Stampa.
CONSIGLIO GENERALE DI PUBBLICA ISTRUZIONE. Napoli 7 Marzo 1857.
Vista la domanda del Signor Raffaele Marotta, il quale ha chiesto di porre a stampa il Romanzo Storico di Alessandro Dumas intitolato EDOARDO TERZO.
Visto il parere del Regio Revisore signor D. Giuseppe Salvi.
Si permette che il suindicato romanzo si stampi; per non si pubblichi senza un secondo permesso, che non si dar, se prima lo stesso Regio Revisore non avr attestato di aver riconosciuto, nel confronto, essere la impressione uniforme all'originale approvato.
Il Consultore di Stato Presidente provinciale: CAPOMAZZA.
Il Segretario generale: GIUSEPPE PIETROCOLA.
COMMESSIONE ARCIVESCOVILE: Nihil obstat. P. M. de Angelis Censor Theologus Imprimatur.
Pel Deputato Leopoldo Ruggiero Segretario.
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Indice di questa parte.
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INTRODUZIONE.
PARTE PRIMA. IL VOTO DELL'AIRONE.
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Fine Indice.
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INTRODUZIONE.
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Noi abbiam debito ai signori Mezeray, Velly e Anquetil se la storia di Francia acquist una siffatta riputazione di noia, che ne disgrada a gran pezza le istorie tutte del mondo conosciute. Da ci provenne che il romanzo storico fu cosa del tutto straniera alla nostra letteratura infino a che non ci arrivarono i capolavori di Walter Scott. E dico straniera, perocch non posso farmi a pensare che da senno ci si vogliano dare per romanzi storici, l'Assedio della Roccella, di madama di Genlis, e Matilde o Le Crociate, di madama di Cottin. Prima d'allora dunque noi non conoscevamo veramente che il romanzo pastorale, il romanzo di costumi, il romanzo di alcova, il romanzo di cavalleria, il romanzo passionato e il romanzo sentimentale. L'Astrea, Gil Blas, il Sof, il Giannino di Saintr, Marietta Lescaut e Amelia Mansfield, furono i capi d'opera nei generi sopraddetti. Grande perci fu in Francia la maraviglia quando, dopo di aver letto l'Ivanhoe, il Castello di Kenilworth e Riccardo in Palestina, ci fu forza consentire non poter i nostri romanzi mettersi con quelli in paragone. E di ci erano molte ragioni. Walter Scott alle doti naturali de' suoi predecessori accoppiava a dovizia le notizie acquistate, e allo studio del cuore umano la scienza della storia dei popoli. Le sue curiose ricerche in archeologia, la sicurezza del suo veder nelle cose, e la possanza animatrice del suo ingegno gli avevano data la virt di resuscitare tutta una et co' suoi costumi, co' suoi interessi e colle sue passioni, da Gurth, il guardiano de' porci, fino al cavalier nero, Riccardo; da Michele Lambourn, lo spadaccino, fino ad Elisabetta la reina regicida; dal cavaliere del Leopardo fino a Salah-Eddin, medico reale. Sotto la sua penna infine uomini e cose ripiglian la vita e il luogo che avevano appunto allorch furono al mondo. Di che il lettore trovasi non sentitamente trasportato nel mezzo di un novello mondo, cos in tutte le sue parti perfetto e colle sue diverse condizioni sociali fra loro cos in accordo, che domanda a s stesso se egli per avventura non sia disceso per qualche magica scala in uno di quegli universi sotterranei che s'incontrano nelle Mille e una Notte.
Per noi non ci demmo per vinti nel primo tratto, e credemmo assai tempo che quel nuovo diletto, il quale venivaci dai romanzi di Walter Scott, fosse perch la storia dell'Inghilterra offerisse ne' suoi avvenimenti pi variet che la nostra: e di quella superiorit, la quale non potevamo negare, amavamo piuttosto di accagionare la combinazione dei fatti, che l'ingegno dell'uomo. La qual cosa, facendo entrare Iddio per una met nella nostra disfatta, consolava il nostro amor proprio. E duravamo tuttavia, difendendoci trincerati dietro questo argomento, il meno male che per noi si potesse, allorch apparve Quintino Durward ad abbattere quel riparo delle nostre scuse infingarde. Da quell'ora e' fu pure necessit di convenire che anche la nostra storia aveva le sue pagine romanzesche e poetiche; e per nostra estrema umiliazione, che un Inglese le aveva lette prima di noi, n le conoscevamo ancora se non tradotte da una lingua straniera.
Vero  bene per che se noi pecchiamo nel vanitoso, abbiamo per buona ventura in quello scambio di non essere testerecci; e vinti, confessiam francamente la nostra disfatta, per la certezza che la vittoria sar da noi riafferrata quando che sia. Infatti la nostra giovent, che per le gravi congiunture de' nostri ultimi tempi erasi maturata in severi stud, pose con ardore la mano all'opera, e inviscerandosi dentro alle miniere istoriche delle nostre biblioteche che per trovarne le vene di buon metallo che apparivan pi abbondanti, Buchon, Thierri, Barante, Sismondi e Guizot, ne uscirono con tesori, i quali misero generosamente davanti al pubblico, perch ognuno potesse a sua posta pigliarne. La folla gittossi a furia sopra il trovato, e per alquanti anni il rubacchiar di casacche, di cappucci e di ronzini fu grande, grande il romor delle armadure, delle celate e delle daghe, e grande la confusione fra la lingua dell'Oil e dell'Oc. Ma finalmente dal crogiuolo dei nostri moderni alchimisti uscirono Cinq-Mars e Nostra Donna di Parigi, due verghe di oro da un mucchio di ceneri.
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Nota del Traduttore: Queste figure, le quali da chi legge saranno per avventura trovate ben altro che di buon gusto, sono pur tutte dell'originale. Noi anzi le abbiamo temperate quanto ci  stato possibile, onde il loro accozzamento riuscisse meno sconvenevole. E il medesimo abbiamo pur fatto sempre nel processo dell'opera, omettendo altres qua e l certe immagini e concetti, nei quali il vizio ci parve troppo grande per potersi emendare. Il cos fare noi stimiam debito di chi, voltando libri, specialmente moderni, di questo genere da lingue straniere, voglia non pregiudicare alle lettere nazionali. N ci vorrebbe pure saper mal grado, pensiamo, il chiarissimo autore, il quale, per aver posto l'animo pi che altro a compire in quest'opera l'ufficio di diligente e fedele istorico, ha trasandato forse un po' troppo quelle parti dello stile per cui ottenere, e meritamente, nome di bello, quanto  pur vivace e immaginoso scrittore. Fine Nota.
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E anche gli altri tentativi, avvegnach non condotti felicemente, partorirono questo buon effetto, che promossero l'amore della nostra istoria. Tutto ci che circa questa materia fu scritto, tutto, cattivo, mediocre e buono, si pu dire che fosse letto: e allorch si conobbero i nomi dei nostri cronachisti, entr negli animi la presunzione che si conoscessero altres le loro cronache. Se non da quell'ora ognuno pass dalla notizia della storia generale alla vaghezza di conoscere la storia privata. La quale nuova disposizione degli intelletti essendo stata accortamente avvisata dagli Ouvrard letterar, fu data incontanente un'immensa commissione di memorie inedite: ciascuna et ebbe il suo Brantme, la sua Motteville, il suo Saint-Simon, e tutte furono vendute fino all'ultimo esemplare. Le sole memorie di Napoleone ebbero un lento spaccio, perocch non giunsero che dopo la Contemporanea.
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Nota del Traduttore: Ouvrard fu un famoso commerciante, provveditore di eserciti e banchieri, il quale dal sommo della fortuna a cui lo recarono pi volte le sue ardite e gigantesche speculazioni, fu traboccato pi volte in ruina, e fin nella carcere, per uscirne poi a fare nuove speculazioni non men di prima arrischiate, e circa qualunque cosa gli desse speranza di un guadagno. Sono a stampa le sue memorie, scritte da lui medesimo.  Fine Nota.
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Quei della scuola positiva gridarono ci essere una grande sciagura: niuna cosa di ben vero n di ben solido impararsi ne' romanzi storici n in memorie apocrife, essere due generi di letteratura falsi e bastardi: ci che resta di cosiffatte rapsodie nel capo di chi le legge, non poter dare ad essi che una fallace idea degli uomini e delle cose che non vi sono affigurati con verit; e per tacere del resto, non rimanere per solito nelle menti de' leggitori altro quasi mai di tal libri che la parte romanzesca per esservi fatto collimare mai sempre il principale interesse a un personaggio di fantasia. Fu loro obbiettato Walter Scott, il quale certo ha pi insegnato di fatti storici coi suoi romanzi alla sua nazione, che Hume, Robertson e Lingard colle loro istorie. Ma concedendo essi per vero un tal fatto, risposero che noi non avevamo fatto ancora nulla che potesse compararsi al fatto da Walter Scott. E in questo avevan ragione: ma avevan poi torto di volerci spietatamente rimandare ai cronachisti.
Perocch per chiunque non abbia posto un particolare studio nella lingua (il che non tutti hanno il tempo di fare, e cagiona una fatica, alla quale pu solo bastare il coraggio degli eruditi), le nostre cronache da Villehardouin fino a Ioinville, e vogliam dire dalla fine del secolo duodecimo fino al terminare del quattordicesimo, sono assai malagevoli da leggere. E nullameno in quel giro di tempo sono compresi i regni pi importanti della terza classe de' nostri monarchi. Che allora al mondo pagano di Carlo Magno succedette il mondo cristiano di S. Luigi; la romana civilt disparve, e si cominci la francese; la feudalit prese il luogo della capitaneria; si venne sulla destra riva della Loira formando la lingua; l'architettura faceva coi crociati ritorno dall'Oriente; crollavano le basiliche, e le cattedrali si innalzavano; le donne cominciavano a mostrarsi in quel grado che dovevano un giorno tenere nella societ; il popolo apriva gli occhi alla luce, si fondavan le scuole, e parimente il salario succedeva al servaggio, la face della scienza si accendeva; nasceva il teatro; gli stati d'Europa si costituivano; si separava l'Inghilterra e la Francia; si creavano gli ordini cavallereschi, si disperdevan le bande, gli eserciti si ordinavano; spariva dal suolo patrio lo straniero, e i grandi e i piccoli reami si riunivano alla corona. Finalmente il grande albero del feudalismo, dopo di avere portato tutti i suoi frutti cadeva sotto la scure di Luigi undicesimo. Il nostro mondo allora usciva dal caos: il vecchio nome di Gallia si perdeva in quello di Francia, e la nazione, che ora vediamo pervenuta alla maturezza, aveva in que' giorni rinovellata e quasi rinata la sua infanzia.
Oltre di ci le cronache di Froissart, di Monstrelet e di Giovenale degli Orsini, le quali comprendono un altro intervallo di quasi due secoli, avvegnach scritte con molta efficacia, sono pi presto un raccolto di frammenti che un'opera compita, e giornali cotidiani anzich memorie annuali. Invano cerchereste in esse un filo che vi conducesse per quel labirinto; non  un raggio di sole che penetri per quelle fosche vallee, n per quelle vergini foreste pur orma di qualche sentiero. Niente sta quivi per centro; non il popolo, non la nobilt, non la corona; tutto per lo contrario vi  divergente, e ciascuna linea, a cos dire, conduce a un punto diverso. Dall'Inghilterra, senza legame di sorta, siete trabalzati in Ispagna, dalla Spagna in Fiandra, dalla Fiandra in Turchia. I minuti calcoli senza numero moltiplicati nascondono s fattamente i grandi interessi, che giammai per quella oscura notte non apparisce la mano luminosa di Dio, il quale governa il mondo drizzandolo invariabilmente verso il progresso. Per la qual cosa un uomo di non sottile giudizio, che prendesse a leggere Froissart, Monstrelet e Giovenale degli Orsini, non terrebbe memoria che di aneddoti disgiunti, di avvenimenti senza effetti, o di catastrofi senza cagioni.
Il lettore dunque per conseguente riman serrato, se cos mi  permesso, fra la storia propriamente detta, la quale non  altro che una compilazione noiosa di date e di fatti aggruppati, per mezzo della cronologia, gli uni cogli altri; fra il romanzo storico, il quale, poniamo che non sia dettato coll'ingegno mirabile e colla scienza di Walter Scott, non  altro che una lanterna magica senza luce e senza colori; e fra le cronache originali, fonte al certo viva, profonda, inesauribile, ma donde l'acqua rampolla s torbida, che  quasi impossibile ad occhi di non istraordinario acume il vedere il fondo a traverso dell'onda.
Or come noi abbiamo desiderato sempre di dare una parte della nostra vita di artista ad opere istoriche (e qui non vogliamo accennare ai nostri drammi), ci siamo posti in questo triangolo, e abbiamo indirizzato l'animo a considerare dirittamente come si possa uscirne, lasciando la porta aperta dietro di noi. Dopo avere studiato successivamente la cronaca, la storia e il romanzo storico, avendo dovuto conchiudere che la cronaca non pu essere risguardata se non come sorgente, a cui voglionsi attingere i fatti, siamo venuti nella speranza che rimanesse ancora un luogo non preso fra quegli uomini che patiscon difetto d'immaginativa e quelli che ne soverchiano; e ci siamo convinti che le date e i fatti mancavano d'interesse per questo solo, che un principio di vita non gli univa fra loro, n gli animava, e che della storia ci che ne veniva posto davanti era non pi che un cadavere, e il pi spesso anzi, per cos dire, uno scheletro.
D'altra parte il romanzo istorico non avendo in s la virt di resuscitare, erasi ristretto a darci saggi, per cos dire, galvanici. Esso aveva affibbiato abiti di suo capriccio al cadavere, e contento alla precisione convenuta presso Babin e Sanctus, gli aveva tinto i sopraccigli, dipinte le labbra e colorate le gote; e postolo in contatto colla pila voltiana, gli aveva fatto fare due o tre soprassalti grotteschi, che gli avevano dato l'apparenza della vita.
Altri poi erano caduti in un eccesso contrario; perocch in vece di far della storia uno scheletro ne avevano fatto un fantoccio mancante di scheletro.
La grande difficolt pertanto, a nostro avviso,  di preservarsi da due falli. Il primo, gi lo abbiam detto, fu di spolpare il passato, come ha fatto la storia; il secondo di travisare la storia, come ha fatto il romanzo. Il solo mezzo di riuscire dunque sarebbe, pensiamo, che fatta la scelta di una data et, si studiassero ben bene i diversi interessi che travagliavano l'anno; che fra i maggiori personaggi si scegliessero quelli i quali concorsero principalmente al compimento de' fatti succeduti nel tratto del tempo a cui l'opera immaginata si vuol riferire; che si ricercassero con sottil diligenza i sembianti, l'indole e le tempera di que' personaggi, acciocch facendoli vivere, favellare e operare, riesca possibile di svolgere convenevolmente le passioni da cui furono prodotti que' grandi avvenimenti che noi vediamo per date registrati ne' secoli andati, e che solamente allora possono stimolare la curiosit nostra quando ci siano presentati cos vivamente siccome successero.
Chi adempisse queste condizioni avrebbe dunque evitati i due scogli suddetti, perocch la verit sarebbe, anche trovando un'anima e un corpo, rigorosamente osservata, e niun personaggio di fantasia si verrebbe a mescolare co' personaggi reali, i quali da s soli compirebbero il dramma e la storia. L'arte in tal caso non avrebbe altro ufficio che di seguitare il filo; che rigirandosi fra gli ordini della societ, annoda fra loro gli avvenimenti; e l'immaginativa avrebbe pagato il suo debito, sgombrando di qualsiasi nube, per cos dire, l'atmosfera entro la quale le narrate cose avvennero. Di che il lettore facendosi dal principiare di un regno, potrebbe, all'arrivarne al termine, col gittar d'un occhiata indietro, misurare di tratto lo spazio percorso.
So bene che una tale opera sar pi malagevole a condurre, e pagata di minor gloria, dacch la fantasia non avr pi niente da farvi, e tutte le sue creazioni apparterranno a Dio. Vero  che quanto si perder in diletto, altrettanto si guadagner in verit, perocch i lettori avranno la sicurezza che i personaggi, i quali seguiteranno dal loro nascere fino alla morte, e fra i loro amori o i loro odi vituperati o gloriosi, felici o sventurati, non sono esseri immaginati.
E quest'opera noi gi ci eravamo proposta sono quattr'anni, allorch mandammo in luce, come fondamento a questo sistema, quella lunga prefazione col titolo di Gallia e Francia, in cui si compendiavano i fatti pi notevoli della nostra storia da quando i Germani si stanziarono nelle Gallie, infino alle divisioni che partor tra Francia ed Inghilterra la morte di Carlo il Bello. Ripigliando noi in presente la nostra narrazione dal punto in cui allora la intramettemmo, le diamo la forma di cronaca in luogo di quella di annali, e cessando la concisione cronologica, prendiamo il tratteggiar pittoresco.
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PARTE PRIMA. IL VOTO DELL'AIRONE.
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Capitolo 1.
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Il 25 settembre del 1338, alle ore cinque meno un quarto della sera, la grande sala del palazzo di Westminster era ancora illuminata soltanto da quattro torce, sostenute da viticci infissi ne' quattro canti delle pareti, e il lor tremulo e incerto lume male bastava a dissipare il buio che gi a quell'ora vi si faceva pel diminuirsi delle giornate, tanto sensibile tra il finir della state e il cominciar dell'autunno. Quel lume per era bastante alle genti del castello, che stavano facendo gli apparecchi della cena, e che si scorgevano in fra quel fioco barlume arrabbattarsi per coprire di vivande e di vini pi ricercati a quella stagione una lunga tavola a tre piani di diversa altezza, e ci perch ciascuno de' convitati potesse prendere quel posto che si addiceva al suo nascimento o al suo grado. Allorch fu fornito l'apparecchiare, il maggiordomo entr con un far grave per una porta laterale; fece con lento passo un giro per tutta la sala onde assicurarsi che ogni cosa fosse dove si conveniva, poi fermatosi davanti a un valletto, il quale aspettava i suoi ordini presso della maggior porta, gli disse con quella dignit che  propria di un uomo il quale conosca l'importanza del suo ufficio: Tutto va bene; cornate l'acqua. 
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Nota del Traduttore: Cornar l'acqua dicevasi del dare il segnale pel desinare, e ci per la ragione che i convitati innanzi di porsi a tavola davansi l'acqua alle mani. Fine Nota.
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Il valletto, appressatosi alle labbra una piccola tromba d'avorio che portava sospesa ad armacollo, ne cav tre suoni prolungati, e subitamente la porta si spalanc. Cinquanta paggi entrarono l'un dopo l'altro con una torcia in mano, e dividendosi in due schiere, che si stendevano quanto era lunga la sala, si schierarono presso del muro. A questi seguitarono altri cinquanta paggi portanti brocche e bacini d'argento, e si disposero nella linea stessa che i primi. Dopo di loro comparvero finalmente due araldi i quali, ritratta ciascuno a s la tappezzeria a stemmi che facea da portiera, sostarono ai due lati dell'entrata gridando con voce alta:
Largo a monsignore il re e a madama la regina d'Inghilterra.
In quella, re Edoardo terzo comparve tenendo per mano madama Filippa d'Analto sua moglie. Li seguitavano i cavalieri e le dame di maggior nome nella Corte d'Inghilterra, la quale era a que' tempi di nobilt, di valentia e di bellezza una delle pi ricche del mondo. Al toccar della soglia, il re e la regina si separarono, seguitando ciascuno i due opposti lati della tavola, finch riuscirono ai due posti pi elevati. In quel movimento furono assecondati da tutti i convitati, i quali arrivati al posto loro assegnato, si volsero ciascuno verso il paggio deputato al proprio servigio; questi versarono l'acqua dalla brocca nel bacino, e presentarono da lavarsi ai cavalieri e alle dame. Compiuta quella cerimonia preliminare, i convitati mossero a sedersi in sulle panche da cui la tavola era attorniata, e i paggi, riposta che ebbero l'argenteria sopra la credenza magnifica donde l'avevano tolta, tornarono per aspettare, in piedi e senza moversi, gli ordini dei loro padroni.
Edoardo era siffattamente assorto ne' propri pensieri, che il primo servito gi era stato levato via, innanzi ch'egli si avvedesse che il posto a lui pi vicino dalla sua manca era restato vuoto, e al suo reale banchetto mancava un commensale. Dopo per un momento di silenzio, che niuno ard interrompere, i suoi occhi, o fosse che errassero a caso, oppure che cercassero il dove fissarsi, percorsero quella lunga schiera di cavalieri e di dame sfolgoranti nell'oro e ne' gioielli, che fiammeggiavano al chiarore abbagliante di cinquanta torce, si arrestarono un momento con un ineffabile atto di amoroso desiderio nella bellissima Alice di Granfton, seduta fra il conte d'Erby suo padre, e il suo cavaliere Piero di Montaigu, al quale in ricompensa de' suoi buoni e leali servigi il re aveva pur test donata la contea di Salisbury; poi andarono a dare con istupore in quel posto a lui tanto vicino, che ciascuno sarebbesi riputato a grande onore di occupare, e che nullameno era restato vacante. A quella vista si cambi senza fallo il corso de' pensieri nell'animo di Edoardo, perocch egli gir sopra l'adunanza tutta uno sguardo interrogatore, al quale non fu alcuno che rispondesse. Per la qual cosa avvisando egli che si voleva pure una domanda diretta per ottenere una spiegazione precisa, si volse verso un giovane e nobil cavaliere del paese di Analto, il quale scalcava davanti alla regina, e:
Messer Gualtiero di Mauny, gli disse, sapreste voi dirmi per avventura quale sia l'affare di tanto momento che ci priva quest'oggi della presenza del nostro ospite e cugino conte Roberto di Artois? Sarebbe egli mai ritornato nella grazia del nostro zio, re Filippo di Francia, e avrebb'egli con tanta fretta abbandonato la nostra isola, che gli fosse uscito dalla mente di farci la sua visita di commiato?
Io mi penso, sire, rispose Gualtiero di Mauny, che monsignore il conte Roberto non avrebbe potuto s tosto dimenticare che il re Edoardo ha avuta la generosit di concedergli un asilo, che per tema del re Filippo gli avevano dinegato i conti d'Alvergna e della Fiandra.
Io non ho per fatto che quanto doveva, Gualtiero. Il conte Roberto  di legnaggio reale, siccome quello che discende dal re Luigi ottavo; e il ricettarlo era bene quel meno che io mi potessi fare. Oltracci il merito della ospitalit dalla parte mia  di molto men grande, che non sarebbe stato dalla parte dei principi che avete pur or ricordati. L'Inghilterra , la Dio merc, pi difficile a conquistare, che le montagne dell'Alvergna e i paduli della Fiandra, e pu senza tema indormirsi della collera del re Filippo, a cui dobbiamo pur dipendenza. Ma ci non rileva, n mi sta meno a cuore per questo di sapere quello che sia avvenuto del nostro ospite. Ne avete voi inteso qualche notizia, Salisbury?
Perdono, sire, rispose il conte; ma voi mi mi richiedete di una cosa alla quale io non saprei fare una convenevol risposta. Da qualche tempo in qua i miei occhi sono talmente abbarbagliati dallo splendore di un sol volto, le mie orecchie talmente prese alla melodia di una sola voce, che il conte Roberto, tuttoch nipote di re, dato pure che mi fosse passato davanti e avessemi detto egli medesimo dove ne andava, non lo avrei forse n veduto, n inteso. Ma aspettate, sire; ecco un giovane baccelliere che s'inclina sulla mia spalla e accenna di avere qualche cosa a dirmi intorno di questo.
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Nota del Traduttore: Baccelliere: Erano cos chiamati i figli di famiglia che possedevano di terra meno di quattro non sappiam che misure, alle quali davano il nome i Francesi di bachelles. Come poi i giovanetti di tal condizione erano acconciati per l'ordinario ai servigi di qualche signore per apparare e trattare il mestier delle armi, il nome di baccelliere avevi presso a poco il significato che a' tempi nostri quello di cadetto. Fine Nota.
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Guglielmo di Montaigu infatti, nipote di Salisbury, e che gli stava ritto in piedi di dietro, chinandosi, gli diceva all'orecchio alcune parole.
Perocch il re: Suvvia, disse.
E Salisbury: Non mi era ingannato; Guglielmo lo ha incontrato questa mattina.
E dove? chiese il re, voltando la parola direttamente al giovane baccelliere.
Sulle rive del Tamigi, sire. Egli scendeva verso Greenvich, e senza fallo ne andava alla caccia, perocch portava sul suo guanto il pi bel falcone muscardino che giammai si avventasse alla caccia delle allodole.
A che ora? domand il re.
Circa a terza, sire.
E che andavate voi a far s per tempo sulle rive del Tamigi? chiese con voce soave la bella Alice.
A dare sfogo a' miei pensieri, rispose il giovine sospirando.
S, s, soggiunse ridendo Salisbury; e pare che Guglielmo non sia ben felice ne' suoi amori, perocch, gi  alcun tempo, ravviso in lui tutti i sintomi di una passione senza speranza.
Oh zio! sclam Guglielmo arrossendo.
Davvero? domand Alice con una del tutto semplicetta curiosit. Quando sia proprio cos, io voglio essere la vostra confidente.
Anzi che prendervi giuoco, vogliate, madama, avere di me piet, susurr con voce repressa Guglielmo, il quale si fece nel tempo stesso indietro di un passo, e recossi la mano agli occhi per celare due grosse lagrime che gli tremolavano sugli occhi.
Poverino! Ma egli pare che sia una cosa seria.
Seria quanto mai fosse, rispose con un fare in apparenza grave il conte di Salisbury; ma Guglielmo  un baccelliere che sa tacere, e vi fo sicura che voi non avrete il suo segreto che quando sarete sua zia.
Alice arross alla volta sua, e il re:
Quando sia pur cos, la cosa  chiara. La caccia lo avr trasportato sino a Gravesend, e noi lo rivedremo domani alla colazione.
Io credo che vostra altezza non s'apponga, disse il conte di Analto; perocch mi giunge dall'anticamera un cotal suono di voci, che potrebbe appunto essere l'annunzio del suo arrivo.
Egli sar il ben venuto, soggiunse il re.
In quel subito la porta della sala si spalanc, e il conte Roberto magnificamente vestito, entr seguitato da due menestrelli sonanti la viola. Dietro loro venivano due nobili fanciullette, recando sopra di un piatto in argento un airone arrostito, al quale, acci potesse pi facilmente essere riconosciuto, avevano lasciato il suo lungo becco e le sue lunghe zampe. Teneva dietro finalmente alle fanciullette, saltando e facendo lazzi, un giocoliere, il quale si accompagnava ai menestrelli percuotendo un tamburello.
Roberto di Artois gir lentamente intorno alla tavola, seguito da quello strano corteo, fermandosi presso al re che lo riguardava maravigliato, fece segno alle fanciullette che dovessero posare l'airone dinanzi a lui.
Sbalz in piedi, ben pi tosto che non si levasse, Edoardo, e voltandosi a Roberto di Artois cogli occhi sfavillanti di collera, lo guard. Ma vedendo che il conte sosteneva senza un batter di ciglia il suo sguardo:
Che vuol dir cotesto, o nostro ospite? egli grid con voce, tremante. Si paga dunque per tal maniera in Francia l'ospitalit? E un meschino airone, la cui carne rifiutano pure i miei falconi e i miei cani, vi par egli una salvaggina reale che possa essere imbandita davanti alla nostra persona?
Udite, sire, risposegli il conte Roberto con tranquilla e forte voce: e' mi  venuto in testa, allorch oggi il mio falcone mi ha portato questa bestia, che l'airone  il pi codardo degli animali, come quello che ha paura della propria ombra, e che se la vede camminare al sole presso di s, stridisce e piange come se fosse minacciato di morte; e ho fatta meco questa deliberazione, che il pi vigliacco degli animali si convenisse imbandito al pi vigliacco dei re.
Edoardo mise la mano al pugnale, ma Roberto non dato segno di avere notato quell'atto, continu:
Ora il pi vigliacco dei re non  per avventura Edoardo d'Inghilterra erede per sua madre Isabella del reame di Francia, al quale nondimeno manca il cuore di ritoglierlo a Filippo di Valois che glielo ha rubato?
Seguit a queste parole un terribil silenzio. Ognuno, conoscendo la violenza del re, erasi alzato, e gli occhi tutti erano fisi in que' due uomini, l'uno de' quali aveva lanciato all'altro s mortali parole. Nulla per di quello che si prevedeva intervenne. Edoardo riprese a poco a poco i sembianti della calma, e croll il capo come per farsi cader dalle guance il rossore che le copriva. Indi posata lentamente la mano in sulla spalla di Roberto:
Avete ragione, conte, egli disse con voce cupa. E' mi era uscito della memoria che io fui nipote di Carlo quarto di Francia, e voi me ne fate ricordare; gran merc. E avvegnach la cagione che vi move sia pi veramente l'astio vostro contro Filippo, il quale vi ha sbandito, che la vostra riconoscenza per me che vi ho raccolto, io non ve ne son mica meno obbligato. Imperocch da quest'ora che, merc vostra, mi  tornato in mente come io era il vero re della Francia, potete tenere per sicuro che non lo dimenticher. E in prova, udite il voto che io ne fo. Sedetevi, miei nobili signori, e non ne perdete, vi prego, una parola.
Tutti obbedirono, e soli Edoardo e Roberto restarono in piedi. Allora il re stendendo la destra mano sovra la tavola:
Io il giuro per quest'airone, carne di codardo e di vigliacco, il quale hanno posto davanti a me perch  il pi vigliacco e il pi codardo degli uccelli, che di qui a men di sei mesi avr passato il mare con un esercito, e posto il piede sulla terra di Francia, tenendo non so se la via dell'Analto, quella della Guienna, oppure della Normandia; io giuro di combattere il re Filippo per ogni dove lo incontrer, e ogni volta che gli uomini del mio seguito o del mio esercito saranno anche solo un contro dieci. Giuro infine che non andranno da questo giorno sei anni, che io sar stato a campo in vista del campanile della nobil chiesa di San Dionigi, dove fu seppellito il corpo del mio avo; e il giuro nonostante il giuramento di vassallaggio che io feci in Amiens al re Filippo, e che mi fu carpito per essere io allora fanciullo.
"Ah! conte Roberto, voi volete battaglie e mischie. Bene, io vi prometto che giammai n Achille, n Paride, n Ettore, n il macedone Alessandro, il qual pur conquist tanta terra, non avranno menato nel loro passare tanta ruina, quanta ne porter io in Francia, purch nullameno non sia in piacer del Signore di farmi morire dello stento e innanzi che sia compiuto questo mio voto. Ho detto. Ora levate via, conte, l'airone, e venitevi a sedere vicino a me.
Ma Roberto:
Non ancora, sire, disse, non ancora.  mestieri che l'airone faccia il giro della tavola, dove per avventura ci avr pi di un nobile cavaliere, il quale riputerassi ad onore di aggiungere il voto proprio a quello del re.
E detto questo, comand alle due giovinette che ripigliassero il piatto d'argento, e di nuovo si mosse seguitato da esse, le quali cantavano una canzone di Guilberto di Berneville, accordandosi alle viole che suonavano i menestrelli; e cos sonando e cantando pervennero alle spalle del conte di Salisbury, seduto, come abbiam detto, di presso alla bella Alice di Granfton. Allora Roberto ristette, e fatto segno alle giovinette (le quali obbedirono) di dover posare l'airone davanti al cavaliere:
Bel sire, disse Roberto, voi avete inteso ci che ha detto re Edoardo, io vi scongiuro di votarvi al nostro airone.
Bene avete fatto, rispose Salisbury, di scongiurarmi, perocch giammai non fui ardito ancora che io la richiedessi d'amore. Bene, quest'oggi io la supplico di farmi lieto di una grazia, e ci  di voler posare il suo dito sopra uno dei miei occhi.
In coscienza mia; soggiunse Alice teneramente, non saprebbe rispondere con un rifiuto una dama, che dal suo cavaliere sia tanto rispettosamente richiesta. Voi mi avete domandato un de' miei diti, conte; e io voglio esser prodiga inverso voi. Eccovi la mano.
Salisbury la prese e baciolla pi volte amorosamente, poi la si rec sopra il viso per s fatto modo, che gli coperse interamente il destro occhio. Alice sorrideva, non intendendo il perch di quell'atto, e Salisbury, il quale se ne fu accorto, le domand:
Stimate voi ben chiuso quest'occhio?
Certamente che s, ella rispose.
Bene sta! seguit Salisbury; ed io giuro di non rivedere pi il giorno con questo occhio, che io non sia sulla terra di Francia. Io giuro che prima d'allora n vento, n dolore, n ferita, mai non avranno forza di farmelo aprire e che in fino a quell'ora combatter in lizza, in torneo o in battaglia coll'occhio chiuso. Il mio voto  fatto, avvenga quello che avvenga. E non ne farete uno anche voi, madama?
Sibbene, monsignore, risposegli Alice, facendosi rossa: io giuro che il d in cui tornerete in Londra, dopo di aver tocca la terra di Francia, io vi dar il mio cuore e la mia persona cos francamente come test hovvi data questa mia mano; in caparra di ci che prometto in presente, eccovi la mia ciarpa, la quale vi aiuter a compiere il vostro voto.
Salisbury mise un ginocchio a terra, e Alice gli annod la sua cintura d'intorno alla fronte in fra gli applausi di tutta la tavola. Allora Roberto fece trre via dinanzi dal conte l'airone e messosi di nuovo nel modo di prima, e tuttavia andandogli dietro i suoi menestrelli, le due garzonette e il giocoliere, ei si ferm di dietro da Giovanni d'Analto, dicendo:
Nobil sire di Beaumont, come zio del re d'Inghilterra e come uno de' pi prodi cavalieri della cristianit, non fareste voto anche voi sul mio airone di compiere qualche grande impresa contro il reame di Francia?
Senza alcun fallo, fratello, rispose Giovanni di Analto, dacch ne sono sbandito al par di voi; e ci per aver prestato soccorso alla regina Isabella nel riconquisto ch'ella fece del suo regno d'Inghilterra. Io giuro dunque che, se il re consente d'accettarmi per suo maresciallo e di passare per la mia contea di Analto, condurr le sue genti sulle terre di Francia, la qual cosa io non farei per altro uomo che viva. Ma se giammai il re di Francia, mio solo e verace signore, mi richiama e mi leva il bando, io prego mio nipote Edoardo di ritornarmi la parola che gliene do, e che subitamente verrei a ridomandargli.
Ci  giustizia, disse Edoardo, facendogli segno del capo, perocch io so che di terra, siccome di cuore voi siete pi francese che inglese. Giurate dunque in tutta quiete, perocch sulla mia corona io vi prometto in tal caso di liberarvi dal vostro voto.
Indi voltandosi al conte Roberto:
Fate, disse, passare l'airone a Gualtiero di Mauny.
No, sire, no, se il Cielo vi guardi, rispose il giovine cavaliere; perciocch voi ben sapete che io non posso in una fiata compiere due voti: e gi ne ho fatto uno. Cio di vendicare mio padre, quale vi  noto essere stato morto di assassinio in Guienna, e di ritrovar l'assassino suo e la sua tomba, affine di uccider l'uno sovra dell'altra. Per siate certi che il re di Francia non ci scapiter.
Noi vi crediamo, messere, e abbiam in quel conto istesso una promessa vostra, che il giuramento di un altro.
In quel mezzo Roberto di Artois erasi approssimato alla regina, e fattole posare davanti l'airone aveva posto un ginocchio a terra aspettando in silenzio. Ma la regina voltandosi verso lui:
Che volete voi da me, conte? gli domand: e di che venite a richiedermi? Voi sapete che una donna non pu far voti, essendo in podest di signore. Onta dunque a colei che in simile occorrenza dimenticasse i suoi doveri a tal punto che non aspettasse il permesso del suo signore.
Ma il re:
Fate arditamente il vostro voto, e io vi giuro che dalla mia parte avr aiuto sempre, impedimento non mai.
Or bene, ripigli la regina, io non vi aveva ancor detto che fossi incinta, perch pensava ingannarmi. Ma ecco, mio caro signore, che ho pur ora sentito il figliuolo muoversi dentro al mio seno. Ascoltatemi dunque. Poich voi mi avete permesso che io giuri, giuro che non partorir che io non sia sulla terra di Francia, e se voi non avrete tanto di animo che all'ora del partorire mi vi abbiate condotta, giuro ancora di pugnalarmi con questo coltello, per osservare il mio giuramento, pur colla perdita della vita. Or pensate, sire, se abbiate s ricco legnaggio, che possiate voler perdere a un tratto la vostra moglie e il vostro figliuolo.
Allora Edoardo si fece a gridare con voce alterata:
Non far pi voti nessuno. Di giuramenti di questa forma son fatti abbastanza, e che Dio ne li perdoni.
Non importa, disse Roberto di Artois, rialzandosi: io spero che a causa di questo mio airone ci abbia pi di parole impegnate che non bisognano, perch a quest'ora il re Filippo non debba per sempre mai essere pentito di avermi cacciato di Francia.
Non aveva il conte Roberto appena finito, che la porta della sala si aperse, e un araldo di armi annunci ad Edoardo, facendosegli dappresso, che un messaggiere dalla parte di Giacomo d'Artevelle era giunto di Fiandra.
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Capitolo 2.
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Edoardo stette un poco sovra s stesso innanzi di fare risposta; poi ridendo voltossi ai cavalieri che avevan giurato, dicendo:
Signori, ecco un alleato che ci arriva. E pare che io abbia seminato a tempo e in buon terreno; perocch il mio disegno fiorisce nel miglior punto; e posso da quest'ora predirvi da quale banda noi entreremo in Francia. Sir di Beaumont, voi sarete il nostro maresciallo.
Caro signore, rispose Giovanni d'Analto, migliore consiglio per avventura sarebbe a voi di commettere alla nobilt sola decisione di una questione di legnaggio: perocch tutti quei villani ci hanno troppo il comodo loro a tener vive le guerre in fra i potenti. Quando nobili e re si combattono, il popolo ne ha le spoglie, e i lupi i cadaveri. Cotesti maledetti Fiamminghi non hanno forse clto il destro delle nostre contese coll'impero per levarsi disotto dalla nostra giurisdizione? E ora vedeteli reggersi da s medesimi, quasi la contea di Fiandra fosse una macchina, la quale potesse farsi andare per lunga pezza come un'officina di drappi, o una birreria di luppoli.
Mio bel zio, risposegli Edoardo, ci  troppo del conto vostro nella quistione, essendo voi loro vicino, perch noi ci rimettiamo interamente in voi rispetto al giudizio che ci convenga recare delle buoni genti d'Iprea, di Bruggia e di Gante. Oltre di che se essi hanno clta la opportunit delle vostre contese coll'impero per togliersi dalla soggezion vostra, non avete altres voi altri signori profittato alcun poco dell'interregno per sottrarvi da quella dell'impero, e murar le castella ch'essi vi hanno messe a fuoco? Il qual fatto vi mette, se non m'inganno, rispetto a Lodovico di Baviera e a Federigo terzo, in condizione poco diversa di quella in che sono i comuni di Fiandra verso Luigi di Cressy. Badate a me, Beaumont, non si conviene a noi di prender partito in favore di un uomo che si  lasciato condurre da un non so quale abate di Vzelay, ignorante al tutto nel fatto dell'amministrare, e non d'altro sollecito che di arricchirsi a spese del popolo. Vi ricordate di quella moralit che fu rappresentata davanti a noi, fa ora dieci anni, con grande trionfo dalla corporazione de' barbieri di Chester? Ah! no, perocch voi, se ben mi sovviene, eravate colle vostre genti tornato in Fiandra per effetto di quella grande contesa che si accese nelle feste della Trinit del 1327 fra gli Ainuieri e gl'Inglesi nella nostra citt di York. Or bene quella moralit, tuttoch io allora non avessi che appena quindici anni, mi fu di un grande ammaestramento. Volete che ve la racconti?
Ciascuno si volse curiosamente verso Edoardo.
Ecco quello che rappresentava. Un uomo e una donna di povera condizione essendo stati spogliati del tutto per non aver potuto pagare la loro tassa, si trovano di non aver pi altro mobile che un vecchio forziere, sul quale siedono, e piangono, e fanno grande rammarico di vedersi sterminati. In quel mentre le genti ritornano, ricordatisi che nel misero casolare era stato da loro lasciato ancora un vecchio forziere. I villani li supplicano di voler loro lasciare almen quella cassa, dov'essi solevan riporre il pane quando ne avevano. Le genti non vogliono intender ragione, e malgrado le loro preghiere e lagrime ne li fanno levare. Se non che, appena il coperchio ha cessato di essere da loro premuto, si apre, e ne saltano fuori tre diavoli, che se ne portano via le genti. Ci mi  rimasto in mente, bel zio, e ho per usanza ora di dar sempre torto a coloro i quali, dopo di aver tolta ogni cosa ai loro vassalli, vogliono rapire altres ad essi il forziere sul quale piangono.
Indi voltatosi all'araldo che aspettava la sua risposta:
Dite, soggiunse, al messaggiere del nostro amico Giacomo di Artevelle, che noi lo riceveremo domani a mezzod. Quanto a voi, mio zio di Analto, e a voi, mio cugino Roberto di Artois, tenetevi apparecchiati ad accompagnarmi fra una mezz'ora in una piccola corsa di quattordici miglia, la quale vuol esser fatta in questa notte.
Indi levatosi da sedere:
Gualtiero, aggiunse, venite, che ho alcuna cosa da dirvi.
Cos dicendo Edoardo prese il braccio di Gualtiero di Mauny, e usc sorridente e tranquillo da quella sala ove poc'anzi era accaduto un di quei casi, i quali in un tratto decidono della vita di un popolo e dell'avvenire di un regno. Indi facendosi andare avanti soltanto due portatori di torce, si avvi verso un corridoio, il quale metteva a' suoi appartamenti. Come fu entrato nel corridoio, rallentando il passo perch i paggi non potessero intendere le sue parole:
Cavaliere mio caro, disse, io ho gran voglia di rendervi un mal servigio.
E quale, sire? rispose Gualtiero, chiarito ben tosto dal piglio del re che si trattava non di una minaccia, ma di una baia.
Ho voglia... Diamine!.. Forse me ne pentir: ma non monta... ho voglia di farvi re d'Inghilterra...
Ma! grid Gualtiero.
Sta quieto, continu Edoardo appoggiandosi dimesticamente sul braccio del suo favorito: ci non sar che per un'ora.
Ah! voi mi rassicurate, sire, disse Mauny. Ora spiegatevi, o piuttosto ordinate; ch voi sapete che sono vostro anima e corpo.
S, s, e per questa ragione ho scelto te e non altri. Ascolta. Io sto non ben sicuro di quello che si voglia quel d'Artevelle di Fiandra; e come l'ho fra le mie mani, cos non mi avrei niente per male s'io potessi trarne un buon partito. Ma per questo effetto importa grandissimamente che io faccia i miei affari da me. Io avevo dapprima avuto l'intenzione di inviar te presso di lui, e di ricevere il messaggiero. Ma ho mutato opinione. Tu riceverai in vece l'ambasciatore, e io andr in Fiandra.
Or come, monsignore, voi vi mettereste al rischio di passar solo e senza seguito il mare? E commettereste la vostra persona reale a' borghesi ribelli che hanno scacciato i loro signori?
Ma che ho io a temere? Essi non mi conoscono: mi dar prima della partenza i miei pieni poteri, e in grazia del mio titolo di ambasciatore, sar pi inviolabile e pi sacro che col mio titolo di re. Poi dicono quello d'Artevelle essere una gran volpe; e voglio veder da vicino, e giudicare da me quale fondamento possa fare nella sua parola. Cos  cosa ferma, Gualtiero, aggiunse il re, mettendo la mano sulla chiave dell'uscio. Apparecchiati per domani a mezzod a rappresentar la tua parte.
E Gualtiero:
Non avete voi dunque, caro sire, pi bisogno di me per questa sera? Posso andarmene, o debbo entrare con voi?
Vattene pure, Gualtiero, risposegli il re con un suon di voce basso e cupo. In questa stanza ci  un uomo che mi aspetta, e al quale mi convien favellare senza testimoni. Perocch niun altro che me pu intender ci ch'egli  per dirmi, e non oserei di promettere salva nemmeno la vita del migliore amico che mi abbia, poniamo che entrasse per terzo in questo abboccamento. Lasciami, Gualtiero, lasciami, e prega Iddio che mai non ti dia una notte somigliante a quella che sto per fare.
E infrattanto la vostra Corte!...
Rider e si sollazzer, poich tale  il suo uffizio. Ella vede la nostra fronte farsi rugosa, imbiancarsi i nostri capelli, e stupisce che i suoi re cos prestamente invecchino. Che vuoi? ella ride troppo forte per intendere quelli che sospirano piano!...
Sire, di sotto a questo mistero deve nascondersi qualche pericolo, e non vi lascer.
Non ve n' alcuno, tel giuro.
Per vi ho udito dire al sire di Beaumont e a monsignor Roberto di Artois che stiano apparecchiati per accompagnarvi.
Noi andiamo a fare una visita a mia madre.
Ma sarebbe mai, continu Gualtiero abbassando la voce, e facendosi pi presso del re, una visita in sul fare di quella che noi le facemmo al castello di Nottingham, quando per una via sotterranea penetrammo fino nella sua camera da dormire, e vi arrestammo Ruggero Mortimer suo favorito?
No, no, disse Edoardo con un leggier moto di impazienza, che in lui risvegliava la rimembranza dei traviamenti della madre sua. No, Gualtiero, la regina si  ravveduta de' suoi errori, e ha pentimento de' suoi falli. E quegli errori e falli le ho fatto espiare troppo pi aspramente per avventura che non si conveniva a un figliuolo, perocch da quell'ora in poi (e sono scorsi ben dieci lunghi anni) la tenni prigione in una torre del castello di Reding. Quanto a un nuovo amante credo non sia cosa da temere: ch il supplicio di Mortimer, il quale feci sopra di un baule trascinar per le strade di Londra, e poi trargli vivo vivo dal petto quel suo cuore di traditore, ha dovuto chiarire ognuno che il titolo di favorito costava caro, e poteva talvolta riuscire una dignit di molto pericolo a sostenere. Non  dunque proprio altro che una visita da figliuolo sommesso e rispettoso, e starei quasi per dire pentito; perch a volta a volta vengo nel dubbio che le cose di cui quella donna, la quale  pure mia madre, viene gravata, non siano provate neppure a coloro che mostrano di dubitarne il meno. Per tutto questo dunque tu puoi dormire tranquillo, o mio buon Gualtiero, e sognare tornei, combattimenti e amori, come si appartiene a un prode e bel cavaliere.
Gualtiero comprese che avrebbe passato i termini del convenevole, volendo insistere ancor pi che tanto; onde prese congedo da Edoardo, il quale ordin ai due che portavano le torce che gli facessero lume accompagnandolo.
Il giovine cavaliere si allontan, lasciandolo al buio; ed Edoardo, seguitolo cogli occhi finch il lume non fu al tutto sparito, gitt un sospiro, portossi la mano alla fronte per tergerne il sudore, aperse l'uscio, ed entr.
Nella stanza erano due guardie, in mezzo di quelle un uomo. Edoardo and dritto verso di lui, e fermato con una specie di terrore lo sguardo nella sua faccia smorta, cui pi smorta ancora faceva parere il fioco lume della sola lampada che quivi era posta sopra una tavola, cos con voce bassa e quasi tremante si fece a interrogarlo:
Siete voi il cavaliere di Mautravers?
S, sire, rispose il cavaliere: non mi riconoscete?
Ricordo benissimo di avervi veduto una o due volte entrare da mia madre durante il nostro viaggio in Francia.
Poi voltandosi alle guardie:
Lasciatemi solo, disse, con questo uomo.
Le due guardie si ritirarono. Edoardo, poich le vide partite, considerato ancora per alcun poco il cavaliere con un guardar mescolato di curiosit e di terrore, si lasci cadere, ben piuttosto che non si sedette sopra di una seggiola. Poi con voce cupa incominci:
Siete voi dunque colui che assassin mio padre?
Voi mi avete promessa salva la vita, disse il cavaliere, se tornavo in Inghilterra. Io ho avuta fede nella vostra reale parola, e mi sono partito dall'Alemagna, dove non aveva nulla a temere. Or eccomi qui disarmato entro il vostro palagio, nelle mani vostre, e non avente per mia difesa, contro il pi possente re della cristianit, che il giuramento ch'egli mi ha fatto!
State pur quieto, disse Edoardo, che per odioso e orribile che voi mi siate a vedere, non sar detto mai che voi vi fidaste invano alla mia parola. Voi uscirete di questo palagio cos libero come se foste al tutto puro del sangue di un re, e quel re non fosse mio padre; ma ci ad una condizione, e la sapete.
Son pronto ad eseguirla.
Non mi celerete voi nulla?
Nulla...
E mi darete in mano tutte le prove che voi avete, quali che siansi le persone contro cui esse staranno?
Ve le dar...
Bene sta, disse il re con un sospiro.
Poi stato un momento in silenzio, appuntati alla tavola che aveva davanti i gomiti, e postasi fra le palme la testa, aggiunse:
Voi potete incominciare: io vi ascolto.
Senza fallo gi sa Vostra Altezza una parte delle cose che son per dirle.
V'ingannate, rispose Edoardo, senza mutar di postura, io nulla so. Eccovi il perch ho scelto un uomo, il quale ha tutto a sperare dal dirmi la verit.
E io ve la posso dir tanto meglio, che gi da quasi ventisette anni sto a' servig della regina vostra madre. Io fui alla prima acconciato presso di lei come paggio; poi in processo di tempo divenni suo segretario, e come paggio e come segretario la servii sempre con fedelt.
S, mormor Edoardo con voce s sorda, che a gran pena pot essere inteso; s, io il so, l'avete fedelmente e troppo fedelmente servita, come paggio, come segretario e come carnefice.
Da qual punto, sire, debbo incominciare?
Dal giorno che foste posto a' suoi servig.
Ci fu nel 1312, un anno innanzi al vostro nascimento, e quattro anni dappoich ella era stata consegnata dal re di Francia, che avevala accompagnata fino a Boulogne, alle regali mani del re vostro padre. L'Inghilterra la ricevette come un angelo salvatore, ognuno in questa isola, prendendo speranza che ella, giovane e bella com'era, avrebbe levato o contrappesato almeno il favore del ministro Gaveston, il quale era.... perdonatemi, sire, se oso dirvi tal cose, pi che il favorito del re...
Oh! s, s, lo so, prestamente soggiunse Edoardo, avanti.
La cosa and altrimenti: Gaveston prevalse contro della regina. Allora ogni speranza della nobilt fu perduta; e i baroni, fatta ragione che non otterrebbero dal re cosa alcuna allora usarono le armi contro Gaveston, il quale dalle mani loro pass in quelle del boia. Voi, sire, veniste al mondo alcun tempo dopo quella giustizia; e fu creduto che la regina entrasse in qualche favore del suo marito per merito di avergli recato un figliuolo. Ma ci non fu. Ugo Spenser aveva gi preso il luogo di Gaveston nell'amicizia del padre vostro. Sire, voi poteste vedere quel giovane, e sapete quanta fosse la sua arroganza. Ben presto egli trapass ogni misura verso la regina, e la spogli della contea di Cornovaglia, a lei conceduta in appannaggio per le sue spese particolari. Vostra madre, disperata, mi fece scrivere a re Carlo il Bello suo fratello, non essere pi che una servente nel palagio di suo marito. Verso que' tempi grandi quistioni si suscitarono per cagione della Guienna tra Francia e Inghilterra. La regina si offerse al marito di andar mediatrice, passando il mare, tra lui e il re, fratello di lei, al che egli consent facilmente. La regina trov vostro zio gi prevenuto dalle lettere ch'ella medesima gli aveva scritto; e gli raccont tutto quello che egli ancora ignorava. Per la qual cosa, sdegnato fuor di misura, e cercando pure un pretesto di guerra, intim al re Edoardo secondo di dover andare a prestargli omaggio in persona, come a suo supremo signore. Spenser sent ben tosto ch'egli era perduto senza alcuno scampo: perduto se, accompagnando Edoardo, egli dava nelle mani del re di Francia; e perduto altres restando in Inghilterra durante il viaggio del re, il quale lo lasciava senza difesa alla bala de' baroni. Per egli propose al re un espediente, che pareva doverlo salvare, e fu nullameno cagione della sua caduta: ci fu di cedere a voi, monsignore, la sovranit della Guienna; e di mandarvi nella vece del re vostro padre a prestare il giuramento.
Ah! ecco dunque, lo interruppe Edoardo, la cagione perch ei commise quel fallo, che mi era stato sempre impossibile a intendere in un uomo di stato s destro. Continuate, poich ben veggo che mi dite la verit...
Io aveva bisogno di questo incoraggiamento, monsignore, perch sono a un punto....
Mautravers esit, ma il re:
S, so quello che volete dire: voi dovete favellare di Ruggero di Mortimer, il quale io trovai presso di mia madre arrivando a Parigi, e tuttoch mi fossi ancor fanciullo, mi accorsi della intimit che era tra lui e lei. Or ditemi, poich voi solo potete dirmi cotesto, quella intimit era ella nata a Parigi, o piuttosto prima in Inghilterra?
In Inghilterra; e ci fu la cagion vera dell'esilio di Ruggero.
Sta bene, ripigli il re; proseguite.
Non foste voi il solo, monsignore, ad accorgervi di quella intimit, ch il vescovo di Exeter, il quale vi aveva condotto alla regina, avvert, ritornato che fu a Londra, il re Edoardo di ci che succedeva. E quegli scrisse subito alla regina che dovesse ritornare, e a voi altres mand una lettera direttamente, invitandovi a partirvi da vostra madre e ritornare in Inghilterra.
Io non ebbi mai una tal lettera, lo interruppe Edoardo; e questa  la prima fiata che ne sento a parlare, dacch mio padre solo poteva informarmi di un tal particolare, n la regina mai mi permise di visitarlo nella sua carcere.
Quella lettera fu sottratta dal Mortimer.
Malnato! sclam Edoardo.
La regina rispose per mezzo di un manifesto, nel quale dichiarava che allora solo ella rientrerebbe nell'Inghilterra, quando Ugo Spenser fosse sbandito dalla presenza e dai consigli del re.
Quel manifesto da chi fu steso?
Non so: esso mi fu dettato da Mortimer, ma presenti la regina e il conte di Kent. Esso produsse in Londra l'effetto che doveva aspettarsene, e fu che i baroni, malcontenti, si aderirono alla regina e voi.
A me! A me! Ma sapevano pure che io non era niente pi che un povero fanciullo, ignorante di quello che si veniva travagliando, e del cui nome si abusava. E voglio che Iddio mi castighi in questo istante medesimo se ho giammai cospirato contro mio padre.
In quel mezzo tempo Carlo il Bello, il quale stava facendo apparecchi di moneta e d'uomini, siccome aveva promesso, in soccorso di sua sorella, vide arrivare alla sua Corte Tebaldo di Chatillon, vescovo di Saintes, portando lettere di Giovanni 22esimo, il quale sedeva allora papa in Avignone. Esse erano state scritte senza alcun dubbio ad istigazione di Ugo Spenser, poich ingiungevano al re Carlo, sotto pena di scomunica, che dovesse rinviare sua sorella e suo nipote in Inghilterra. Vostro zio allora, non che volesse sostenere le vostre parti contro la Chiesa, diede promessa formale al vescovo di Saintes di porre la regina e Vostra Altezza in podest del favorito di vostro padre. Se non che la regina fu avvertita in tempo...
Dal conte Roberto di Artois, non  egli vero? S, lo so. E infatti, allorch anch'egli, sbandeggiato, venne a richiedermi di ospitalit, fu questo il servigio ch'egli fece valere principalmente presso di me.
Ed era la pura verit. La regina, perduta d'animo, non sapeva a chi domandare quel soccorso che le era negato del proprio fratello. Il conte Roberto di Artois la consigli di ripararsi nell'impero, assicurandola che ivi troverebbe un buon numero di grandi signori animosi quanto leali, fra i quali principalmente il conte Guglielmo di Analto e il sire di Beaumont fratel suo. La regina, seguendo un tale consiglio, part quella notte medesima, e prese la volta dell'Analto.
La cosa fu pur cos. Mi ricordo del nostro arrivo al palagio del cavaliere Eustachio Aubrecicourt, e come vi fummo onorevolmente accolti da lui. Se mi desse l'occasione gliene renderei il cambio. Nella sua abitazione vidi la sera istessa, e per la prima fiata, mio zio Giovanni di Analto, che vi venne ad offerire i suoi servigi alla regina, e ci condusse al fratel suo Guglielmo ove mi avvenni in Filippa sua figliuola, la quale doveva poscia diventare mia sposa. Passiamo pure brevemente sovra tutti questi particolari: ch ricordo come noi partimmo dal porto di Dordrecht, e come c'incolse una tempesta, la quale svi dal cammin preso il nostro navilio, e lo spinse il venerd 26 settembre 1326 nel porto di Herewich. Quivi i baroni ci raggiunsero ben tosto, e mi sta tuttavia in mente che il primo di tutti fu il conte Enrico di Lancastro il Torcicollo. S, s, or so tutto dalla nostra entrata trionfale in Bristol fino all'arresto di mio padre, il quale fu fatto, se non fallo, all'abbadia di Neath, nelle contea di Galles, dallo stesso Enrico di Lancastro. Ignoro solamente se sia vero, come pure fu detto, che lo conducessero a mia madre.
No, monsignore, lo condussero dritto al castello di Kenilworth, che gli apparteneva in proprio, e si procedette alla vostra incoronazione.
Oh! allora non sapeva nulla di tutto questo: no, sul mio onore, mi avevano lasciato ignorare ogni cosa, e mi dicevano che mio padre era libero, e che rinunciava per fastidio e per istracchezza il trono d'Inghilterra. Con tutto questo per giurai di non accettarlo finch'egli vivesse. Ma come allora mi recarono la sua abdicazione in mio favore, e riconobbi la mano che l'aveva scritta, senza sapere ch'egli fosse svenuto due volte scrivendola, cedetti siccome a un ordine. Si ignorava ogni cosa, il ripeto sull'anima mia: ogni cosa, non eccettuata la decisione del Parlamento, per la quale il mio povero padre si dichiarava incapace al regnare, e che gli fu letta, come poscia ho inteso, nella sua carcere da quell'audace di Guglielmo Trussel. Oh! strapparon la corona dal capo suo per porla in sul mio, e mi affermavano ch'egli la dava a me liberamente e volontariamente come al suo ben amato figliuolo, mentre forse per lo contrario mi malediceva come un traditore e un usurpatore. Ohim!... Voi che siete stato lungamente presso di lui, avete mai inteso ch'egli facesse questo? Vi scongiuro di rispondere cos a me, come rispondereste a Dio!
Giammai, sire, non lo fece giammai. Egli reputavasi anzi a ventura che il Parlamento, deponendolo, avesse nel luogo suo chiamato voi.
Bene, queste parole mi alleviano il cuore. Continuate.
Voi non avevate ancora tocca, sire, l'et maggiore, e vi nominarono un consiglio di reggenza. La regina ne ebbe la presidenza, ed esso govern sotto la direzione di lei.
Fu allora appunto che mi mandarono ad osteggiare gli Scozzesi, i quali dovetti inseguire di monte in monte, senza mai poterli raggiungere. Al mio ritorno mi fu annunziato che mio padre era morto; ma non potei mai sapere quello che nella mia assenza avvenisse, n i particolari di quella morte, i quali desiderava pur tanto. Or ditemeli voi, che pur li dovete conoscere; poich appunto voi e Gurnay andaste a pigliare mio padre in Kenilworth, n pi lo abbandonaste finch fu vivo.
Mautravers titub un momento a rispondere. Il re gli lev gli occhi in faccia, e vedendo ch'egli sempre pi si faceva smorto e gli grondava dalla fronte il sudore:
Su via, gli disse, favellate. Voi sapete bene che non avete nulla a temere, poich vi ho data la mia parola: oltre di che Gurnay l'ha pagata ei per s e per voi.
Gurnay! grid Mautravers sempre pi incerto.
Eh! s. Non vi  dunque pervenuto a notizia come lo facessi arrestare in Marsiglia, e non aspettassi neppure per farlo impiccare che quel cane assassino avesse toccato la terra inglese?
No, sire, non lo sapeva, balbett Mautravers, appoggiandosi al muro.
Fra le sue carte per non trovarono niente: il che mi ha fatto pensare che gli ordini fossero in mano vostra, perocch l'idea di cos grandi misfatti non pu venire che in quelli a cui possono giovare, n si eseguiscono se non da chi ne abbia ordini precisi.
E gli ebbi difatti; e gli ho conservati come un ultimo mezzo di scampo o di vendetta.
Li avete con voi?
Li ho, sire.
Me li darete?
Subito.
Ottimamente.... Non vi esca di mente che hovvi fatta offerire la grazia a patto che voi mi direte tutto. Per dite pure, e senza timore.
Appena, sire, voi foste partito colle vostre genti, continu Mautravers con voce ancora bens alterata ma pi sicura, Gurnay ed io fummo scelti per andare a prendere il padre vostro in Kenilworth. Quivi noi trovammo l'ordine di doverlo menare a Corff, dove, non dimorato pi che alcuni d, fu tramutato a Bristol, e da Bristol a Berkley nella contea di Gloucester. Giunto col, fu dato alla guardia del castellano; ma noi pure dovemmo rimanere presso di lui per adempiervi le istruzioni avute.
E di qual tenore erano quelle istruzioni? domand Edoardo, a cui pure la voce si andava alterando.
Di far sostenere tanti rei trattamenti al prigioniero, ch'egli dovesse per disperato uccidersi colle proprie mani.
E quell'ordine era scritto?
No, fu verbale.
Guardatevi bene di non affermarmi cose, Mautravers, che non possiate provarmi!...
Voi mi avete domandata la verit tutta... e io la dico.
E... chi dunque... (Edoardo esitava) chi vi diede quell'ordine!
Ruggero di Mortimer.
Ah!... fece Edoardo come uom che respiri.
Ma il re, seguit Mautravers, sostenne ogni travaglio con tanta mansuetudine e pazienza, che il coraggio fu pi volte presso a mancarci.
Ah, sventurato padre! sclam Edoardo.
Saputosi per finalmente che l'Altezza Vostra stava per ritornare, e che le nostre persecuzioni, anzich alla disperazione, avevano condotto alla rassegnazione il prigioniero, una mattina ci fu recato l'ordine, sigillato colle armi di Herefort, l'ordine...
Oh! quello l'avrete, io spero, grid Edoardo.
Eccolo, monsignore.
E cos dicendo, Mautravers present al re una pergamena, da cui pendeva ancora il sigillo di Herefort. Edoardo la prese, e spiegatala lentamente e con mano che gli tremava:
Ma come, lo interrog; avete voi potuto obbedire all'ordine di Herefort, nel mentre che il re era lontano, e la reggenza in mano della regina? Che dunque tutti allora governassero, eccetto me? E che tutti avessero il diritto di morte, quando il solo che aveva il diritto di grazia non era presente?...
Leggete, sire, di grazia, soggiunse freddamente Mautravers.
Edoardo gitt gli occhi sulla pergamena. Un solo verso vi era scritto, ma bast perch'egli conoscesse la mano che l'aveva vergato, e:
Di mano della regina!... grid con ribrezzo.
S, di mano della regina, replic Mautravers; e sapevano che la conosceva, siccome quello che uscito di paggio, era divenuto suo segretario.
Per... riprese a dire Edoardo, riuscito che fu a leggere l'ordine, per qui non veggo nulla che vi autorizzasse a togliergli la vita. La proibizione per lo contrario mi pare formale: Edwardum occidere nolite timere bonum est: ci che vuol dire: Guardatevi bene dall'uccidere Edoardo,  cosa buona il temere.
Voi la pensate cos, perch il vostro amore figliale suppone la virgola, da cui  risoluto il sentimento della frase dopo la parola nolite. Ma la virgola manca; e come noi conoscevamo il desiderio segreto della regina e del suo favorito, credemmo che la virgola dovesse esser posta dopo il timere, e la frase in tal caso era precisa. D'uccidere Edoardo non vogliate temere,  buona cosa.
Ah! essi pensarono, mormor Edoardo coi denti serrati, e colla fronte che gli stillava sudore, pensarono che un tal ordine dovesse bastare, poich il misfatto prendeva sopra di s l'interpretazione.  per cosa infame che la vita di un re ne debba andare al giuoco di simili arguzie. La sentenza fu veramente da teologo... Oh!... che si fa!
Per noi, sire, l'ordine era formale, e lo eseguimmo.
E per qual maniera? Perocch al mio arrivare, che fu due d dopo la morte di mio padre, il corpo suo era esposto sovra il suo letto di comparsa: e tuttoch prima di farlo rivestire de' suoi reali abiti cercassi per tutta la sua persona qualche segno di una morte violenta, effetto di un delitto domestico, del quale aveva sospetto, pure non ne trovai alcuno, alcuno assolutamente. Or vel ripeto un'altra volta, voi avete la grazia vostra; e solo io ho a temer di morir dal dolore ascoltando un tale racconto. Ditemi dunque tutto; il voglio, e sono pur quieto, e sono fermo, vedete!
E in cos dire, Edoardo si volt a Mautravers, dando al proprio volto un sembiante di calma, e fissando i suoi occhi negli occhi dell'omicida, il quale volle obbedire, ma alla prima parola il coraggio gli venne meno. Indi fattosi forza:
Consentite, sire, egli disse, ve ne prego in nome del cielo, che io vi taccia que' particolari. Io vi rendo la vostra reale parola, e fatemi piuttosto condurre al patibolo.
Io ti ho detto che, poniamo pure che li dovessi far mettere a' tormenti, voglio sapere ogni cosa. Non provocarmi dunque pi che tanto, perch, credimi, fo gi molta forza a me stesso per non usare un tal mezzo.
Quando adunque abbia ad esser cos, stogliete, monsignore, da me i vostri occhi, perocch avete tanta rassomiglianza con vostro padre, che veramente come noi riguardate e m'interrogate per cotesta maniera, e' mi par essere guardato e interrogato da lui, e che il suo spettro esca di sotterra a domandare vendetta.
Edoardo allora, stornandosi da lui, lasciossi cadere la faccia in fra le mani, e con voce cupa:
Sia pur cos, disse; ora parlate.
La mattina del 21 settembre, prosegui Mautravers, noi entrammo come di consueto nella camera del padre vostro. O fosse dalla parte sua presentimento, o che avesse a noi contraffatto le facce il sentimento della orribilit che eravamo per fare, il re nel primo vederci mand un grido. Indi sbalzando del letto, si gitt in ginocchio colle man giunte, dicendo: Ah! voi certo non mi ucciderete senza concedermi prima un sacerdote. Noi chiudemmo l'uscio.
E senza concedergli un sacerdote, scellerati! sclam Edoardo, senza concedere a un re, il quale aveva diritto di comandare e pur vi pregava, quello che non si rifiuta all'ultimo dei delinquenti! Oh! ma ci non era nelle vostre istruzioni, e il vostro ordine poneva di uccidere il corpo e non l'anima.
Un prete, monsignore, avrebbe ogni cosa scoperto, perocch il re non avrebbe certo taciuto ch'egli si confessava in pericolo di morte, e che noi eravamo l per assassinarlo. Per intendete che l'ordine di farlo morir senza prete era compreso nel semplice ordine di farlo morire.
Deh, mio Dio! sclam Edoardo levando le mani al cielo, quando fu mai che voi condannaste un figliuolo a dover sentir raccontare dall'assassino del proprio padre orribilit cos fatte della madre sua? Finite, finite, ch il mio coraggio  al suo termine, e le forze mi vengon meno!
Noi non gli facemmo nissuna risposta, ma postegli le mani addosso, lo gittammo supino in sul letto, e intanto che io gli teneva calcato con una tavola rovesciata all'ins un cuscino in sulla faccia, Gurnay (e vi giuro, sire, che fu proprio Gurnay) gli fece entrare pel cavo di un corno un ferro rovente nelle interiora.
Edoardo gitt un grido, e levatosi dritto sulla persona di contra a Mautravers:
Lascia, disse, o sciaurato, lascia che io ben ben ti guardi per assicurarmi se tu sei veramente uomo. Oh! ma s, in fede dell'anima mia che tu hai una faccia umana, un corpo umano, una sembianza umana. Ah! demone, mezzo tigre e mezzo serpente, chi ti ha permesso che tu prendessi per tal modo la somiglianza d'uomo che  l'imagine di Dio?
Il pensiero del delitto non ci venne da noi.
Taci! grid Edoardo ponendogli una mano in sulla bocca, taci, se ti  cara la vita, ch io non voglio sapere d'onde venga. Odi: io ti ho promessa la vita salva, e te la do. Ecco, la mia parola  compiuta; ma bada bene: se da questo punto pur fiato uscisse dalla tua bocca circa gli amori della madre mia con Ruggero, o la pi minima accusa che mia madre fosse complice in questo infame assassinio, io ti giuro in fede di re, la quale tu vedi se io sappia osservare, che il nuovo misfatto ti sar pagato per modo che ne rimarranno in una saldati gli altri tutti. Dimentica dunque da questo momento cos il passato, che siati come un sogno febbrile, il quale da te si svanisse col delirio che lo aveva cagionato. Colui che intende di far valere in s le ragioni della propria madre al trono di Francia, debba avere tal madre che possa essere sospettata bens di debolezze proprie ad una donna, perocch ella  pur donna, ma non di scelleratezze da demone.
Io giuro, sire, di mantenere il segreto. Or comandate ci che volete da me.
Apparecchiatevi per accompagnarmi al castello di Reding, ov' la regina.
La regina!... vostra madre!
S. E non siete voi uso a servirla? e non  usa anch'ella di comandarvi? Io vi ho trovato un nuovo ufficio nella sua casa.
Io sono alla vostra merc, monsignore; fate di me ci che  il vostro grado.
Il vostro incarico sar lieve, dovendo voi solamente non lasciar giammai passare mia madre fuor della porta del castello che vi sar dato a guardare.
Dopo di questo, Edoardo usc, facendo segno al Mautravers di dovergli andar dietro. Giovanni di Analto e Roberto d'Artois, che stavano ad aspettarli all'uscio, maravigliarono grandemente per la difforme pallidezza del re; se non che veggendo com'egli camminasse con sicuro passo e che sal senza aiuto di chicchessia sul proprio cavallo, non si attentarono di fargli dimanda alcuna, e contentaronsi di cavalcargli non pi discosti che la met di quanto  lungo un cavallo. Mautravers, coi due che lo tenean guardato, andava dopo loro di un qualche tratto. Il piccolo stuolo seguit in silenzio le sponde del Tamigi, che valic a Windsor, e in men di due ore le alte torri del castello di Reding furono in vista. Quivi la regina Isabella di Francia, stata moglie di Edoardo Il, era stata, dopo il supplizio di Mortimer, sostenuta prigione sempre in una camera, dove due volte ogni anno, a tempi determinati, il re suo figliuolo veniva a visitarla. Per quando le fu annunziato quell'arrivo del re cos fuori dell'ordinario, ella rimase grandemente smarrita.
Allorch l'uscio della camera fu aperto, la regina tutta tremante si alz e si mosse per andare incontro ad Edoardo; ma dopo pochi passi le forze le vennero meno, e dovette appoggiarsi ad una seggiola. In quell'istante comparve il re accompagnato da Giovanni di Analto e dal conte Roberto di Artois, e si fece presso alla madre, che gli stese la mano. Non la prese Edoardo, ma solo le s'inchin. Allora la regina, fattosi il maggiore animo che potesse e sforzando di sorridere:
Mio caro signore, gli disse, a quale amorevol pensiero di figliuolo debbo il dono della vostra visita in un momento che s poco me l'aspettava?
Al desiderio che io aveva di riparare i miei torti verso di voi, madama, risposele Edoardo con voce compressa, e senza levare gli occhi. A torto aveva sospettato in voi errori, falli, e pur anche delitti, secondo che ne eravate accusata dalla pubblica voce, la quale per malavventura era una prova. Ma quest'oggi istesso finalmente ho certificata l'innocenza vostra.
La regina trasal, ed Edoardo:
S, madama, continu, ne ho avuta la certezza piena ed intiera, e ho condotto qua meco il gi vostro cavaliere Giovanni di Analto, sire di Beaumont, e il vostro vecchio amico conte Roberto di Artois, acci fossero presenti alla confessione de' miei torti verso di voi.
L regina guard con torvi occhi i due cavalieri, i quali taciti e attoniti erano presenti a quella scena; poi li rivolse di nuovo ad Edoardo, il quale continu:
Il castello di Reding da questo momento non  pi una prigione, ma una residenza reale, e vi avrete, madama, come in passato, paggi, dame d'onore e un segretario. Voi sarete trattata come si addice alla vedova di Edoardo secondo e alla madre di Edoardo terzo, e come merita di essere trattata colei che pel suo augusto parentato col defunto Carlo il Bello mi conferisce ragioni incontrastabili alla corona di Francia.
E la regina:
Ma non  questo un sogno? E posso io credere a tanta felicit?
S, madama,  il vero, e come ultima prova, eccovi il castellano a cui io commetto la guardia della vostra sacra persona. Entrate, cavaliere, soggiunse Edoardo.
Mautravers entr, la regina gitt un grido e si coperse gli occhi con ambe le mani, come se avesse veduto uno spettro. Perch Edoardo:
Che  dunque, madama? Io credeva di fare il piacer vostro riconducendovi un vostro vecchio servitore. E questo uomo non fu gi forse vostro paggio e vostro segretario? Non fu il confidente di tutti i vostri pensieri? E non potrebbe stare mallevadore a chi tenesse ancora sospetti della innocenza vostra al pari di voi medesima?
Deh! deh! mio Dio! sclam Isabella, se voi volete farmi morire, uccidetemi tosto, monsignore.
Io voler farvi morire, madama?... Oh! io voglio anzi per lo contrario che viviate e lungamente; e la prova  in quest'ordine che lascio nelle mani del castellano Mautravers. Leggete.
La regina cal gli occhi sulla pergamena marchiata col reale suggello presentatale da suo figlio, e vi lesse a mezza voce: Isabellam occidere nolite: timere bonum est. A quelle ultime parole ella mand una gran voce e cadde svenuta sulla seggiola. I due cavalieri accorsero per darle soccorso, ed Edoardo approssimandosi a Mautravers:
Cavaliere, gli disse, ecco le vostre istruzioni. Questa volta, voi lo vedete, esse son positive: Non uccidete Isabella: buona cosa  aver timore.
Indi voltatosi ai cavalieri:
Signori, ripigli, partiamo: ci bisogna essere a Londra innanzi giorno. Io mi tengo sicuro che voi vorrete far manifesta pubblicamente la innocenza di mia madre.
E senz'altro usc dalla stanza seguitato da Giovanni di Analto e da Roberto d'Artois, lasciando la regina, la quale cominciava a riprendere i sentimenti, non avendo pi presso di s che il suo antico segretario.
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Capitolo 3.
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Al doman l'altro del di, o pi veramente della notte in cui successero i casi test narrati, tre ambasciate partivan da Londra, recandosi l'una a Valenciennes, l'altra a Liegi e la terza a Gand. La prima aveva per capo Pier Guglielmo di Montaigu, conte di Salisbury, e Giovanni di Analto sire di Beaumont, suocero del re Edoardo terzo; la seconda era commessa a messer Enrico vescovo di Lincoln e a Guglielmo di Clinton, conte di Huntington per Adolfo di Lamark vescovo di Liegi, e questa, come la prima, traeva dietro s un corteo di ben meglio che cinquanta tra cavalieri, paggi e valletti per far mostra della possanza e splendidezza del re che erano deputate a rappresentare. Quanto alla terza ben mal rispondeva alla ostentazione di ricchezza e di sfarzo delle due prime, perocch ella non si componeva di pi che due pedoni e di un valletto; e di giunta i due pedoni, alla semplicit dei loro abiti, si sarebbero detti appartenere alla classe mezzana della societ. Vero  per altro che questa ambasciata ne andava a un semplice fabbricator di birra, a Giacomo Artevelle, che il re d'Inghilterra avrebbe per avventura temuto di umiliare, poniamo che gli avesse inviata una pi numerosa e pi splendida cavalcata. Questa per cos tutta semplice e non punto vistosa com'era, noi invitiamo i nostri lettori a voler seguitare con noi; e perci possano ben conoscerla, cominceremo dal considerare i due che la conducevano, e che in quel punto traversavano le contrade di Londra.
Un d'essi, il pi alto della persona, vestiva una specie di toga di color marrone, il cui cappuccio alzato gli nascondeva del tutto la faccia. Quell'abito tutto guernito di pelliccia aveva nelle sue larghe maniche uno sparato che ne lasciava uscire il braccio fino al gomito. Ci faceva agevole a vedere che di sotto si ricopriva un giustacuore di panno verde, simile a quello che si lavorava nel paese di Galles, e che un po' troppo grosso per essere portato da gran signori, era per fine troppo perch potessero abitualmente vestirsene le genti del popolo. Aveva stivali di cuoio a punte, ma non secondo i tempi, di lunghezza esagerata, e posavano sopra staffe di semplice ferro. Il cavallo baio scuro che portava l'ambasciatore al primo vederlo sarebbesi detto appartenere alla classe mezzana, come il suo padrone. Se non che l'occhio di un conoscitore al ritondeggiar del suo collo, all'inarcar della testa, alla sua forte groppa e alle sottili sue gambe, sulle quali s'incrocicchiavano come una rete le vene rilevate in numero grande, sarebbesi di facile accorto che esso apparteneva a quella pura razza normanna, della quale i cavalieri a quei tempi facevano un s gran caso, perch accoppiavano il vigore alla snellezza. E ben si vedeva infatti che il nobile animale non obbediva al suo padrone che lo faceva andare di passo, se non perch sentiva in esso uno scudiere di grande perizia; e quell'andare era s difforme dalla sua natura, che non fatto ancora un quarto d'ora di strada pioveva sudore e sprazzava per l'aria a fiocchi la schiuma ogni volta che nella sua impazienza rialzava la testa.
Il secondo personaggio non aveva col suo compagno, di cui abbiamo ora delineato il ritratto, alcuna rassomiglianza. Perocch era piccolo, biondo e magro; i suoi occhi, di qual colore non si sarebbe potuto ben dire, esprimevano quella cotal finezza beffarda che noi riscontriamo sovente negli uomini del popolo se per qualche accidente siano stati levati al di sopra dello stato in cui nacquero, senza per aver tocco alle altezze aristocratiche, delle quali si danno a vedere tanto pi sprezzatori, quanto pi desiderosi sono di guadagnarle. I suoi capelli di un biondo spento non erano tagliati n alla foggia de' signori, n a quella delle genti volgari; e la barba, comech fosse gi da assai tempo venuto nella et che suole perderla, in lui appariva s rada, che poteva dubitarsi se la intenzione sua fosse di portarla lunga, o se veramente non riputasse inutile per la sua pochezza il tagliarla. Egli indossava un saione di grosso panno bigio senza cintura, e con un cappuccio arrovesciato in sulle spalle; gli copriva la testa una berretta di lana del color medesimo con un cotal guernimento verde all'intorno, e a' piedi aveva due usattini rotondi in punta e allacciati in sul collo del piede, come i nostri stivaletti. Per cavalcatura erasi scelta una giumenta, e ci a quel che appariva, particolarmente per la sua mansuetudine; la qual cosa senz'altro lo denunciava per uomo del popolo, perocch un gentiluomo si sarebbe reputato a vergogna di montare una simil bestia.
Allorch i due cavalieri ebbero trapassato di circa un centinaio di passi le porte della citt, il pi grande di loro, non vedendo in sulla strada a grande distanza viaggiatori n contadini, si butt indietro il cappuccio, sotto il quale aveva nascosta la faccia, passando per le strade di Londra. E allora pot vedersi un bel giovane tra i venticinque anni e i ventisei, con bruni capelli, gli occhi azzurri e rossigna la barba, e con in testa una picciola berretta in velluto nero, a cui l'orlo rilevantesi appena, non toglieva la forma di una calotta. Per se la et sua non appariva maggiore dell'accennata da noi, aveva egli nondimeno di gi perduto il primo fiore della giovinezza, e la sua pallida fronte era solcata da una ruga profonda, la quale palesava pi di un pensiero grave aver dovuto faticar la sua mente. Vero  che in allora, somigliante a un prigioniero il quale abbia pur test riacquistata la libert, dava a vedere di aver gittato da s ogni cura, e rimesso ad altro tempo le bisogne di molto conto, perocch, posto il suo cavallo a tale passo che dovesse coll'altro camminar di conserva, dopo di avere per un breve tratto osservato in silenzio il suo compagno, che fece il medesimo verso di lui, cos con piglio di franca giocondit incominci:
Giuro, confratello, allorquando due hanno come noi a fare insieme un lungo cammino, io credo, salvo un pi savio avviso, che abbiano da fare tra loro conoscenza il pi presto possibile. Cos quanto si risparmia in noia, si guadagna altrettanto in amicizia. E oltre a ci io presumo che voi non avreste avuto punto a grave, se quando da Gand giungeste ambasciatore in Londra, un buon compagnone della mia fatta vi avesse informato delle usanze della citt, vi avesse indicati i signori di maggior conto alla Corte, e anticipatamente scaltrito dell'indole del sovrano al quale eravate inviato. Quello dunque che io di buon grado avrei fatto per voi, se la mia buona fortuna mi vi avesse dato per compagno nella vostra venuta in qua, non dispiaccia a voi di fare ora per me. E cominciamo dal nome vostro e dalla vostra professione, la quale stimo che per consueto debba essere in voi altra da quella di ambasciatore.
Ma potr anch'io poi farvi le stesse domande? rispose con un cotal far di diffidenza l'uomo dalla berretta grigia.
Senza alcun fallo; la confidenza vuol essere vicendevole.
Bene. Il nome mio  Gherardo Denis. Sono capo dei tessitori nella citt di Gand, e avvegnach assai contento del mio stato, sono di tempo in tempo forzato di gettar via la spola per dar una mano a Jacquemart nel maneggio degli affari pubblici, i quali, per vero dire, non vanno niente peggio in Fiandra che nelle altre contrade, per esser noi governati dai capi delle corporazioni.
...
Nota del Traduttore: Jacquemart: cos nominavisi famigliarmente Giacomo di Artevelle, che in lingua fiamminga doveva dirsi Jacob Von Ariveld.  Fine Nota.
...
Io vi ho detto, credo, quello che volevate da me sapere; ora parlate un po' voi.
Io, risposegli il giovine cavaliere, mi chiamo Walter; la mia famiglia, comech di nome e ricca, sarebbe ancor meglio se un'ingiustizia non avesse a mia madre fatto perdere una gran lite, che mi ha tolto la pi bella parte della mia eredit. Io sono venuto al mondo il d stesso che il re Edoardo, e ho poppato il latte istesso che lui; il che ha fatto essere sempre da lui a me un'amicizia grande. Il mio ufficio in Corte qual sia io non vel saprei ben definire; accompagno il re dove che sia, alla caccia, al campo e a consiglio. Brevemente, quand'egli vuole di alcuna cosa portar quel giudicio medesimo che se la vedesse cogli occhi propri, egli suol commettere a me di considerarla in vece sua. Ecco il perch mi invia di presente a Giacomo Artevelle, il quale tiene per suo amico e in un concetto del tutto particolare.
E' non ist punto a me di biasimare la scelta fatta da un principe di tanta saviezza e possanza quant' il re d'Inghilterra, e specialmente con voi, fecesi a dire Gherardo Denis con un inchino; ma parmi che il messaggiere sia ben giovine. Quando si vuol prendere una vecchia volpe non si conviene darle la caccia con cani giovani.
Ci va bene quando il fine sia di voler tirare altrui in inganno ed hanno a farsi pratiche di politica, rispose con un far tutto schietto colui che erasi dato il nome di Walter; ma quando si ha, come ora, da trattare soltanto cos alla buona e francamente di uno scambio di mercanzie,  cosa facile a intendersi fra gentiluomini.
Tra gentiluomini? replic Gherardo Denis.
S; Giacomo Artevelle non  forse di nobil famiglia? soggiunse Walter sbadatamente.
E Gherardo con un gran riso:
S, s di una nobil famiglia, ripet; s nobile, che il conte di Valois padre del re di Francia, volendo farlo viaggiare nella sua giovent affinch di niuna parte mancasse l'educazione di lui, lo condusse a Rodi, e fu trovato al suo ritorno s ben formato, che il re Luigi il Testardo gli diede un ufficio nella sua Corte. S, lo giuro, egli lo fece valletto della sua dispensa delle frutte; talch per considerazione di quella s alta dignit che aveva tenuto, pot trovare un gran partito, e sposare una facitrice di birra.
Quando sia pur cos, not Walter, il merito suo ha dovuto essere ben grande per acquistargli tutta la possanza che tiene.
Eh certamente, soggiunse Gherardo con quel suo eterno sorridere, che cangiava solamente di espressione a seconda dei casi; egli ha la voce forte e pu gridare alto e lunga pezza contro la nobilt, e ci  un gran merito, come voi dite, verso genti che hanno cacciato i loro signori.
Dicono che sia ricco quanto un re.
Eh! difatti non  punto difficile ammassar tesori come un principe orientale quando si riscuotono tributi e gabelle sui legni e sui vini, e hannosi le entrate d'un signore colla facolt di render solo quei conti che non si debbono, e si  talmente temuti, che non  un borghese il quale osi disdirvi un prestito che gli domandiate per grande che sia, avvegnach abbia la certezza che non gliene sar mai restituito nemmeno uno sterlino.
Voi dite che Jacquemart  temuto? io anzi lo credeva amato.
Se fosse amato, a che terrebbesi del continuo attorno sessanta o ottanta guardie come un imperatore romano, le quali non lasciano accostare ferro n acciaio alla persona sua?  ben vero che dicesi universalmente che ei non le tiene per difendersi, ma per attaccare altrui, contro gli empi e che fra esse ci ha due o tre uomini i quali sanno s bene i suoi pi reconditi segreti, che Jacquemart, allorch si abbatte in un suo nemico, non ha a fare che un segno, e l'inimico, sia pur alto e grande quanto si voglia,  di tratto spacciato. Ma volete che ve le dica? aggiunse Gherardo Denis percuotendo la coscia di Walter, il quale da un poco pareva appena ascoltarlo, la cosa non pu mica durare a lungo. A Gand ci sono altri uomini che valgono bene quanto Jacquemart, e che farebbero altrettanto bene che lui, e anche meglio con Edoardo tutti i trattati di politica e di commercio in cui sarebbe la convenienza ancora di quel gran re. Ma che diacine guardate voi per quel modo, e che cosa vi va per la mente?
Eh! vi do ascolto, mastro Gherardo, e non mi scappa pure una parola, rispose distrattamente Walter (o che temesse di dovere con un'attenzione pi viva venire in sospetto al suo interlocutore, o che gi avesse inteso quello che desiderava, oppur finalmente che gli fosse preso l'animo dall'obbietto che aveva tratto a s gli sguardi di lui); ma guardo nel tempo istesso quel bellissimo airone il quale si  alzato or ora dai paduli, e penso che se avessi qui uno de' miei falconi, potrei darvi lo spasso di una caccia al volo. Ma aff che noi l'avremo anche senza. Vedete l in fondo, in fondo un falcone che slanciano in caccia del nostro amico dal becco lungo. E: Oh, oh, si fece a gridare Walter, come se il nobile uccello avesse potuto udirlo. Or badate, mastro Gherardo, badate: l'airone ha veduto il suo nemico. Ah? brutto codardo, grid il giovane cavaliere, tu puoi ben batter ora delle ali a tua posta; ma se il tuo nemico  di razza, tu sei colto!
L'airone infatti, il quale vide il pericolo ond'era minacciato; gitt un lungo stridio di lamento, che fu inteso pur malgrado la distanza grande, e cominci a salire come se volesse perdersi nelle nubi. Il falcone che si fu accorto dell'intenzione di lui, adopr per assalirlo un mezzo conforme all'adoperato da quello; e mentre l'airone si innalzava verticalmente, egli si lanci per una linea diagonale, la quale tendeva verso il punto in cui dovevano giungere nel tempo stesso. La qual cosa vedendo Walter, che prendeva di quella vista un maraviglioso diletto:
Bravo, bravo, grid; bell'assalto e bella difesa! Oh, oh! Roberto, riconosci tu quel falcone?
No, monsignore, rispose il valletto, non men inteso del suo padrone al combattimento che stava per appiccarsi; ma senza sapere di chi esso sia, il suo volo mi d per sicuro che egli  di gran razza.
N tu t'inganni, Roberto. Egli ha un tratto d'ala, per l'anima mia! da girifalco, e fra un momento l'avr giunto... Ah? tu hai pigliato male le tue misure, mio nobile uccello, e la paura ha avuto pi preste ali che il coraggio.
L'airone infatti avea s bene misurate le forze proprie, che al giungere del falcone al punto prefisso egli eragli riuscito al disopra. Per la qual cosa l'uccello cacciatore continu il suo cammino passandogli di qualche tratto di sotto senza assalirlo; e l'airone profittando prestamente di quel vantaggio, data una volta, dirizz il volo ad altra parte, procacciando di acquistar dello spazio e di scappargli non pi coll'innalzarsi, ma con discostarsene. Per che Roberto come confuso grid:
Oh! avremmo noi per avventura mal giudicato il nostro falcone, monsignore? Ecco in fede mia ch'esso fugge dalla mia parte nel modo istesso che l'airone dalla contraria.
Eh! no, risposegli Walter, il quale sembrava avere con tutto il calore tolte le parti del falcone; non vedi tu che prende lo slancio?... Guarda!... Guarda!... ecco ha gi data la volta!... Oh! oh!
N Walter s'ingannava. Il falcone assicurandosi nella velocit del suo volo, aveva lasciato al suo nemico pigliar dello spazio, ma trovandosi finalmente giunto all'altezza di quello, gli riveniva contro, tenendo per tuttavia una linea ascendente. L'airone allora gitt di nuovo uno strido come di distretta, e ripigliando il fare di prima, tent di nuovo di alzarsi perpendicolarmente. In meno che non si dice, i due uccelli furono s alti, che parevano doversi perdere in fra le nubi. L'airone non riusciva a guardarlo niente pi grosso di una rondine, e il falcone appariva come un punto nero.
Or chi  superiore? grid Walter. Essi sono tanto alti, che in sull'onor mio non discerno pi niente.
Cos  anche di me, monsignore.
Ma poco stante:
Oh bene! bene! Ecco l'airone che ci risponde, sclam il giovin cavaliere battendo palma a palma, perch se non si vede, si fa ancora sentire. State attento, mastro Gherardo, ben attento, e li vedrete calare assai pi presto che non sono saliti.
Non aveva infatti appena finite queste parole, che i due uccelli riapparvero, e senz'altro fu agevol cosa a vedere che il falcone teneva il di su, e che l'airone, assalito con gran colpi di rostro, non rispondeva pi che per strilli. Indi ripiegate le ali, lasciossi come una pietra cascar gi un cinquecento passi lontano dai viaggiatori, perseguitato pur sempre dal suo avversario, il quale quasi nell'atto istesso gli fu addosso.
Walter allora dato di sproni al suo cavallo lo slanci a galoppo verso dove aveva veduto riuscire i due uccelli, e saltando siepi e fossi, fu bentosto laddove il falco vincitore stava di gi pascendo le cervella del vinto. Il giovine cavaliere nel primo trattato riconobbe il falcone essere della leggiadra Alice di Granfton, e pigliata prestamente l'opportunit che niuno dei falconieri, n de' cacciatori non era quivi per anco arrivato, sbalz gi del cavallo, e pose al becco dell'airone un anello di smeraldo di un gran pregio. Indi chiamato a s il falcone per nome, il quale se gli and a posare in sul pugno, risal a cavallo e tornato a' suoi, rimisesi in via coll'aggiunta all'ambasciata di un nuovo compagno.
Non era ancora per andato avanti un quarto di lega, che intese gridarsi dietro le spalle; e rivoltandosi vide un giovane che a spron battuto ne veniva a lui. Ben tosto ebbelo ravvisato per Guglielmo di Montaigu, nipote del conte di Salisbury, il quale ancora di tanto lontano, che appena poteva essere inteso, a lui che si era fermato per aspettarlo grid:
Signor cavaliere, il falcone di madama Alice non  n da vendere n da comprare. Vogliate dunque in cortesia ritornarmelo in iscambio di questo anello ch'ella vi restituisce, o giuro che vel sapr ritorre.
Alle quali parole Walter rispose tranquillamente.
Mio bel paggio, tu dirai alla tua signora che essendomi posto in viaggio senza prender meco per dimenticanza il mio falcone, compagno, come ben sai, inseparabile di qualsivoglia nobil signore, io prendo a prestanza il suo, lasciandole cotesto anello per pegno che gliel render. Se il pegno per non paresse ancora bastante, andrai tu stesso alla mia falconeria, e pigliando i due girifalchi pi belli che vi siano appollaiati, gli offrirai alla vaga Alice.
Grande stupore prese Gherardo Denis vedendo il giovane baccelliere, di cui aveva inteso le minacciose parole, allibire e tremare al primo intendere la voce di Walter, e udita la sua risposta, quel s terribil messaggiere inchinarsi rispettosamente ed obbedire senza pur attentarsi di replicare. Ma Walter, non fatto alcun segno di aver notata la stupefazione del suo compagno:
Andiamo, egli disse, mastro Gherardo. Noi abbiamo,  vero, perduto un po' di tempo; ma  stata una s bella caccia da vedere, e ci ho acquistato un nobile uccello.
Cos dicendo, egli accost le sue labbra al falcone, il quale gli stese, con un fare alla sua maniera affettuoso, il collo, siccome uso a quella fatta di vezzi, e riprese il camminare.
Intanto il giovane baccelliere, voltato il cavallo verso dove attendevalo la bella Alice, e considerando con tristo animo il magnifico anello che gli era commesso di riportarle:
Ah! non ci  pi alcun dubbio, disse con un sospiro; non c' pi alcun dubbio: egli l'ama!
Quanto a Walter, quell'avventura gli aveva cos altamente occupata la mente, che arriv all'albergo ove doveva passare la notte, senza dire pi motto a mastro Gherardo Denis.
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Capitolo 4.
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All'alba del d seguente gi erano in piedi i due viaggiatori, i quali, l'uno come soldato, l'altro come uomo di condizione mezzana, parevano avvezzi a quel camminar mattutino; e gli apparecchi per la partenza furono fatti con una prestezza tutta cos militare, che all'apparire del sole all'orizzonte essi erano gi alla via. Ad un quarto di lega circa dall'albergo donde si erano partiti, la strada si divideva in due; l'una metteva ad Harwich, l'altra a Yarmouth; e Walter aveva gi piegato il suo cavallo per la seconda, quando il suo compagno sostando:
Con vostro permesso, messere, disse Gherardo Denis, noi prenderemo la strada di Harwich, avendo io alcuni affari urgenti a cui dare assetto in quella citt.
Avrei creduto, soggiunse il giovine cavaliere, che a Yarmouth avremmo trovato pi facilmente il passaggio.
Ma meno sicuro, replic Gherardo.
Pu ben essere; nullameno come la linea da quella parte era pi dritta per afferrare al porto dell'Ecluse, cos io pensava che voi, al pari di me, l'avreste preferita.
La linea pi dritta, messere,  quella che mena laddove si vuole andare, e se noi abbiamo caro di arrivare sani e salvi a Gand, si convien mettere la vela per alla volta di Newport e non per l'Ecluse.
Per che ragione?
Perch rimpetto a quella seconda citt ha una certa isola di Cadsand, la quale  guardata da messer Guido di Fiandra, fratel bastardo del conte Luigi di Cressy, dal nostro ex-signore, dal duchre, che in lingua fiamminga significa signore, di Hallewin e da messer Giovanni di Rodi, i quali ne sono capitani e sovrani, e domanderebbero per avventura delle nostre due persone, poniamo che ci avessero nelle mani, un riscatto assai pi forte che non potrebbero pagare un capo di tessitori e un semplice cavaliere.
Oib! rispose Walter ridendo e mettendo il suo cavallo per la strada che gi aveva presa il suo prudente compagno; io tengo per sicuro che Jacquemart d'Artevelle e il re Edoardo terzo non vorrebbero per mancanza del riscatto lasciar morire i loro ambasciatori prigioni, dovesse pure il riscatto costar per ciascuno diecimila scudi d'oro.
Non so, riprese a dire il tessitore, quello che per messer Walter si farebbe il re Edoardo; ma certo sono che Jacquemart, ricco sfondato com', non ha messo da parte pur un danaio pel caso che l'amico suo mastro Gherardo Denis andasse preso, fosse anco dai Saracini, i quali son miscredenti ben altro e di lunga che i signori di Fiandra. Consentite dunque che alla mia sicurezza provvegga io: ch non  amicizia di grande e non di figliuolo n di fratello la quale difenda cos validamente il petto di un uomo, come lo scudo che porta il suo braccio sinistro e la spada che impugna la sua mano destra. Io veramente non ho n spada n scudo, e sarei anzi in grande impaccio, poniamo che dovessi far uso di tali cose, come quello che pi sovente ho maneggiato il fuso e la spola, che la daga e la targa; ma ho la prudenza e la scaltrezza, arme offensive e difensive, che di bont possono stare in pari a ben altre, ove siano adoperate da una testa del continuo in attenzione di scansare qualsivoglia sinistro al corpo che ha l'onore di sopportarla; e questa testa bisogna pur renderle il suo merito, ha infino ad ora compiuto destramente l'ufficio commessole.
Ma dite un poco, chiesegli Walter, volendo noi evitare il presidio di Cadsand, rischiamo di dare in alcuno di que' pirati brettoni, normanni, piccardi, spagnuoli o genovesi, i quali navigano continuamente al soldo del re Filippo lungo le coste della Francia? E credete voi che Ugone Quieret, Nicola Behuchet o Barbavara sarebbero di pi facile contentatura inverso noi, che messer Guido di Fiandra, il signore di Hallewyn o Gianni di Rodi?
Oh! quanto a coloro vanno pi in busca di mercanzie che di mercanti, e fa loro pi gola la lana che i montoni: onde incontrandoli per la peggio col lasciar loro nelle mani il nostro carico sarebbe finita.
Avete voi dunque un legno mercantile a' vostri comandi nel porto di Harwich?
No, per mia malavventura. Non ci ho che una piccola galera, grande appena quanto  una barca, la quale ho noleggiata per conto mio partendo dalla Fiandra, e che non pu capir nel suo corpo guari pi che trecento sacchi di lana. Se avessi potuto trovare pi facilmente e pi a buon mercato la mercanzia, avrei pigliato un naviglio di maggiore ampiezza.
Ma io credeva, disse Walter, che il re Edoardo avesse messo un sequestro alle lane d'Inghilterra, e proibito sotto pene assai forti di portarle fuori del regno.
Oh! ci fa essere la speculazione pi vantaggiosa. Per quand'io ho saputo che Giacomo voleva inviare un ambasciatore al re Edoardo, ho domandato di essere prescelto, pensando che per la mia carica di ambasciatore delle buone citt di Fiandra, sarei reputato occuparmi pi di cose di stato, che di commercio, e che potrei per conseguente fare con pi agevolezza un buon colpo. N io mi era ingannato, e se mi vien fatto di giungere senza sinistri a Gand, il mio viaggio non sar stato gittato.
Ma se il re Edoardo, anzich inviare un messaggiero per praticare direttamente con Giacomo d'Artevelle, avesse tolto via di tratto, secondo la domanda che voi gliene facevate, la proibizione posta all'uscita della lana, e' mi sembra che la vostra speculazione riusciva men lucrativa, dacch voi avete fatto, se ho ben inteso, le vostre compere innanzi alla vostra venuta in Londra, e avendo trafficato di una merce proibita, avete dovuto di necessit pagarla pi caro.
E' si vede bene, mio giovane confratello, risposegli Gherardo Denis sorridendo, che voi vi siete occupato pi di cavalleria che di commercio, poich nel caso mio, a quel che pare, voi sareste stato impacciato da una cosa tanto dappoco.
Io vi confesso che l'osservazione vostra  giusta; ma ci non mi fa niente meno desideroso d'intender da voi per quale maniera l'avreste fatta in tal caso.
In tal caso avrebbe bastato indugiare la pubblicazione e sollecitare la vendita; e come io sarei stato in una portator del decreto e delle lane, avrei tenuto chiuso il mio portafogli finch i miei sacchi non fossero stati vuoti; la qual cosa voleva bene poco tempo, aggiunse Gherardo mettendo un sospiro, ora che le nostre officine per ben tre quarti son chiuse non gi, la merc di Dio, per mancanza di denti, ma sibbene di nutritura da cacciarvi sotto.
Evvi dunque in Fiandra carestia delle lane inglesi?
Proprio carestia. E datemi ascolto, continu Gherardo facendosi con piglio di confidenza pi presso a Walter, e abbassando la voce, bench sulla strada non ci avesse pur anima; ci sarebbe, se voi il voleste, da tentare una buona speculazione.
E quale mai? Io non ho cosa che pi desideri che di compiere la mia educazione nel fatto del commercio; e voi mi parete il maestro pi acconcio che mi potessi avere per riuscire prestamente a questo effetto.
Che cosa volevate fare a Yarmouth?
Non altro che prendere un legno della marina reale, come i miei poteri mi davano facolt di fare.
Quella facolt era per un solo porto?
No, per tutti i porti d'Inghilterra.
Ottimamente; prendete dunque ad Harwich il legno che dovevate prendere a Yarmouth, e non bisogna che abbia la capacit dell'Edoardo o del Cristoforo, che si dicono essere i pi grossi navigli che si lanciassero giammai da cantieri, ma che sia di un corpo mezzano, e con un ventre che possa capire la fortuna di due uomini, e preso che voi l'abbiate, vi abborracceremo dentro lo stomaco le migliori lane del paese di Galles; lo faremo seguire dalla nostra piccola galera, la quale pure si pu far senza di perdere, e arrivati laggi, ci divideremo il tutto da buoni fratelli. Se non avete danari, poco monta, poich ho del credito.
Il vostro pensiero, disse Walter, mi sa buono.
Eh! non  vero? grid Gherardo cogli occhi brillanti di gioia.
Ma ci  una disgrazia, ed  che in coscienza non posso metterlo in esecuzione.
Per qual ragione? chiese Gherardo.
Perch io stesso ho dato a re Edoardo il consiglio di non dover lasciar uscire neppure una sola balla di lana dai porti d'Inghilterra.
Gherardo fece un movimento di stupore, ma l'altro sorridendo continu:
Ci che vi ho detto per non deve inquietarvi, o mio buon compagno; i, trecento sacchi di lana che avete comperi, potete portarveli via; ma del rimanente credete a un uomo che vi parla da amico, non passate pi in l colle vostre speculazioni. Quanto a me, ben vi siete apposto, mi occupo assai pi di cavalleria che di commercio, e come queste due occupazioni non possono stare insieme, cos fra esse la mia scelta  fatta. Desidero restar cavaliere.
Poi voltandosi al paggio:
Roberto, datemi la Contegnosa.
E Roberto, avendogli sporto il falcone della bella Alice, che prese in sul pugno, pass dall'altra parte della strada, lasciando a Gherardo, capo de' tessitori, continuar solitario il suo cammino, e tutto sbalordito della maniera in che era stata accolta una proposta che gli sembrava pure cos naturale, e che nel luogo di Walter egli avrebbe trovato di tanto suo comodo.
Or pigliando noi l'opportunit del continuare che essi fanno in silenzio il loro cammino per Harwich, gittiamo, per la intelligenza de' fatti che seguiteranno, e per poter fare un giusto giudizio dei personaggi che tra poco dovranno venire in iscena, un'occhiata sulla Fiandra, sede privilegiata delle tre regine del commercio occidentale nel medio evo, vogliamo dire Iprea, Bruggia e Gante.
L'interregno succeduto dopo la morte di Corradino, morto a Napoli nel 1268 per ordine di Carlo d'Angi, fratello di S. Luigi, avendo nell'Alemagna fatto nascer lunghe turbolenze per causa dell'elezione, i signori, secondo che gi dicemmo, erano a poco a poco pervenuti a togliersi dalla giurisdizione dell'impero; e le citt alla lor volta, scaltrite dall'esempio che era loro offerto, fecero loro provigioni per francarsi dalla possanza feudale. Magonza, Strasborgo, Wormazia, Spira, Basilea e tutte le citt che erano tra Reno e Mosella, si accordarono in un trattato offensivo e difensivo all'effetto di sicurarsi dalle violenze de' loro signori, dei quali altri dipendevano dall'impero, altri dalla Francia. A fare quella difesa gli aveva precipuamente mossi l'amor della propriet che in loro era stato cresciuto senza misura dalle immense ricchezze accumulate dal trafficare sulle loro piazze. In que' tempi che il Capo di Buona Speranza non ancora era stato scoperto da Bartolomeo Diaz, n apertane la via da Vasco di Gama, tutti i trasporti si facevano per carovane, le quali partendo dall'India, ove si congregavano tutti i prodotti del suo oceano, e costeggiando le rive del golfo Persico, riuscivano a Rodi o a Suez, di che avevano fatti i due loro grandi empori, e per legni da carico di l si riducevano a Venezia.
Quivi le mercanzie erano alla prima messe in mostra dentro a magnifici bazari della citt serenissima, la quale poscia parte ne spediva negli altri porti del Mediterraneo per mezzo delle sue mille navi, e parte verso l'Oceano, da cui erano provvedute tutte le contrade situate al settentrione e all'occidente di Venezia. Ma per quelle bande era mestieri usare da capo le carovane, e passavano per mezzo le contee indipendenti del Tirolo e di Wurtemberga; costeggiavano il Reno fino a Basilea; lo varcavano di sotto a Strasborgo, e continuando per l'arcivescovado di Treveri, pel Lussembergo e pel Brabante, andavansi a fermare in Fiandra dopo di aver provveduto nel loro passaggio i mercati di Costanza, di Stuccarda, di Norimberga, di Augusta, di Francoforte e di Colonia, citt ospitaliere e quasi caravanserragli dell'occidente.
Per la qual cosa Bruggia, Iprea e Gante erano divenute come ricche succursali di Venezia; e dai loro magazzini uscivano a spandersi nella Borgogna, nella Francia e nell'Inghilterra le spezie di Borneo, i drappi di Cachemir, le perle di Goa e i diamanti di Guzarate. In iscambio di tali derrate, le citt anseatiche ricevevano i cuoi di Francia e le lane dell'Inghilterra, che esse lavoravano quasi esclusivamente, e che le carovane sopraddette tramutavano nel loro ritorno fino alle ultime Indie, da cui si erano mosse.
Ora di facile si comprende come que' ricchi borghesi, i quali potevano di lusso gareggiare coi signori dell'impero, dell'Inghilterra e della Francia, dovessero sostenere impazientemente le estorsioni del loro duchi o conti. Cos essi avevano quasi sempre guerra con loro, poniamo che non l'avessero colla Francia.
E colla Francia le contese si erano assai raggravate verso l'anno 1297, regnando Filippo il Bello. Perocch il conte di Fiandra aveva a quel re dichiarato ch'egli cessava di essere suo vassallo, n pi lo riconosceva per sovrano. Filippo invi tostamente l'arcivescovo di Reims e il vescovo di Senlis, i quali bandirono l'interdetto contro il conte di Fiandra. Questi ne appell al papa, il quale avvoc a s la conoscenza del fatto. Se non che Filippo scrisse al sovrano pontefice che gli affari del suo reame si appartenevano da giudicare alla Corte dei pari, e non alla Santa Sede. E per conseguenza, messo insieme un esercito, mosse contro la Fiandra, gittando nel mentre istesso per Italia i semi di quella grande discordia religiosa, la quale caus la morte di Bonifacio ottavo, e la translazione del papato nella citt di Avignone.
Avendo Filippo il Bello inteso tra via come il re de' Romani veniva con genti in aiuto a' Fiamminghi, non messo indugi di mezzo, gl'invi Gaucher di Charillon suo conestabile, il quale per moneta comper che si ritirasse, intantoch Alberto d'Austria riceveva medesimamente molto tesoro per intrattenere Ridolfo nell'Alemagna. Filippo, francatosi per tal modo dalla podest spirituale di Bonifacio ottavo e dalla temporale dell'imperatore, corse addosso a' suoi nemici, e la guerra in su le prime non gli di che vittorie. Lilla cal a patti, Bethune fu forzata, Douai e Courtray gli si diedero a discrezione, e il conte di Fiandra fu posto in rotta nelle circostanze di Furnes; ma poscia volendo accennare a Gand, si trov incontro i fuggiaschi rannodati da Edoardo primo d'Inghilterra, il quale aveva passato il mare in loro soccorso. Non volendo n l'uno n l'altro de' due sovrani correre il rischio di una battaglia, fermarono a Tournay una tregua di due anni e per quella tregua Filippo rest padrone di Bethune, di Courtray, di Donai e di Bruggia. Al finir della tregua Filippo quarto mand il fratel suo Carlo di Valois a ricominciare la guerra interrotta, ed avendo la citt di Gand aperto a lui le porte, il conte di Fiandra e i suoi due figliuoli ne uscirono seguitati da un gran numero di signori, e si andarono a gittar supplichevoli ai piedi del re. Filippo li mand tutti e tre prigioni, il conte di Fiandra in Compigne, Roberto, il primo de' figliuoli, a Chinon, e Guglielmo, il secondo, nell'Alvernia. Dopo ci, entrato egli in Gand, vi menom le imposte, concedette alle citt nuovi privilegi, e quando egli credette essersi acquistata l'affezione del popolo, dichiar che il conte aveva per la sua fellonia meritato la confisca de' suoi stati, i quali egli riuniva alla Francia.
Questo fare non andava punto a' versi ai Fiamminghi, i quali avevano sperato qualche cosa di meglio, che un solo mutar di padrone. Per la qual cosa, aspettato con pazienza che il re se ne andasse, si levarono a romore. Principale furono a quel moto Pietro Leroy tessitore e il beccaio Breget; e quel moto era tanto conforme alle inclinazioni e agli interessi dell'universale, che in breve si fu allargato per tutta la Fiandra; n la notizia del fatto era ancora pervenuta a Parigi, che Pietro Leroy aveva gi ripigliato Bruggia; Gante, Dam e Ardemborgo si erano sollevate, e le buone genti di Fiandra, chiamatosi generale Guglielmo di Juliers, nipote del conte che le aveva raggiunte e aveva preso, mediante l'opera loro, Furnes, Bergues, Vindale, Cassel, Courtray, Oudenarde ed Iprea.
Filippo mand loro contro un esercito, capitanato dal conestabile Orlando di Clermont di Nesle e da Roberto conte di Artois, padre di quello che noi abbiamo veduto arrivare proscritto alla Corte del re d'Inghilterra. Quell'oste and a rompersi contro il campo affortificato di Guglielmo di Juliers, lasciando entro alle sue fosse il conestabile, che non volle arrendersi, Roberto d'Artois che fu trovato con trentadue ferite nella persona, due marescialli di Francia, l'erede di Brettagna, sei conti, sessanta baroni, dodici centinaia di gentiluomini e seimila soldati.
Per vendicare quella disfatta, che aveva ripiena di lutto tutta la nobilt della Francia, Filippo entr il seguente anno in Fiandra, e dopo di aver sottomessa Orchies, and a mettersi a campo a Mons-en-Puelle, fra Lille e Douai.
Due giorni appresso nell'atto che Filippo stava per mettersi a tavola, un gran romore levossi improvviso fra le sue genti. Affacciatosi egli di lancio alla porta della sua tenda, si trov a petto con Guglielmo di Juliers, il quale aveva penetrato nel campo con trentamila Fiamminghi; ed era spacciato affatto, se Carlo di Valois fratel suo non si fosse avventato alla gola del generale nemico. Nel mentre che que' due lottavano a corpo a corpo, Filippo ebbe spazio di prendere l'elmo, le manopole e la spada, e senz'altre armi, salito a cavallo, adun tutta la sua cavalleria, e avventatosi contro la infanteria fiamminga, ne abbatt seimila uomini e il restante sbaragli. Indi voltando a suo profitto l'avvantaggio recatogli dalla fama di quella vittoria, corse senza dimora a campeggiare Lilla. Ma non appena vi aveva piantato le tende, che Giovanni di Namur, il quale aveva messo insieme ben sessantamila uomini, gl'inviava un araldo domandandogli una pace onorevole, o sfidandolo a battaglia. Filippo, maravigliando quella tanta prontezza con cui la ribellione aveva riparato quella percossa, e trovato ancora pur tante forze, consent la pace addomandata.
I patti furono che Filippo ritornerebbe a libert Roberto di Bethune, e gli restituirebbe la sua contea di Fiandra; con obbligo per che non potesse avere pi che cinque citt circondate di mura; e anzi che quelle mura altres potesse il re fare abbattere quando giudicasse ci necessario; e che Roberto presterebbe fede e omaggio, e pagherebbe a diversi termini una somma di dugento mila lire. Oltreci venivano restituite alla Francia Lilla, Doaggio, Orchies, Bethune e le altre citt tutte al di qua della Lys.
Questo trattato fu bene o male osservato fino nel 1328, cio fino a quando Luigi di Cressy, scacciato da' suoi sudditi, si ripar alla Corte di Filippo di Valois. In quel mezzo tempo, scorso pacificamente, tre re, Luigi decimo, Filippo quinto e Carlo quarto avevano l'uno dopo l'altro occupato il trono.
Filippo di Valois, succeduto all'ultimo dei sopraddetti, usc alla volta sua per combattere i Fiamminghi, e li trov affortificati sulla montagna di Cassel, comandati da un mercante di pesci per nome Collin Zannec, il quale aveva fatto mettere alla sbarra del suo campo un gallo con i due versi seguenti:
Quando cantato questo gallo avr, Il re trovato ci conquister.
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Nota: Filippo di Valois era chiamato re trovato per essere stato eletto dai baroni dopo la morte di Carlo il Bello, il quale non lasciava n figliuoli n fratelli, ma solamente Edoardo re d'Inghilterra suo nipote per parte di donna, e Filippo di Valois suo cugino per parte di uomini. Fine nota.
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Nel mentre Filippo cercava per quale maniera potesse far cantare il gallo di Zannec, questi per tre d successivi era penetrato negli alloggiamenti di lui in abito di mercante di pesci; e avendo notato come il re durasse lunga pezza a mensa e dormisse dopo il desinare (esempio che era seguito da tutta la sua oste), gli venne il pensiero di sorprendergli il campo. Per la qual cosa il 23 agosto, a due ore dopo il mezzod, mentre quivi ogni cosa dormiva, Zannec fece accostar le sue genti, da cui le sentinelle sorprese furono messe a morte, innanzi che si avesse sentore della venuta sua. I Fiamminghi si sparsero per gli alloggiamenti, e Zannec traeva verso la tenda reale con cento uomini risoluti, allorch il confessore del re, il qual solo, per essere occupato in una santa lettura, non avea preso sonno, intese il romore e grid allarme. Filippo fe' dar nelle trombe, e i suoi soldati riscossi a quel suono, miser mano prestamente alle armi, e avventatisi contro i Fiamminghi, ne tagliarono a pezzi, se si voglia dar fede alla lettera che scrisse il re medesimo all'abate di San Dionigi, diciottomila e cinquecento. Zannec non volle sopravvivere a quella disfatta, e si fece ammazzare.
Quella battaglia ridusse la Fiandra alla merc del vincitore, il quale smantell Iprea, Bruggia e Courtray, e fece prendere e affogare trecento dei loro abitanti. Per quella maniera la Fiandra torn per riconquista a Luigi di Cressy, il quale non osando nullameno di dimorare in alcuna delle sue citt, continu a soggiornare in Francia, d'onde governava la sua contea.
E fu durante quell'assenza che la possanza di Giacomo di Artevelle si accrebbe tanto smisuratamente, che a vederlo sarebbesi detto il padrone sovrano della Fiandra. E da lui infatti, non da Luigi di Cressy, siccome abbiamo veduto, era stato inviato un messaggiero al re Edoardo, affine di poter ottenere l'esportazione delle lane dall'Inghilterra, consistendo in esse il principal commercio delle citt anseatiche. E noi abbiamo raccontato come Edoardo avendo con prontezza maravigliosa fatto ragione dell'immenso partito che poteva trarre dai vecchi rancori che erano fra Filippo di Valois e la Fiandra, non aveva punto rifiutato di trattare da pari a pari col birraio di Artevelle.
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Capitolo 5.
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Dopo il racconto degli avvenimenti che successivamente portarono il birraio di Artevelle a quell'altezza di possanza che abbiamo veduto, sar minore la maraviglia di vederlo uscire della sala ove i deputati delle corporazioni consultavano per l'ordinario delle bisogne della citt e della provincia per mezzo a un corteggio che sarebbe stato onorevole anche a un principe sovrano. Non appena difatti erasi egli mostrato in sulla soglia della sala, che, sebbene avesse ancora tutto il cortile da traversare innanzi di aver tocca la strada, un ventina di valletti armati di bastoni gli si erano messi davanti per aprirgli il passo in fra il popolo, che sempre traeva a calca ne' luoghi per dove egli aveva a passare. Arrivato in sulla porta, ove da paggi e scudieri eran tenuti alcuni destrieri, egli si fece presso alla sua cavalcatura, raccolse le redini da cavaliere esperto, e si fu messo in sella con pi di agevolezza che non sarebbesi aspettata da un uomo del suo stato, della sua corpulenza e della et sua. A destra e a sinistra gli si posero montati l'uno sopra un cavallo da guerra magnifico e degno veramente di un nobile e possente cavaliere, l'altro sopra di un palafreno di quell'andar dolce che si conveniva al suo stato, il marchese di Juliers, figliuolo a quel Guglielmo di Juliers che nella giornata di Mons-en-Puelle avea penetrato fin nella tenda di Filippo il Bello, e il fratel suo messer Valerando, arcivescovo di Colonia. Dopo loro succedevano il sire di Fauquemont e un valente cavaliero che appellavano il Courtresiano, come quello che era nato nella citt di Courtray; ed era sotto quel nome conosciuto anzi meglio che sotto quello di Zegher, che era il proprio della sua casa. Finalmente dopo que' due nobili signori andavano alla mescolata i deputati delle buone citt e i caporali delle corporazioni.
Quel corteggio era s numeroso, che niuno si fu accorto di due novelli personaggi, i quali a una svolta di strada si erano ad esso mescolati, e o perch la curiosit facesse loro desiderare di poter farsi presso a Giacomo di Artevelle, oppure che al loro grado ci fosse dicevole, essi fecer di modo che riuscirono a mettersi nella fila subito dopo il sire di Fauquemont e il Courtresiano. Dopo circa un quarto d'ora di quell'andare, i primi della colonna si fermarono davanti a una abitazione avente pi piani, la quale rendeva un'apparenza tra l'industriale e il signorile. Quivi i cavalieri tutti si calarono a terra, e i famigli, presi per mano i cavalli, li menarono dentro grandi rimesse destinate all'ospitalit de' quadrupedi. La casa era di Giacomo Artevelle, il quale, voltatosi indietro per invitare il corteggio a dover entrar dentro, si avvide dei nuovi arrivati, e alzando la voce:
Oh! siete qua, mastro Gherardo! che siate il benvenuto. Mi spiace che voi non abbiate potuto raggiungerci almeno qualche ora prima, ch sareste intervenuto alla risoluzione presa da noi per assicurare la libert del commercio delle buone citt della Fiandra, di Venezia, di Rodi; risoluzione nella esecuzion della quale messer di Juliers e monsignore arcivescovo di Colonia, suo fratello, possono esserci, e ci saranno di un grande aiuto non solamente per tutto il tratto dei loro possedimenti territoriali, che si distendono da Dusseldorf ad Aix-la-Chapelle, ma pur anche pel favore che ci potranno fare presso gli altri signori loro congiunti e amici, fra i quali si vuole annoverare l'augusto imperatore dei Romani, Luigi quinto di Baviera. Voi avreste, non ne ho dubbio, veduto con grande vostra soddisfazione la spontaneit unanime colla quale le buone citt mi hanno conferita tutta quella autorit che si apparteneva gi a Luigi di Fiandra prima che, fuggendo, si riparasse presso il re di Francia, parente suo.
Indi fattoglisi presso, e trattolo in disparte, gli domand all'orecchio:
Or bene, mio caro Denis, quali novelle dall'Inghilterra? Hai tu veduto il re Edoardo? Ti par egli disposto a trre via la proibizione posta? E avremo noi le sue lane del paese di Galles e i suoi cuoi del contado di York? Parla piano, e come se cianciassimo di cose indifferenti.
Ho fatto puntualmente secondo le tue istruzioni, o Jacquemart, rispose il capo dei tessitori, ostentando di trattare d'Artevelle in tutta quella stessa dimestichezza che i famigliari di lui. Ho veduto il re d'Inghilterra, ed  stato s tocco dalle osservazioni che gli ho poste davanti in tuo nome, che egli ha inviato un dei suoi pi fedeli cavalieri, il quale debbe praticare la cosa direttamente con te, s perch non vuole aver che fare che teco, e s perch sa essere inutile indirizzarsi a chicchessia altri, volendo la Fiandra ci che vuoi tu.
Aff che ha ragione. Ma il messaggiero dov'?
Vedilo l,  quel giovanotto mezzo rosso e mezzo bruno, che, appoggiato a quella colonna dall'altra parte della strada, giuoca col suo falcone, come potrebbe fare un barone dell'impero o un pari di Francia. Credo, se Dio mel perdoni, che tutti gl'Inglesi si stimino discesi da Guglielmo il Conquistatore.
Non importa: bisogna lusingare la loro vanit. Va ad invitare quel giovane alla cena che do all'arcivescovo di Colonia, al marchese di Juliers e ai deputati delle buone citt; e sia tuo pensiero di collocarlo alla tavola in luogo che egli ne debba rimaner soddisfatto, senza che dia troppo nell'occhio, per esempio fra il Courtresiano, il quale  cavaliere, e te, che sei capo di corporazione. Abbi altres l'avvedutezza che non riesca troppo presso di me, perch niuno sospetti della sua importanza; ma che non mi sia neppure tanto discosto, volendo io studiarne la fisonomia. Raccomandagli di non dire parola della sua legazione, e fallo bevere, che gli parler dopo la cena.
Gherardo, fattogli un segno di avere capito, rec senza indugi a Walter l'invito secondo che gli era commesso. Il giovine cavaliere lo accett come un favore al quale gli dava diritto il suo grado, e prese tra il Courtresiano e il caporale dei tessitori il posto disegnatogli da Artevelle.
La cena aveva quasi altrettanti commensali e splendidezza che quella di Westminster, da cui la presente cronaca si  cominciata; ci aveva la stessa pompa di famigli, la stessa ricchezza di vasellame in argento cesellato, e la profusione intessa di vini, d'ippocrasso e di cervogia. Ma i commensali offerivano un aspetto di tutt'altra maniera; perocch, eccettuandone il marchese di Juliers e l'arcivescovo di Colonia, i quali erano seduti in capo del convito, alla destra e alla manca di Artevelle, e del sire di Fauquemont e del Courtresiano, posti a rimpetto l'uno dell'altro, tutti gli altri non erano altro che semplici borghesi eletti o capi di corporazioni. Per essi erano schierati, senz'altro distintivo che della et, intorno a una tavola un po' pi bassa di quella dove facevasi il servizio d'onore. Walter per, dato di pinta con mala grazia al suo vicino, avea preso posto nel luogo de' signori, di guisa che Gherardo Denis cominciava la serie nella tavola secondaria; mentr'egli essendo riuscito per quella forma quasi di faccia ad Artevelle, poteva esaminarlo con tutta quella comodit che Artevelle aveva procacciato destramente di avere verso di lui.
Il birraio era un uomo nella et dei quarantacinque anni ai quarantotto, di statura mezzana, e che incominciava a pendere nel grasso. Portava i capelli tagliati in angoli, e la barba e i mustacchi alla maniera dei nobili. Egli aveva una cert'aria di molta bont: pure il suo sguardo, girandosi ora ad ora rapidamente, gittava, quasi diremmo, un lampo di finezza, il quale per ben tosto si dileguava nel tranquillo della sua faccia. Il vestire per un uomo della sua condizione non poteva esser pi ricco: indossava una specie di sovracotta di panno bruno orlato in pelo di volpe nera, con ornamenti d'argento; perocch l'oro, il vaio, l'ermellino, la martora e il velluto erano soltanto pei cavalieri.
Walter stava appunto considerandolo, quando fu interrotto dal suo paggio che gli si accost all'orecchio per dirgli alcune parole, e nel tempo istesso dall'arcivescovo di Colonia, che cos prese a favellargli:
Messer cavaliere, che penso cos appellandovi di non m'ingannare...
Walter fece un inchino, e questi continuando:
Mi consentite che esamini pi dappresso il falcone che il vostro paggio tiene in sul pugno: esso mi pare di nobil razza, tuttoch la sua specie mi riesca ignota.
Oh! con tanto mio maggior grado, monsignore, risposegli Walter, che voi mi porgete l'opportunit di farvi le mie scuse dell'avervi Roberto condotto qua entro un cotal commensale. Egli ha dovuto recarci la Contegnosa, non avendo, per cercare che abbia fatto, trovato un'uccelliera; e anzi mi domandava all'orecchio se la Signoria Vostra non disdirebbe che le si desse un posto fra i suoi uccelli.
E d'Artevelle ridendo:
La cosa, entr a dire, va pur cos; noi altri borghesi non abbiamo n mute, n falconerie; e nella mia casa troverete magazzini e scuderie senza fine, ma neppure un canile, ovvero un uccelliera. In quella vece noi abbiamo mercati a coperto s vasti, che vi capirebbe un esercito, e mi fo a credere che i falconi ed i cani di monsignore di Colonia, partendo dalla casa di Giacomo di Artevelle, non si chiameranno punto mal soddisfatti dell'ospitalit che vi avranno ricevuto; perocch il povero birraio non ha omessa alcuna cosa che gli fosse possibile acci la sua casa fosse degna della visita ond'era onorata.
E noi vi promettiam bene, mio caro Jacquemart, rispose il marchese di Juliers, di tenere memoria tutti, padroni, valletti, cani e falconi, non solamente delle accoglienze che qui abbiamo ricevuto da voi, ma altres di quelle che ci hanno fatto i deputati delle buone citt della Fiandra e i caporali delle corporazioni di Gand, aggiunse egli voltandosi verso il basso della tavola e salutando.
E l'arcivescovo di Colonia, il quale nel mentre di quel parlare del fratel suo aveva considerato il falcone da uomo assai intendente:
Voi avete avuto ben torto di farci quelle scuse, sir cavaliere: cotesto uccello , son sicuro, di razza ben pi antica, e di sangue pi puro che molti nobili francesi, sovrattutto dappoich Filippo terzo si  avvisato di dar lettere di nobilt a Rollo l'orefice, il quale aveva avuto, per quel che pare, i suoi antenati in verghe d'oro, e che gli ha fatti monetare. Solamente, tuttoch lo riconosca per di razza, e' mi sarebbe impossibile di indicare con tutta la mia scienza in venagione da quale paese l'abbian recato.
Eppure, avvegnach meno dotto in simil materia, monsignore, fecesi a dire Artevelle, oserei affermare ch'esso viene dall'Oriente; ch ne ho veduti di somiglianti, se non m'inganno, comech vi fossero assai rari, nelle isole di Rodi e di Cipro, allorch vi accompagnai monsignore il conte di Valois.
Voi vi apporreste, maestro, disse Walter. La terra di sue origine  la Nubia, posta, a quel che dicono, verso il mezzo di quella parte dove Mos pass il mar Rosso. Suo padre e sua madre erano stati presi fra le bagaglie di Muley-Muhamad, sovrano di Granata, da Alfonso undicesimo di di Castiglia, e dati dal re in dono al cavaliere Lokheart, il quale aveva accompagnato Giacomo di Douglars nel viaggio intrapreso al fine di recare al Santo Sepolcro il cuore di Roberto Bruce. Essendo il cavaliere Lokheart al suo ritorno caduto prigioniero (in una avvisaglia tra lnglesi e Scozzesi) del conte di Lancastro il Torcicollo, una delle condizioni poste al riscatto del cavaliere fu ch'egli darebbe un falcone della razza portata dalla Spagna, e il conte di Lancastro del prezioso animale avuto fece alla volta sua un presente alla bella Alice di Granfton, che me lo ha confidato, perch mi sia di sollazzo in questo mio viaggio. Voi vedete dunque che la sua genealogia  tutta in regola, e la nobilt sua verificata s bene, che non potrebb'esser meglio.
Voi mi fate ricordare, soggiunse il Courtresiano, che vidi, fa ora da sette a otto anni, Giacomo di Douglas all'Ecluse. Egli vi era venuto cercando un'occasione al passaggio in Terra Santa, e gli diedi il consiglio di recarsi nella Spagna.
E il sire di Fauquemont continuando:
Dicono che il re Roberto Bruce, avendolo in conto del pi valente in arme e leal cavaliere del suo reame, gli aveva commesso quel carico.
A che il Courtresiano:
S, il fatto sta per appunto. Egli medesimo pi volte mi ha raccontato come andasse la cosa; perocch ci a lui era grande onore, e ne prendeva a udirglielo ripetere quello stesso diletto che al racconto dei suoi nobili gesti di cavalleria. E' si pare che re Roberto nel tempo che egli dovette dimorare in bando dal suo reame, facesse giuramento, poniamo che lo riconquistasse, di compiere il viaggio per al Santo Sepolcro: ma la guerra ch'egli ebbe a sostenere senza intermissione contro i re d'Inghilterra, non avendogli giammai permesso di metter piede fuor della Scozia, ei si trov presso a morte senza avere adempiuto il voto preso: la qual cosa travagliava duramente la sua agonia. Allora, non potendo altro, fattosi chiamare al letto il gentil cavaliere messer Giacomo di Douglas, cos gli parl:
Monsignor Giacomo, caro amico, voi ben sapete il quanto abbia avuto a fare e a patire alla vita mia per mantenere le mie ragioni su questo reame; e quando mi trovai in maggiore ristretta, feci voto che se per avventura mai potessi avere veduta quella guerra condotta al suo termine, e governare in pace, sarei andato ben tosto ad aiutare le guerre contro i nemici di nostro Signore e contro quelli che sono contrar alla fede cristiana. Il mio cuore ha avuto sempre vivo un tal desiderio, ma il Signore non ha voluto consentirlo: ei mi ha dato nel mio tempo tanti travagli, e a quest'ora mi sento venuto a tale stremo, che ei mi convien morire, come voi il vedete, e come io il sento. Adunque, poich il fatto  pur cos che la mia persona non pu andarvi, n compiere ci che il mio cuore ha desiderato pur tanto, voglio mandarvi il mio cuore in vece del mio corpo, acci mi sciolga del mio voto quanto mi  possibile; e come non mi so nel mio reame alcun cavaliere pi pro' della persona, n che sia meglio fazionato per compiere il mio voto nella mia vece, pregovi, carissimo amico, quanto il possa pi, che vogliate mettervi a questo viaggio per l'amore che mi avete posto, e liberare la mia anima in verso il Signor nostro; perocch fo tanta stima di voi, della nobilt vostra e della vostra lealt, che se voi pigliate questa impresa, voi a niun patto non fallirete a compierla, e cos mi morr pi riconfortato, pi leggiero e pi tranquillo. Per se voi il fate, come mi tengo certo, fate secondo che sono per dirvi. Voglio che come sia passato, voi dobbiate subito aprirmi il petto colla vostra valente spada, e trattomi fuor del corpo il cuore, il facciate imbalsamare, e lo riponiate in un forzierino d'argento, che ho fatto a tale effetto apparecchiare. Poi voi vi piglierete del mio tesoro quanto vi sar mestieri per fornire il viaggio voi e tutti quelli che vi piacer di menare con voi, e intendo che facciate ogni cosa cos alla grande, e andiate con tanto di oro, di compagnia e di corteo, che per dovunque voi passiate, ognuno a quella pompa debba conoscere che voi ne recate oltremare il cuore del re Roberto di Scozia; e ci per suo comandamento, poich il corpo suo non ci poteva andare.
"Cos aveva ragionato il re Roberto, e Giacomo di Douglas risposegli:
"Gentile e nobil sire, cento mila merc dell'onor grande che voi mi fate, confidandomi un s nobil tesoro. Ben di grado, e con cuore contento far il piacer vostro; solamente non mi sento n degno n sufficiente a questa cosa.
"Ah! gentile amico, replic il re, gran merc della promessa che voi mi date. Me ne morr pi in pace ora che so che il pi leale, il pi prode e il pi valente uomo che sia per tutto il mio reame, compir per me quello che non posso compire.
"E cos dicendo gitt le braccia intorno al collo di Giacomo di Douglas, e baciatolo, si mor.
"In quel giorno medesimo Giacomo di Douglas, siccome ne aveva dato promessa, aperse colla spada il petto del suo signore, e trattone il cuore, lo ripose in una cassetta d'argento, sulla quale era inciso un leone, che  l'arme del reame di Scozia. Indi con quella cassetta, sospesa al collo, fece vela con un gran seguito dal porto di Montrose, e surse nel porto dell'Ecluse, ov'io lo vidi e lo conobbi, e dove intesi dalla sua bocca quanto vi ho raccontato.
E men poi l'impresa a buon termine? chiese Gherardo Denis, fattosi ardito di gettare anch'egli una parola in quella nobile conversazione.
No, rispose il marchese di Juliers; ho udito dire ch'egli morisse in Ispagna.
E la sua morte, aggiunse Walter, fu degna della vita sua. E avvegnach io sia inglese ed egli fosse scozzese, gli rendo questa giustizia, perocch egli era veramente un possente e nobile cavaliere. Mi ricordo di una certa notte (ci fu durante la guerra del 1327) che messer Giacomo di Douglas penetr nel nostro campo mentre tutti erano immersi nel sonno, e tocc tanto e di cosiffatta maniera il suo cavallo degli sproni e i nostri soldati della sua spada, che ei ne fu sino alla tenda del giovine re Edoardo terzo gridando: Douglas! Douglas! Il re Edoardo intese per buonavventura quel grido di guerra, ed ebbe appena il tempo di cacciarsi disotto alla tela della sua tenda, perocch la spada di Douglas gi ne tagliava le corde per atterrarla. In quella fazione egli ammazz ben trecento uomini, e nullameno si ritir senza perder pur uno de' suoi compagni. Dopo quel fatto noi ci tenemmo poi sempre la notte in buona guardia pel sospetto che avevamo de' cattivi sogni di Douglas.
E di grazia, sapreste voi i particolari della sua morte? domand il marchese di Juliers.
S, rispose, fino a' pi minuti, essendomi stati pi volte contati dal mio maestro di cavalleria.
Poi voltandosi al Courtresiano continu:
Avendo dunque per sua sventura tenuto il consiglio che voi, signor cavaliere, gli deste, pervenne in Ispagna nel momento che il re di Aragona osteggiava contro il re di Granata, il quale era un saracino. Il re di Spagna richiese il nobile pellegrino, se nell'onore di Cristo e della Vergine Maria non romperia una lancia contro gl'infedeli.
"Sibbene, rispose Douglas, il far volentieri, e il pi tosto possibile.
"Il d seguente il re Alfonso usc alla campagna per accostarsi a' nemici; il re di Granata fece altrettanto, e ciascuno mise in ordinanza le genti sue. Douglas il Nero si colloc insieme coi suoi cavalieri e scudieri sull'una delle due ale, affine di poter maneggiarsi meglio e mostrare suo sforzo. N vide appena i soldati dalle due parti essere in punto, e le battaglie del re di Spagna mettersi in movimento, ch'egli, volendo esser de' primi a dar dentro, spron il cavallo, e tutta la compagnia sua fece il somigliante, gridando: Douglas! Douglas! fino alle masnade del re di Granata. Quivi, pensandosi di esser seguitato dagli Spagnuoli, si tolse d'intorno al collo la cassetta ove si rinchiudeva il cuore di Roberto, e la gitt nel mezzo de' Saracini, sclamand: Innanzi, nobil cuore reale, siccome tu facevi vivendo, e Douglas ti seguiter.
"Ed entrarono egli e i suoi cavalieri s avanti per le file de' Saracini, che vi si nascosero per entro come il ferro in una ferita; e le loro prove in arme furono maravigliose: ma non poteron durarla per non essere gli Spagnuoli (cosa vergognosa a dire) andati in loro conforto.
"Il d appresso Douglas fu trovato morto colla cassetta d'argento serrata al petto, e tutti i suoi compagni gli erano intorno uccisi o feriti. Tre o quattro solamente sopravvissero, e uno di tali fu il cavaliere Lokheart, il quale riport la cassetta d'argento e il cuore, che fu poscia a grande pompa sepolto nell'abbadia di Melrose. Da quell'ora in poi i Douglas, i quali portavano per arme uno scudo azzurro con fronte d'argento, e tre stelle rosse campate in argento, vi hanno sostituito un cuor sanguinante, sormontato da una corona; e il cavaliere Lokhart ha mutato il suo nome in quello di Lockheart, il quale in lingua gallica vuol dire cuor chiuso.
Ah! s, continu Walter, accendendosi pi e pi nelle parole: s, s, pu dirsi a buona ragione ch'egli era un valente e pro' cavaliere, e un nobile e forte capitano di guerra colui che di settanta battaglie date ne guadagn cinquantasette. N alcuno si dolse pi della perdita sua che il re Edoardo, avvegnach pi d'una fiata ei gli avesse rinviati i suoi arcieri acciecati del destro occhio, e con tronco l'indice, affinch non potessero pi tender l'arco, n appuntare al segno le loro frecce.
E il vescovo di Colonia:
Eh! s, s: il giovine Leopardo avrebbe voluto incontrarsi nel vecchio Leone, per far prova di chi avesse pi acuti i denti e pi forti le branche.
L'avete indovinata, monsignore, rispose il giovine cavaliere: ci  veramente quello ch'egli sperava, mentre che Douglas il Nero viveva, e che non ispera pi dacch Douglas il Nero  morto.
Alla memoria di Douglas il Nero, grid destramente Gherardo Denis, riempiendo di vin del Reno la coppa di Walter.
E alla salute di Edoardo terzo d'Inghilterra! aggiunse d'Artevelle, gittando un'occhiata d'intelligenza al giovine cavaliere, e levandosi in pi.
S, continu il marchese di Juliers, e possa egli finalmente intendere che Filippo di Valois siede sopra un trono che  di lui, dorme in un palazzo che  di lui, e regna sopra di un popolo che  di lui!
Oh! il vostro augurio  gi compiuto, monsignore, vel giuro, rispose Walter; e se egli si stimasse di trovar buoni alleati....
Giuro in sull'anima mia che non gliene mancheranno, si lev a dire il sire di Fauquemont; e il Courtresiano mio vicino, il quale  molto pi fiammingo che francese, non dimander niente meglio che di confermare, ve ne do la mia parola, ci che affermo e per conto mio e per conto suo.
Certo che s, grid Zegher, sono fiammingo di nome, fiammingo di cuore, e alla prima parola... 
S, replic d'Artevelle, alla prima parola... ma chi la dir quella parola? Sarete voi, monsignore di Colonia, di Fauquemont o di Juliers, quali siete dipendenti dell'impero, e che non potete fare la guerra senza averne licenza dell'imperatore? Sar forse Luigi di Cressy, preteso nostro signore, il quale dimora al Lou-vre di Parigi con sua moglie e con suo figlio nella Corte del proprio cugino? Sar l'assemblea delle buone citt, la quale incorre in un'ammenda di due milioni di fiorini, e nella scomunica del papa, nostro Santo Padre, se ella incomincia le ostilit contro Filippo di Valois?  dunque una dura bisogna a imprendere una guerra contro i nostri vicini di Francia, e dura anche pi a sostenere, credetelo a me. Il tessitore Piero Leroy, il pescivendolo di Hannequin Zannec , e il padre vostro medesimo, signori di Colonia e di Juliers, ne hanno saputo alcuna cosa. Se questa guerra ci viene addosso, e noi la sosterremo coll'aiuto di Dio; ma se s'indugia, siate certo che non  da andare a cercarla. Per contentiamoci di questo brindisi, il quale  bello: alla memoria di Douglas morto e alla prosperit di Edoardo vivente!
E in cos dire vuot il suo bicchiere, e tutti gli altri convitati che si erano alzati fecero il medesimo, e si rimisero a sedere.
Dopo un momento di silenzio, il vescovo di Colonia, ripigliando il parlare:
Messer cavaliere, disse, la genealogia col vostro falcone ci ha tratti pi lungi che noi non volevamo andare: ma per essa siamo venuti a raccogliere che voi venite dall'Inghilterra. Or che notizie e Londra?
Vi si parla molto della crociata che Filippo di Valois vuole intraprendere contro gl'infedeli a' conforti di papa Benedetto dodicesimo; e si dice (come che voi direte sapere meglio di noi, monsignori, come quelli che avete comunicazioni pi facili colla Francia che noi, i quali stiamo al di l del mare), si dice che il re Giovanni di Boemia, il re di Navarra (Filippo conte di Evreux, detto il Buono e il Saggio) e il re Pietro di Aragona (Piero Quarto, detto il Cerimonioso) hanno pigliata la croce insieme con lui.
Ci  pur vero, rispose il vescovo di Colonia, ma il perch non saprei; ho ben poca fiducia di quella impresa, tuttoch sia bandita da quattro cardinali, il cardinale di Napoli (Annibale Ceccano, arcivescovo di Napoli, creato cardinale da Giovanni 22esimo), il cardinale Perigordo (Talleyrand di Perigordo, vescovo di Auxerre, creato cardinale dal papa medesimo nel 1321), il cardinale Albano (Gosseline d'Eusa, nipote di Giovanni 22esimo, creato da lui cardinale del 1316) e il cardinale di Ostia (Bertrando Poyet, vescovo d'Ostia, creato cardinale nell'anno istesso, e dallo stesso papa).
Ma alle brevi, si sa egli la cagione per cui  indugiata? domand Walter.
Per una querela tra il re di Aragona e il re di Maiorica, e nella quale Filippo di Valois si  chiamato arbitro.
Ma quella querela  poi stata veramente una cagione seria?
Oh! seria tanto, che non poteva esser pi, rispose il vescovo di Colonia, recandosi in sul grave. Piero quarto aveva ricevuto omaggio da Giaimo secondo pel suo regno di Maiorica, ed era andato a rendere omaggio del proprio al papa in Avignone. Ma per malavventura, nell'atto dell'entrata solenne di quel principe nella citt pontificia, lo scudiero del re don Giaimo di d'una frustata in sulla groppa al cavallo del re di Aragona: questi, tratta fuori la spada, si fece a inseguir lo scudiere, il quale a grande pena riusc a salvarsi, e ne segu poi guerra. Voi vedete che non a torto il re Piero fu soprannominato il Cerimonioso.
Poi bisogna dir tutto, aggiunse d'Artevelle, in fra le difficolt suscitate da quel principe, il re Davide di Scozia e la regina sua moglie arrivarono a Parigi, abbandonando un regno che non meritava pi la pena di essere conservato, dacch il re Edoardo e il Bailliol lo avevano lor tanto diminuito, che era ridotto a quattro sole fortezze e una torre, che si tengono tuttavia per loro.  per vero che se il re Filippo di Valois mandasse in Iscozia a soccorso di Alano Vipont o di Agnese la Nera anche solo la decima parte delle genti che divisa di condur seco in terra Santa, ci potrebbe mutare del tutto faccia agli affari da quella banda.
Oh! io credo, soggiunse Walter facendo lo sbadato, che Edoardo ben poco pensiero si dia di Alano Vipont e del suo castello di Lochleven, come altres di Agnese la Nera, tuttoch figliuola di Tomaso Randolph. Dopo il suo ultimo viaggio in Iscozia le cose sono cambiate d'assai; ch non potendo egli pi riscontrarvi Giacomo Douglas, ha pigliato le sue vendette contro Arcibaldo, e il lupo l'ha pagata pel leone. Or tutte le contee meridionali sono in poter suo; i governatori e gli sceriffi delle principali citt sono per lui; Edoardo Bailliol gli ha fatto omaggio per la Scozia; e se fosse necessitato di ritornarvi, farebbe chiaro Alano Vipont che le sue dighe sono pi salde che quelle di Giovanni Sterling (Sir Giovanni Sterling, osteggiando il castello di Lochleven, il quale  situato sopra di un'isola nel mezzo di un lago, fece fare dal lato dell'emissario una diga, sperando che le acque col loro alzarsi coprirebbero l'isola. E gi in fatto il pi del castello era sommerso, quando Alano Vipont uscito una notte gli ruppe la chiusa. Di che l'acqua allora precipitandosi con grande impeto, ne port seco in parte il campo di Sterling), o la contessa di March che le palle le quali sono tratte dalle sue macchine, fanno un po' meglio che della polvere (Agnese la Nera, nel mentre che il conte di Salisbury teneva assedio al suo castello, passeggiava sugli spaldi, stergendo con un fazzoletto i luoghi dove le pietre avventate dalle macchine inimiche venivano percuotendo), e se Guglielmo Spons  ancora al suo servigio, il re avr cura di indossare un armadura di cos buona tempra, che i pegni di amore di Agnese la Nera non possono entrargli infino al cuore (Girando un giorno Salisbury intorno alle mura del castello di Dumbar a una scoperta, una freccia lanciata da un arciere scozzese per nome Guglielmo Spons pass il petto di un cavaliere che gli camminava da costa, tuttoch portasse una triplice cotta di maglia, sopra di un giaco di cuoio; e il conte vistolo cadere in terra:  un pegno d'amore, disse freddamente, della contessa: le saette di Agnese la Nera vanno sempre infino al cuore).
A questo punto la conversazione fu interrotta dal romor della pendola che sonava le nove ore; e come quella macchina era di fresca invenzione, tir a s la curiosit de' signori; e d'Artevelle istesso, o che le imbandigioni fossero terminate, ovvero che desiderasse di dare il segno alla comitiva del doversene andare, si alz, e volgendo il discorso a Walter:
Sir cavaliere, gli disse, io veggo che siete desideroso al par de' signori di Colonia e di Juliers, di esaminare il meccanismo di quell'orologio. Vogliate dunque farvici presso, che , vi prometto, cosa di grande curiosit. Esso era destinato al re Edoardo d'Inghilterra; ma io ne ho fatto all'artefice offerire un s buon mercato, che me ne ha data la preferenza.
E come si chiama quel che manda fuori mercanzie inglesi malgrado il divieto del suo re? domand Walter ridendo.
Riccardo di Valingfort. Egli  un degno benedettino, abate di Sant'Albano, il quale aveva apparata meccanica nella fucina del padre suo, e si  travagliato per ben dieci anni della vita sua intorno a questo capolavoro. Guardate: esso segna il corso degli astri, e come il sole in ventiquattr'ore compia il giro intorno alla terra. Ci si vede altres il moto del flusso e riflusso del mare. Esso poi, se ponete mente, rende suono facendo cadere delle pallottoline di bronzo sopra di una campana del metallo medesimo, in numero eguale alle ore che devono essere battute; e allo scoccare di ogni ora nuova, un cavaliere esce dal suo castello, e viene a fare la sentinella sul ponte levatoio.
Poich da' curiosi si fu a tutto agio considerata quella maraviglia, ognuno prese congedo; e Walter, restato ultimo, era per fare lo stesso, allorch Jacquemart, mettendogli una mano sovra la spalla:
Se non m'inganno, disse, signor cavaliere, allorch noi vi abbiamo incontrato alla porta della nostra casa in compagnia di Gherardo Denis, voi eravate di poco arrivato nella buona citt di Gand, non  egli vero?
Anzi in quel punto medesimo, rispose Walter.
Avendo dubitato che fosse cos, mi sono dato pensiero della vostra osteria.
Ma io aveva commessa una tal cura a Roberto.
Roberto era stracco, Roberto aveva fame e sete, e Roberto male avrebbe avuto il tempo di trovarvi un alloggio che fosse degno di voi. Per l'ho inviato a desinare cogli altri servi dei nostri commensali, ed ho voluto per me la cura di condurvi al vostro appartamento e di farvene gli onori.
Ma un novello ospite, nel momento che voi avete una compagnia s numerosa, non solamente deve di necessit cagionarvi un grave disturbo, ma dar altres un concetto dell'arrivato troppo maggiore che non gli  conveniente.
Quanto al disturbo non accade che ci pensiate; l'appartamento assegnatovi  quello di mio figlio Filippo, il quale non avendo ancora che appena dieci anni, non sar gran fatto scomodato da questa vostra presa di possesso: e quell'appartamento comunicando col mio per via di un andito, voi potrete venire da me, ed io da voi senza che anima lo sappia. Oltre di ci vi  una porta che d sulla strada, e per la quale potrete ricevere chi meglio vi piacer. Quanto poi alla importanza che voi dite, ella sar quanta piacer alla volont vostra che sia, e non secondo la vostra condizione; e cos per me, come per gli altri non sarete niente pi di quello che vorrete parere.
Sta bene! disse Walter pigliando il suo partito con quella prontezza ch'egli usava di mettere nelle sue risoluzioni; accetto in buon grado l'ospitalit che mi offerite, e spero di rendervela in Londra quando che sia.
Eh! rispose d'Artevelle con un fare di dubbio, per verit non credo che i miei affari siano mai per permettermi che passi il mare.
Neppure per fermare una gran compera di lane?
Voi sapete bene, messere, che l'uscita di tale derrata  interdetta.
 vero, rispose Walter; ma chi fece il decreto, pu ben disfarlo.
Coteste son cose di troppo gran conto, risposegli d'Artevelle ponendosi un dito in sulla bocca, perch se ne parli in piedi presso di un uscio, e specialmente quando un tal uscio  aperto. Di simili faccende non pu ragionarsi tritamente che a porte chiuse, e seduti rimpetto ciascuno ai lati opposti di una tavola, dove sia posato un buon fiasco di vino cromato per tener viva la conversazione; e noi possiamo aver tutto questo nel vostro appartamento, signor Walter, quando vi piaccia d'entrarvi.
Ci detto, fe' un cenno a un famiglio, il quale spiccando da uno degli angoli della sala una torcia di cera, and avanti per far loro lume. Arrivato all'uscio dell'appartamento, l'aperse, indi si ritir. Walter e Artevelle entrarono, e il secondo si chiuse l'uscio dopo le spalle.
...
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Capitolo 6.
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...
Quivi Walter trov in effetti gi preparato tutto ci che Jacquemart giudicava essere indispensabile accompagnamento di una conversazione diplomatica. Una tavola era nel mezzo della stanza; dai due lati della tavola due gran seggioloni vuoti, i quali attendevano i due negozianti, e su questa tavola un enorme vaso d'argento, il quale a sol vederlo prometteva di tenere ad abbondanza umettata una, per quanto esser potesse, lunga, importante e accesissima discussione.
D'Artevelle, restato presso dell'uscio, addomand:
Messer Walter, siete voi uso per avventura di indugiar alla domane le cose importanti che potete trattar di presente?
E voi, maestro Jacquemart, risposegli il giovane appoggiandosi alla spalliera del seggiolone, e facendo dell'una gamba croce in sull'altra, solete fare le vostre faccende prima o dopo cena, di notte ovvero di giorno?
Quando elle sono di momento, replic D'Artevelle accostandosi alla tavola, tutte l'ore mi sono buone.
E per me  lo stesso, disse Walter ponendosi a sedere; mettetevi dunque l, e parliamo.
D'Artevelle si cacci nell'altro seggiolone con una prestezza che palesava il suo piacer grande di accettar quell'invito. Walter allora incominci:
Maestro Jacquemart, avete ragionato alla cena della difficolt che avrebbe una guerra tra la Fiandra e la Francia.
E voi altres, messer Walter, soggiunse d'Artevelle, dopo la cena avete tocco alcuna parola circa la facilit di un trattato commerciante tra la Fiandra e l'Inghilterra.
Il trattato ha grandi difficolt da vincere, ma pure pu farsi.
La guerra porta assai gravi rischi, ma usando prudenza, si pu ad essi ovviare.
Eh via, io veggo che c'intenderemo; or dunque andiamo allo scopo senza perder tempo.
Innanzi per che risponda ad alcuna interrogazione, importa che sappia qual sia l'interrogatore.
L'inviato del re d'Inghilterra, ed ecco i suoi pieni poteri, disse Walter cavando fuori dal giustacuore una pergamena.
E presso di chi  inviato egli ambasciatore?
Presso di chi  sovrano padrone delle cose di Fiandra.
Coteste lettere vengono dunque direttamente?...
Dal re Edoardo, come l'attesta il suo sigillo e come lo attester la sua sottoscrizione.
Cos monsignore il re d'Inghilterra non ha dunque sdegnato di scrivere al povero birraio Jacquemart, disse colui con un sentimento di vanit male nascosto sotto l'apparenza del dubbio. Sono curioso di vedere qual titolo gli abbia dato; quello di fratello appartiene ai re, quello di cugino ai pari, e quello di messere ai cavalieri.
Perci egli ne ha scelto uno meno enfatico, ma altres pi amicale che tutti i ricordati da voi: guardate.
D'Artevelle prese la lettera dalle mani di Walter, e avvegnach provasse dentro un gran desiderio di sapere in quali termini gli scrivesse un re tanto possente quanto era Edoardo, nullameno egli mostr che ci fosse altra cosa la quale, assai pi che la formola dell'indirizzo, lo dovesse occupare, facendo dondolare il sigillo reale.
S, s, sono proprio i tre leopardi dell'Inghilterra, uno per ciascun regno; ed  abbastanza per difenderlo, e soggiunse ridendo, per divorarlo. Monsignore Edoardo  un nobile e gran re, e giustiziere aspro nel suo reame. Or vediamo quello che ci fa l'onore di dirci.
"Edoardo terzo d'Inghilterra, duca di Guienna, pari di Francia, al compar suo Giacomo di Artevelle, deputato della citt di Gand, e rappresentante il duca di Fiandra.
"Sappiate che noi diamo lettere credenziali per voi al cavaliere Walter, obbligandoci a tenere per buono e valevole qualsivoglia trattato di guerra, di alleanza o di commercio ch'egli fermer con voi.
Edoardo."
Ed  bene come voi l'avete detto, il suo sigillo e la sua sottoscrizione.
Voi dunque mi riconoscete ora per suo rappresentante?
Pieno e intero:  cosa incontestabile.
Or bene; parliamoci franco: volete la libert del commercio coll'Inghilterra?
Entra egli ne' vostri disegni di far la guerra alla Francia?
Voi vedete che abbiamo bisogno l'uno dell'altro, e che gli interessi di Edoardo e di Giacomo di Artevelle, avvegnach molto diversi in apparenza, in fatto si toccano. Aprite i vostri porti ai nostri soldati, e noi apriremo i nostri ai vostri mercanti.
Andate assai spiccio nelle bisogne vostre, o mio giovane amico, disse Jacquemart sorridendo; ma quando s'imprende una guerra o una speculazione, non  forse coll'intendimento che debba riuscire? Or bene, il miglior modo per riuscire in ogni cosa  di pensarvi lungamente, e pensato che siavisi lungamente, di non mettere la mano all'esecuzione, che avendo per noi tre condizioni alla riuscita.
Noi ne avremo mille.
Ecco una risposta che non risponde a nulla. Badate bene di non prendere inganno circa le armi di Francia; voi le credete fior di gigli, e sono in quella vece ferro di lancia. Credetelo a me; se i vostri leopardi si cimentano soli all'impresa, vi lasceranno le ugne e i denti, senza operare cosa che vaglia.
A maraviglia: Edoardo dunque non incomincer la guerra che avendo dalla sua il duca del Brabante, i signori dell'impero e le buone citt della Fiandra.
Ma qui sta il difficile. Il conte del Brabante  di natura troppo irresoluta per voler prendere partito fra Edoardo terzo e Filippo sesto.
Ma ignorate voi forse che il duca del Brabante  cugino germano del re d'Inghilterra?
No certo, no; il so quanto uomo del mondo; ma so altres che si fanno grandi maneggi per un matrimonio tra il figliuolo del duca di Brabante e una figliuola di Francia, e prova ne  che il giovane principe ha renduta la parola sua al conte di Analto, di cui doveva sposare la figliuola Isabella.
Diancine! sclam Walter; ma e' mi pare che una simile irresoluzione non siasi appresa agli altri signori dell'impero, e che il conte di Juliers, il vescovo di Colonia, il sire di Fauquemont e il Courtresiano non desiderino nissuna cosa pi che di prendere le armi.
Oh la cosa  ben vera! ma i tre primi dipendono dall'impero, e non possono fare la guerra senza un concedo dell'imperatore. Quanto al quarto  libero, per vero dire, ma non  che un semplice cavaliere, avente feudo di usbergo; il che vuol dire che aiuter il re Edoardo della persona propria e di quella de' suoi famigli: ecco il tutto.
Per San Giorgio, disse Walter, posso far fondamento almeno in sulle buone genti di Fiandra?
Ben meno ancora, signor cavaliere, perocch noi siamo stretti da giuramento, e non possiamo rompere guerra al re di Francia senza incorrere in un'ammenda di due milioni di fiorini e nella scomunica del papa.
Aff dell'anima mia! Walter sclam, voi mi dicevate che la guerra colla Francia era pericolosa; ma in quella vece dovevate dirmi, e' mi pare, ch'ella era impossibile.
Niente  impossibile a questo mondo per chi sappia destramente volger le cose; non ci  irresoluzione che non si raffermi, non un trattato che non possa essere atterrato da una balista d'oro, n un giuramento che non abbia dietro s un uscio a cui l'interesse sta per custode.
Continuate, disse Walter.
E d'Artevelle, non mostrando di aver notata l'impazienza del giovine cavaliere:
Prima di tutto si vogliono lasciar fuori tutti quelli che sono apertamente o pel re Filippo o pel re Edoardo, e che per cosa del mondo non muterebbero.
Il re di Boemia? domand Walter.
Sua figlia ha sposato il delfino Giovanni.
Il vescovo di Liegi?
Filippo gli far promettere il cardinalato.
I duchi d'Austria, Alberto e Ottone?
Eran da vendere, ma sono stati gi comperi; e quanto al re di Navarra e al duca di Brettagna sono alleati naturali di Filippo. Tutti questi sempre stanno per Francia; passiamo a quelli che saranno per Inghilterra.
Prima di tutto Guglielmo di Analto, suocero del re Edoardo, fecesi a dire il cavaliere.
E l'altro:
Ma voi sapete che la gotta sta per ucciderlo.
Suo figlio gli succeder, ed io sono sicuro di lui, quanto di persona al mondo. Dopo questo viene Giovanni di Analto, il quale al presente dimora alla Corte d'Inghilterra, e ha gi dato la parola sua al re.
Se l'ha data, la terr.
Rinaldo di Gheldria, quale ha in moglie Eleonora sorella del re.
Ottimamente, e poi?
Gli amici nostri o i nemici sicuri, rispose Walter, son tutti qui.
Allora pensiamo a quelli che ancora non sono n per Francia n per Inghilterra.
Oppure che un grande interesse pu far passare dall'una all'altra parte.
 tutt'una. Cominciamo dal conte di Brabante.
Voi me lo avete dato per un uomo tanto irresoluto, che sarebbe cosa assai malagevole di fargli pigliare un partito.
S; ma un difetto in lui  contrappesato da un altro. Ho dimenticato di dirvi che egli  ancora pi avaro che irresoluto.
In tal caso Edoardo gli dar cinquantamila lire sterline, se fa bisogno, e prender al suo soldo le genti d'arme che gli fornir.
Cotesto  parlar bene. Fo vostro il duca di Brabante.
Ora passiamo al conte di Juliers, al vescovo di Colonia e al sire di Fauquemont.
Oh! questi sono valenti signori, disse d'Artevelle, ricchi e possenti, i quali forniranno ciascuno ben mille armadure di ferro, purch ottengano licenza da Luigi di Baviera loro imperatore.
Ma si oppone, non  egli vero, un trattato fra lui e il re di Francia?
S, un trattalo formale e positivo pel quale il re di Francia si obbliga di non acquistar terre in pregiudizio dell'impero.
Ma aspettate dunque, lo interruppe Walter, egli mi pare...
E che cosa? chiese d'Artevelle ridendo.
Che contrariamente a quel trattato, il re Filippo abbia acquistato il castello di Crevecoeur nel Cambres, e il castello di Arleux-en-Puelle che sono terre dell'impero, e altri feudi alla obbedienza dell'imperatore.
Or bene dunque, soggiunse Jacquemart, come se si volesse cacciare pi avanti il cavaliere.
E quegli acquisti sono bastanti per dare motivo a una guerra.
Soprattutto se il re Edoardo vorr prendere sopra s le spese e i pericoli.
Incaricher domani il conte di Juliers di doverne andare all'imperatore.
E in virt di quali poteri?
Ho carte bianche del re Edoardo.
Bravo! ecco due difficolt tolte via.
Rimane la terza.
E la pi scabrosa.
Voi dite che le buone citt di Fiandra hanno un trattato pel quale in caso di ostilit dalla parte loro contro Filippo di Valois...
Non gi contro Filippo di Valois, sibbene contro il re di Francia.
Filippo di Valols o il re di Francia, che rileva?
Rileva anzi assaissimo.
Alle corte, in caso di ostilit contro il re di Francia, le buone citt della Fiandra debbono pagare due milioni di fiorini e incorrere nella scomunica del papa. Bene sta: Edoardo pagher i due milioni di fiorini, e in quanto alla scomunica papale...
Ma al nome di Dio, tutto non ist qui il difficile, disse Jacquemart; i due milioni di fiorini sono una bazzecola, e quanto all'interdetto noi potremmo facilmente farlo levare dal papa medesimo. E' ci ha qualche cosa di pi sacro che questo per de' commercianti; ci ha la loro parola, la loro parola che vale quant'oro  da un capo all'altro del mondo, e che falsata una volta non ha pi modo di rimettersi in credito. Per, cavaliere, pensateci bene, continu Jacquemart, e troverete che ci ha rimedio a tutto; e il punto sta solo a scoprirlo. Voi gi intenderete di quanto momento debba essere al re Edoardo di avere in caso di sinistro, a riparo dietro di s la Fiandra colle sue fortezze e co' suoi porti.
Eh, per Dio! anch'egli la pensa cos; n io sono venuto per altra ragione a intendermi direttamente con voi in suo nome.
Or bene, e se si trovasse via di metter di accordo la parola della Fiandra cogli interessi dell'Inghilterra, il re Edoardo condiscenderebbe poi anch'egli a far qualche cosa per noi?
Il re Edoardo prima di tutto restituirebbe ai Fiamminghi, Lilla, Doaggio e Bethune, che sono tre porte le quali Francia tiene aperte, e che da Fiandra sarebbero chiuse.
Cotesto va gi bene.
Il re d'Inghilterra guasterebbe e brucerebbe l'isola di Cadsand, la quale  una tana di pirati fiamminghi e francesi, da cui  impedito il commercio di pellami colla Danimarca e colla Svezia.
L'isola  forte.
Gualtiero di Mauny  uom di cuore.
E poi?
Poi il re Edoardo torrebbe via il divieto posto alla uscita delle lane del paese di Galles e dei cuoi della contea di Jorca, di modo che fosse libero il commercio fra le due nazioni.
Una tale unione sarebbe veramente secondo gli interessi della Fiandra, disse di Artevelle.
E il primo invio, il quale sarebbe di ventimila sacchi di lana, andrebbe direttamente a Giacomo di Artevelle, il quale...
Il quale ne farebbe subitamente la distribuzione ai manifatturieri, come quello che  birraio, e non trafficante di drappi.
Ma che accetterebbe, non  egli vero? una commissione di cinque sterlini per ogni sacco.
Questo  giusto, e secondo le regole di commercio, rispose Jacquemart. Ma il difficile ora sta a trovar modi di fare la guerra senza mancare alla nostra parola. E voi il sapreste?
Mai no, rispose Walter, e il cercherei invano, non avendo sperienza di simili materie.
Oh! a me viene un'idea, ripigli d'Artevelle, guardando fisamente Walter, e a mala pena trattenendo un sorriso, a cui lo portava il credersi da molto pi in iscaltrezza del giovine. Sotto qual titolo Edoardo terzo intende egli di romper guerra a Filippo di Valois?
Sotto il titolo di vero erede del reame di Francia, a cui ha ragione per parte della madre sua Isabella, sorella di Carlo quarto, come quello che  nipote del re morto, intantoch Filippo non  che cugino germano.
Or bene, soggiunse d'Artevelle, che Edoardo prenda i gigli, gl'inquarti coi leopardi d'Inghilterra, e si tolga il titolo di re di Francia.
E allora...
Allora.... noi gli obbediremo come a re di Francia, e come gli obblighi nostri sono verso il re di Francia, e non gi, secondo che vi diceva, verso Filippo di Valois, noi domanderemo di essere liberati dalla nostra fede, ed Edoardo consentir qual re di Francia di farlo.
Avete ragione, disse Walter.
N noi avremo punto mancato alla nostra promessa.
Ma ci aiuterete altres nella guerra contro Filippo di Valois?
Con tutto il poter nostro.
E ci aiuterete co' vostri soldati, colle vostre citt e co' vostri porti?
Senza fallo alcuno.
Per l'anima mia, voi siete un gran casista, mastro d'Artevelle.
E come tale vi far un'ultima osservazione.
Qual ?
Che il re Edoardo ha fatto omaggio al re di Francia come a suo alto signore del ducato di Guienna.
S, ma quell'omaggio  nullo, grid Walter.
E come ci? chiese d'Artevelle.
Perch, grid Walter, dimenticando il personaggio che aveva preso, perche io l'ho fatto colla bocca e colle parole solamente, ma senza mettere le mie mani fra le mani del re di Francia.
In questo caso, sire, soggiunse d'Artevelle, levandosi in piedi e togliendosi la berretta, voi siete libero.
Via, tu sei pi scaltro di me, compare, disse Edoardo stendendo ad Artevelle la destra.
E io prover all'Altezza Vostra, rispose Jacquemart inchinandosi, che gli esempi di confidenza e di lealt non sono da me ricevuti indegnamente.
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Capitolo 7.
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Amendue gli interlocutori avevano detto il vero: Edoardo terzo, o fosse per caso, oppure per antiveggenza, nel render omaggio nella citt d'Amiens al re di Francia, aveva omesso di porre le mani sue fra quelle di Filippo di Valois. Per, finita che fu la cerimonia, il signore si dolse al vassallo di quella omissione; ma quegli rispose che non sapendo quale fosse stata la usanza dei suoi antenati, egli avrebbe, tornando in Inghilterra, ricercate le carte e i privilegi risguardanti le condizioni dell'omaggio. Edoardo infatti fu poscia obbligato di riconoscere essere stata da lui omessa una formalit importante, e consent che le lettere patenti, le quali dovevano certificare ogni cosa essersi fatta secondo le regole, riparassero la sopraddetta omissione, dichiarando, tuttoch la cosa non fosse vera, che la fede era stata giurata, messe le mani del re d'Inghilterra fra le mani del re di Francia.
Di questo conseguit che Edoardo, casista altrettanto abile che Giacomo di Artevelle, non riputava obbligata la fede propria da quell'omaggio, il quale menzionava come intero un riconoscimento di vassallaggio che veramente era rimaso imperfetto; e che le citt di Fiandra, riuscendo, secondo che abbiam gi veduto, impegnate per arbitramento del papa col re di Francia, non con Filippo di Valois, pel mezzo indicato da Edoardo, elle scansavano ad un tempo stesso l'ammenda pecuniaria e la scomunica papale.
In tutto questo era ben per avventura un po' troppo di sottigliezza per un tempo nel quale cavalieri e commercianti mettevano il loro punto in osservare con fedelt la loro parola; ma quella rottura colla Francia era s favorevole agli interessi di Edoardo terzo e di Giacomo di Artevelle, che bisogna, quasi diremmo, sapere loro grado di aver fatto ogni loro potere per colorare di lealt la loro aggressione.
Accordate e ferme le cose nel modo che abbiam raccontato nel precedente capitolo, con Giacomo d'Artevelle, Edoardo terzo non aveva pi che una cosa da fare innanzi metter mano a eseguirla, e ci era di aspettare che gli ambasciatori da lui inviati a Giovanni di Analto suo suocero e a monsignore Adolfo di Lamarck vescovo di Liegi fossero tornati. E il loro ritorno doveva essere tra ben poco, perocch gl'inviati dovevano prender la volta non per I'Inghilterra, ma per Gand, e quivi attendere gli ordini del re, i quali ignoravano averli nella stessa citt preceduti, e che non doveva aspettarseli, poniamo che la sua conferenza con Artevelle avesse fallito, ad un buon successo. Egli per si tenne incognito; ma desiderando per ogni occorrenza, e malgrado la confidenza che avea posta nel suo alleato, di avere pronto al bisogno un luogo munito ove potersi di facile riparare, scrisse a Gualtiero di Mauny che dovesse mettere insieme cinquecento armature di ferro, e circa duemila arcieri, e con essi venire a prendere l'isola di Cadsand, la quale signoreggiando la foce della Schelda occidentale, gli avrebbe in caso di tradimento offerta una buona ritirata e difesa. E quella presa doveva riuscire tanto meno sospetta, che pi presto che una precauzione inspirata dalla tema, aveva semplicemente l'apparenza del concepimento di una data promessa. Appena mandato quell'ordine, il re intese l'arrivo de' suoi ambasciatori, i quali non senza sospetto si videro aspettati dal re stesso in Gand. Se non che ben conoscendo essi la prudenza di lui, e sapendo che la natura sua, avvegnach venturiera, giammai non lo faceva trapassare il punto prefisso, furono prontamente rassicurati, e ne presero molta soddisfazione soprattutto i cavalieri, al cui animo qualsivoglia impresa arrischiata era gradita altrettanto che famigliare. Il solo vescovo di Lincoln si attent di fargli alcune osservazioni; ma Edoardo nol lasci seguitare, allegando il vivo desiderio che avea di conoscere il successo delle due ambasciate.
Il vescovo di Liegi aveva ricusata qualsivoglia alleanza contro del re Filippo, e per offerte che gli avessero fatte i messaggeri, non aveva voluto porgere l'orecchio a nulla che fosse contro Francia. Monsignore il conte d'Analto avevano trovato nel letto tenutovi, secondo che aveva detto Artevelle, da un violento assalto della gotta. Per sapendo da parte di chi gli oratori venivano, essere fra loro pur anco il fratel suo, li aveva senza indugio fatti entrare; e dopo di averli con profonda attenzione ascoltati, avea risposto che grande sarebbe la gioia sua se il re d'Inghilterra potesse riuscire al suo disegno; perocch, siccome ognuno dovea pensare, egli amava pi caramente lui, come quello che era suo genero, che il re Filippo suo cognato, il quale pure test lo aveva liberato dal debito di qualsivoglia riguardo, stogliendo il giovine duca del Brabante dal matrimonio gi da assai tempo fermo tra lui ed Isabella di Analto, per dargli la propria figliuola; e che per questa ragione egli aiuterebbe d'ogni sua possa il suo caro ed amato figliuolo re di Inghilterra. Ma e' si conveniva, aveva egli aggiunto, per la riuscita di un simil disegno un aiuto pi forte che non era il suo, perocch l'Analto era un ben piccol paese verso il reame di Francia, e che l'Inghilterra era situata troppo di lungi per poterla efficacemente aiutare. Le quali cose udendo Giovanni di Analto, si era fatto a cos richiederlo.
Fratel caro, tanto  savio il parlar vostro, che noi non mettiamo dubbio che i vostri consigli non siano i pi utili a seguitare. Per vogliate essercene cortese in questa congiuntura.
E il conte avea risposto:
Per la mia anima, non saprei avvisar pi possente signore per aiutarlo a' suoi bisogni che il conte del Brabante, il quale  cugin suo; dopo di quello il conte di Gheldria, che ha sposato Eleonora sua sorella; monsignore Valderamo di Juliers arcivescovo di Colonia; il conte Juliers, messer Arnoldo di Blankenheym e il sire di Fauquemont: perocch tutti sono buoni guerrieri, e potranno soldare, quando il re d'Inghilterra consenta di pigliar sopra s tutte le spese della guerra, da otto a diecimila armadure di ferro. E se il re mio figliuolo e vostro sire avesse dalla parte sua tutti i sopraddetti signori, e tutti per lui, allora non istarei punto dubbioso di confortarlo al passaggio del mare e di andare a combattere il re Filippo fino di l della riviera dell'Oise.
Saviamente voi dite, fratel caro, e sar fatto cos come dite, aveva risposto Giovanni di Analto.
E sapendo con quanta impazienza Edoardo stesse aspettando, si era, malgrado le istanze del conte per intertenerlo, partito il d stesso con Guglielmo di Salisbury suo compagno di viaggio per essere il pi tosto al luogo appuntato, tuttoch fosse ben lungi dal pensare che Edoardo stesse ad aspettarvelo in persona.
Noi abbiamo gi veduto come il caso, per cui si erano accordati i buoni consigli del conte di Analto, avesse gi accostato il re d'Inghilterra al vescovo di Colonia, al conte di Juliers e al sire Fauquemont, allorch egli sotto il nome di Walter era intervenuto alla cena di Giacomo di Artevelle. Ed Edoardo era certo fin d'allora di avere in essi altrettanti alleati prodi e leali, quando l'imperatore non gli fosse contrario. Cos dunque egli non aveva pi da trattare che col duca del Brabante e con Lodovico quinto di Baviera, che teneva in quel tempo il trono imperiale.
Le due ambasciate pertanto si rimisero in viaggio, senza indugi di mezzo, alla volta l'una del duca di Brabante e l'altra a quella dell'imperatore. Al duca di Brabante doveva dimostrarsi, come, per cognizione di amicizia e di parentado, si convenisse di aderirsi all'Inghilterra, e fare ogni sforzo per ottenere ch'egli partecipasse colle armi e aggressivamente ai disegni di Edoardo contro della Francia; e all'imperatore dovevano gli ambasciatori ridurre in memoria che Filippo di Valois contrariamente al suo trattato, il quale gli divietava di nulla acquistare in sulle terre dell'impero, aveva fatto suoi il castello di Crevecoeur nel Cambres e il castello di Arleux-en-Puelle, e di dirgli da parte di Edoardo ch'egli farebbe sua propria la causa di lui, solo che l'imperatore fosse contento che i signori da lui dipendenti potessero disfidare il re di Francia.
In quel mezzo Gualtiero di Mauny aveva in Londra ricevuto l'ordine dal re, e aveva posta ogni sua sollecitudine ad eseguirlo, come quello che oltre alla sua particolare affezione pel re Edoardo, al quale come gi abbiamo notato, era parente per via della regina, era naturalmente portato a qualsivoglia impresa domandasse gran cuore, a qualunque rischio fosse da correre, e a qualsivoglia rinomanza possibile, anche al maggior costo da conquistarsi. La impresa dunque a lui deputata era in una conforme s al debito suo di leal servitore, e s al suo desiderio come cavaliere animoso. Per senza alcuna dimora partecip l'ordine del re al conte di Derby, figliuolo del conte di Lancastro il Torcicollo, al conte di Suffolk, a messer Regaldo di Cobham, a messer Luigi di Beauchamp, a messer Guglielmo Fitz-Warwick e al sire di Beauclerc, ch'egli aveva scelti per dover con lui avere la parte loro nell'onore di quella rischiata fazione. Fecero i predetti cavalieri prestamente i loro apparecchi, e saliti coi loro scudieri sopra legni da guerra che si erano fatti scorgere gi carichi d'armi, di viveri e di duemila arcieri pel Tamigi infino a Londra, salparono di l subitamente, e giovandosi del riflusso, si andarono ad ancorare innanzi che fosse al suo termine, in faccia Gravesende. Il d seguente, rimesso alla vela, non si fermarono che a Margate: e al terzo d finalmente fecero tanto sforzo di vele e di remi, e cos bene, che scopersero le terre di Fiandra. Quivi in poco d'ora furono insieme ridotti tutti i legni; e disposta ogni cosa acconciamente allo sbarco, tenendosi sempre vicini alla spiaggia; la vigilia del San Martino d'inverno, verso le ore undici del mattino, furono finalmente in vista dell'isola di Cadsand.
Bast ai cavalieri inglesi il solo gittare d'uno sguardo in sull'isola per avvedersi che bisognava loro rinunciare alla speranza di averla per sorpresa. Le sentinelle avevano veduto il navilio e chiamato all'armi: e tutto il presidio, che non era minore di sei mila uomini, uscito dalle trincee, era corso ad attelarsi in battaglia sovra la spiaggia. Gli Inglesi per avendo dalla loro il vento o la marea, giurarono che vi afferrerebbero; e fatto tutti i legni distendere in una sola fila, e dato di piglio alle armi, a suon di trombe li lanciarono a golfo spiegato, e per punta contro della citt. Allora per quelli di Cadsand non ci ebbe pi dubbio; e poco stante gli assalitori si furono cos appressati, che quei del presidio potevano riconoscere i loro pennoni disposti in ordinanza, e vederli fare i loro cavalieri, de' quali furono armati, vicino alla costa, sedici.
N se gli Inglesi noveravano fra le loro file molti cavalieri valenti della persona e sperti nelle armi, i loro nemici non difettavano di uomini di coraggio e di maestria. I pi chiari fra loro erano messer Guido di Fiandra, fratel bastardo del conte Luigi, il quale con generose parole li confortava a far buona prova; il duchre di Hallewyn, messer Giovanni di Rodi e messer Gilles dell'Estriff; e come vedevano gli Inglesi fare lor cavalieri in sulle navi, essi vollero fare altrettanto; e de' Fiamminghi furono armati messer Simone e Piero Brulledent, messer Piero di Englemoustiers, ed altri prodi compagnoni e nobili uomini d'armi. Cos allorch i navili furono presso alla spiaggia, essendo nelle due parti pari l'ardore, l'odio ed il coraggio, e pari il desiderio di venirne a' ferri, non ci ebbe n intimazione fatta, n risposta data. Tutti delle due parti, come furono a tiro, levarono il grido di guerra, e gli Inglesi pur seguitando di farsi avanti per isbigottire i contrar, fecero sopra quelli cadere una pioggia di frecce s terribile e rovinosa, che i difensori del lido, per quanto fosse grande l'animo loro, non potendo rimandare agli Inglesi la morte che ne ricevevano, per avere con quelli una battaglia a corpo a corpo in vece di quella lontana (nelle quale lo svantaggio era tutto per loro), dovettero indietreggiare. Gli Inglesi allora presero terra; ma non erano appena messi in sulla spiaggia, che gli isolani, i quali si erano ritratti fuori del tiro, furono loro sopra con un tale urto, che i gi sbarcati non li poterono sostenere, e i cavalieri che ancora avevano il piede in su i legni, sospinti da quelli che venivano dopo loro, non avendo pi terra davanti a s, dovettero cadere nel mare. In quella per s'intese d'in mezzo al tumulto levarsi con gran forza la voce di Gualtiero di Mauny, il quale cacciavasi avanti gridando: Lancastro al conte di Derby! Questo secondo infatti aveva tocco di un colpo di mazza in sulla testa, e nel dare indietro che avevano fatto gli Inglesi, era stato lasciato per morto in sul terreno. I Fiamminghi, scortolo con un elmo incoronato, lo avevano creduto un gran signore, e gi se lo portavano via, quando Gualtiero Mauny, vedendolo in podest dei Fiamminghi, senza aspettar un pi grande rinforzo, si avvent di nuovo nel mezzo de' nemici, e con un primo colpo di azza si fe' cader morto a' piedi messer Simone Brulledent, armato pur test cavaliere. A quel colpo i Fiammanghi si lasciaron cader dalle mani il conte di Derby, il quale di in sulla sabbia tuttavia tramortito. Gualtiero di Mauny gli mise un piede sul corpo, e lo difese senza indietreggiare d'un passo, e tanto ch'egli ebbe spazio di rinvenire. Del rimanente, com'egli non era stato ferito, ma solo intronato dalla percossa, non ebbe appena ripresi i sentimenti, che pot rialzarsi, e dato di mano alla prima spada che gli venne veduta, riprese il combattere senza far motto, e come se non fosse stato nulla, rimettendo ad altro tempo il rendere i debiti ringraziamenti a Gualtiero di Mauny, perocch faceva ragione che per al presente niuna cosa fosse pi opportuna che il batter gi forte per riguadagnare il tempo perduto.
E veramente da ogni parte si faceva questo medesimo; se non che si vedeva che sebbene i Fiamminghi non cedesser del campo, gli Inglesi avevano nullameno il vantaggio per cagione di que' loro mirabili arcieri, stati mai sempre gli operatori delle loro vittorie, i quali dalle navi sulle quali erano restati, dominavano il campo di battaglia; e di mezzo alla mischia sceglievano, come avrebber potuto fare di cervi o di damme in un parco, quelli d'in fra i Fiamminghi che volevano ferire colle loro lunghe frecce dure ed aguzze talmente, che passavano i giachi di cuoio e le cotte di maglia come se fossero stati di cartone o di tela, e le sole corazze di Alemagna potevano tener forte contro di esse.
I Fiamminghi dalla parte loro operavano maraviglie: e avvegnach decimati da quella pioggia mortale, contro la quale la loro valentia era invano, resistevano, come abbiamo detto, accanitamente. Ma essendo finalmente messer Guido bastardo di Fiandra caduto anch'egli sotto un colpo d'accetta avventatogli dal conte di Derby, e venutosi dalle due parti sopra il suo corpo a un combattimento simile a quello che gi erasi fatto sulla persona di chi lo aveva abbattuto, la fortuna questa volta si mostr d'altra forma. Perocch il duchre di Hallewyn, messer Gilles dell'Estriff e Giovanni Brulledent nel volerlo soccorrere furono morti. Per la qual cosa non restava pi dei capi che messer Giovanni Rodi, ed egli altres ferito nella faccia da una freccia, la quale non gli essendo riuscito di cavar fuori per essergli infitta nell'osso, aveva spezzata a due pollici dalla guancia.
Vedendo le cose venute a s mali termini, tent egli bene di operare una ritirata; ma la cosa riusc impossibile. La presa di messer Guido di Fiandra, la morte di ventisei cavalieri cascatigli all'intorno per volerlo difendere, e l'incessante grandinar delle frecce dai legni, le quali piantandosi nel terreno, lo facevan parere (s grande era il loro numero) un campo pieno di spighe, sbigottirono per siffatta maniera i suoi soldati, che si voltarono in fuga verso la citt, di che messer Giovanni di Rodi, non potendo portare una tanto sventura, si fece uccidere in quel luogo istesso ov'erano stati morti gli altri tutti.
Dopo di ci non fu pi battaglia, ma un macello; vincitori e vinti alla mescolata entrarono in Cadsand; il battersi fu di contrada in contrada, di casa in casa, e il presidio tutto quanto, chiuso com'era a un lato dall'oceano e all'altro da un braccio della Schelda, non potendo camparsi colla fuga, o fu ammazzato o fatto prigione; tanto che di seimila uomini che lo componevano, quattromila restarono sul campo di battaglia. La citt presa com'era stata d'assalto e senza capitolazione, ne and a sacco, ed ogni cosa che avesse alcun pregio fu trasportata in sui legni. Poi messo gli Inglesi il fuoco alle case e vistele cadere in fino all'ultima, si rimisero in mare, lasciando quell'isola, il d innanzi pur tanto popolosa e fiorente, nuda, deserta e cos inabitata e selvaggia, come aveva dovuto essere il primo giorno che era uscita dal mare.
In quel mezzo le pratiche politiche avevano proceduto dell'egual passo che le spedizioni guerriere; e le due ambasciate erano tornate a Gand. Il duca del Brabante consentiva di mettersi con Edoardo, a condizione che questi gli pagherebbe la somma di diecimila lire sterline subito, e a termine sessantamila, obbligandosi di mettere insieme mille dugento uomini d'armi che avrebbero le paghe dal re d'Inghilterra, e offrendo di giunta al medesimo re, come suo parente ed alleato, il proprio castello di Lovanio residenza ben pi degna di lui, che la casa del birraio Giacomo d'Artevelle.
N la risposta di Lodovico quinto di Baviera era men favorevole. Il conte di Juliers, che Edoardo aveva aggiunto a' suoi ambasciatori, lo aveva trovato a Floremberga, e gli aveva significata la proposta del re d'Inghilterra. E Lodovico aveva consentito di nominarlo suo vicario per tutto l'impero; titolo che gli portava il diritto di battere moneta d'oro e d'argento colla effigie dell'imperatore, e gli conferiva la potest di far genti in Alemagna: e due inviati dell'imperatore accompagnavano nel ritorno l'ambasceria, perch avessero a ordinare senza indugi col re d'Inghilterra il tempo, il luogo e i particolari della cerimonia. Per fare poscia l'imperatore una dimostrazione a messere di Juliers della soddisfazione che gli cagionava la proposta da lui recatagli, lo aveva fatto marchese, di conte che era.
Il d appresso Gualtiero di Mauny, che aveva lasciato l'armata nel porto di Ostenda, vi arriv pure, annunziando a Edoardo che i suoi ordini erano compiuti, e che poteva a suo grado far solcare dall'aratro e seminare di grano la terra, che sotto il nome di citt di Cadsand era stata infimo a quell'ora nido a pirati fiamminghi.
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Capitolo 8.
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Il re Filippo di Valois intanto, il quale ignorava que' tanti apparecchiamenti di guerra che si ordinavano contro di lui, s'apprestava per andare oltre mare a combattere i nemici di Dio. La crociata non era stata giammai bandita con pi di calore, e il re di Francia, veggendo, al dire di Froissart, il suo reame grasso, pieno di ogni bene e spesso di popolo, erasi dichiarato capo di quella santa impresa, e datosi senza intermissione a trovare i mezzi di eseguirla. Per conseguente egli aveva fatto il pi bello apparecchio di guerra che mai pi si fosse veduto dopo Goffredo di Buglione e il re S. Luigi; e a farsi dal 1336 aveva intertenuti i porti di Marsiglia, di Aiguesmortes, di Cette e di Narbona, e adunatovi vascelli, navi, galere e barche in tanto numero, che avrebbero potuto bastare al passaggio di ben sessantamila uomini con loro armi, viveri e bagaglie.
Medesimamente egli aveva inviati messaggi a Carlo Roberto re d'Ungheria, il quale era un religioso e valente uomo, pregandolo a voler tenere aperte le sue contrade per ricevervi i pellegrini di Dio, e una simile significazione aveva mandato a fare a' Genovesi, a' Veneziani, al re Ugo quarto di Lusignano che teneva l'isola di Cipro e a Piero secondo re di Aragona e di Sicilia. Aveva inoltre fatto giungere avvisi al gran priore di Francia nell'isola di Rodi perch dovesse tener fornita l'isola di viveri, e sollecitato i cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme a dover aver provveduto l'isola di Creta che loro apparteneva per al tempo in cui egli doveva farvi la sua passata.
Cos ogni cosa era presta in Francia e per tutta quanta la strada; trecentomila uomini avevano presa la croce, n altro aspettavano pi per mettersi al cammino che il congedo del capo, allorch Filippo di Valois fu informato delle pretese che Edoardo terzo voleva far valere in sulla corona di Francia, e delle sue prime pratiche presso delle buone genti di Fiandra e dell'imperatore. E poco stante un molto leal cavaliere appellato Leone di Crainheim ne veniva a lui dalla parte del duca di Brabante, il quale procedendo secondo la sua natura doppia e scaltrita, non aveva appena impegnata la sua parola al re Edoardo, per la forza che avevagli fatto la offerta magnifica di settantamila lire sterline, che gli si era offerto all'animo il pericolo che vi sarebbe per lui, poniamo che la impresa avesse fallito, rimanendo esposto alla collera del re di Francia. Egli aveva dunque fra i suoi cavalieri trascelto colui che era tenuto per grandezza d'animo e lealt il migliore di tutti, e commessogli di doverne andare a Filippo di Francia, affermandogli sulla sua parola che non dovesse dare credenza a nissuna mala voce che per avventura gli pervenisse di lui; ch suo intendimento era di non fare alcuna alleanza n trattato alcuno col re d'Inghilterra, ma che essendo quel re suo cugino germano non aveva potuto disdire che non venisse a visitar la contrada, e che venutovi, era cosa ben naturale ch'egli dovessegli offerire il suo castello di Lovanio, come avrebbe pur non mancato di fare in verso di lui il suo cugino germano re Edoardo, se egli, duca di Brabante, fosse per ventura ito a fargli visita in Inghilterra.
Filippo di Valois, ben conoscendo la qualit dell'uomo che era, non rimase per quelle proteste coll'amico del tutto purgato da sospetto. Se non che il cavaliere Leone di Crainheim, la cui austera onest era ben conosciuta, propose al re di restar come ostaggio e di mettere la propria persona a malleveria del duca di Brabante, giurando per la vita sua di aver detta la verit. Filippo dunque si acquiet, e il vecchio cavaliere da quel d in poi fu trattato alla Corte di Francia non come ostaggio, ma s come ospite.
Malgrado per quelle attestazioni, ben sentendo Filippo che avrebbe, andando oltre mare, messo in grande repentaglio il suo reame, tolse gi bentosto i pensieri da quella crociata, e rivoc tutti gli ordini mandati per infino a che non avesse pi certe informazioni circa i disegni di Edoardo terzo. Ma come i cavalieri e i suoi uomini ligi erano gi in sulle armi, comand loro infrattanto di dovervi durare, e di prepararsi a trarre contro i cristiani que' ferri che avevano impugnati al solo fine di combattere gli infedeli. E quella deliberazione prendeva, proponendosi di fare suo pro di una congiuntura tanto pi favorevole a lui, che poteva suscitare nell'Inghilterra, almeno per alcun tempo, al re Edoardo gravi disturbi, e dargli tanti pensieri per difendere il suo regno, che gli dovesse uscire la voglia di conquistare l'altrui. Noi vogliamo dire dell'arrivo in Parigi del re di Scozia e della regina sua moglie, cacciati, secondo che ricordammo, dal loro regno, dove non possedevano niente pi che quattro fortezze e una terra.
E a questo proposito, siccome la nostra lunga e fedele alleanza colla Scozia tiene un grande e molto importante luogo nella storia del medio evo, i nostri lettori vorranno essere contenti che noi facciamo passar loro davanti i diversi avvenimenti che la produssero, acciocch nissuna parte del grande quadro che noi ci siamo proposti di spiegare ai loro sguardi, non rimanga oscuro n incompiuto. Oltrech la Francia gi fin da que' tempi era venuta in tanto stato, che forza  pure, chi voglia poterne far giusta stima, a quando a quando gittare un'occhiata sugli stati in cui faceva sentire gli effetti della propria possanza.
La spedizione del vincitore di Hasting, merc la mirabile storia descritta da Agostino Thierry della conquista de' Normanni,  non che nota in tutte le sue pi triste particolarit, ma popolare in Francia. Da quel punto adunque solamente noi ci faremo a discorrere rapidamente di quella poetica terra della Scozia, la quale a Walter Scott forniva materia alla pi romanzesca di tutte le storie, e ai romanzi i pi storici che ancora si abbiano in tutto il mondo delle lettere.
I re di Scozia, i quali infino allora si erano mantenuti liberi e indipendenti, tuttoch in guerra mai sempre coi re d'Inghilterra, traendo a proprio vantaggio quella conquista e la lunga lotta intestina che ne seguit, avevano allargato il loro territorio a scapito dei loro nemici, e conquistato quasi intere le tre province del Northumberland, del Cumberland e del Westmoreland. Per i Normanni, i quali avevano un gran che fare per abbattere i Sassoni, si mostrarono alla prima molto agevoli verso degli Scozzesi, e consentirono ad essi la cessione definitiva delle dette province, a patto che il re di Scozia renderebbe per esse omaggio al re d'Inghilterra, tuttavia durando nel resto sovrano libero e indipendente.
N per verit Guglielmo aveva condizione diversa; perocch se non pativa per la sua conquista nell'isola dipendenza da chicchessia, egli teneva il suo gran ducato di Normandia e le sue alte possessioni del continente a titolo di vassallo del re di Francia; e da quel tempo aveva avuto principio la cerimonia del prestare omaggio. E alle condizioni di quell'omaggio istesso Edoardo terzo faceva ragione di essersi sottratto col non porre le proprie mani fra le mani di Filippo di Valois. Ma per non disviarci dalle cose della Scozia, era ben difficile che durassero in quella condizione. Cos pi la tranquillit si venne assodando nell'Inghilterra, e pi cupidamente Guglielmo e i suoi successori ebbero gli occhi sopra la Scozia, sebbene ancora non si sentissero il cuore di ripigliarsi ci che avevano conceduto. In quella vece vennero a poco a poco mettendo fuori destramente parole che i loro vicini dovevano loro omaggio non solamente per le tre province conquistate, ma per tutto altres il restante del regno. Indi quel primo periodo di combattimenti che si terminava nella giornata di Newcastle, dove Guglielmo di Scozia, appellato il leone per la figura che portava di quell'animale in sullo scudo, fu fatto prigione e astretto per riavere la libert di chiamarsi, e ci non che pel Cumberland, pel Westmoreland e pel Northumberland, ma s ancora per tutta la Scozia, vassallo al re d'Inghilterra. Riccardo primo per, quindici anni appresso, risguardando quella condizione come ingiusta ed estorta per forza, di suo pieno grado rinunci ad essa, ed i re di Scozia, tornati in istato di sovrani indipendenti, non pi prestarono omaggio che per le province conquistate.
E in quella forma erano corsi ben cento ottant'anni, e sei re avevano regnato sulla Scozia dopo quella rinuncia; e come gl'Inglesi non avevano pi fatto valere quella loro vecchia pretesa di sovranit, cos nessuna guerra non era mai pi seguita fra i due popoli. Tutto a un tratto per una predizione si sparse fra gli Scozzesi, la quale mise un terror grande, come quella che veniva da un savio in grandissima venerazione per nome Tommaso il Rimatore. Essa portava che il 22 marzo sarebbe il giorno pi tempestoso che avesse giammai veduto la Scozia. Quel giorno venne, e si pass in una mirabile serenit; e gi cominciava a mettersi in giuoco la predizione funesta e l'astrologo, quando la voce si sparse che Alessandro terzo, ultimo di que' sei re sotto dei quali la Scozia aveva avuta la sua et dell'oro, passando a cavallo sulla costa del mare, nella contea di Fife, tra Burnstisland e Rynihorn, precipitato gi dall'alto di una roccia scoscesa per un piede sfallito al cavallo, era rimasto morto di colpo. Allora ciascuno ebbe compreso quella essere la tempesta predetta, e non dubitossi che non dovesse seguirne una grande ruina. Quella ruina per non sopravvenne cos tosto come si temeva. Alessandro era morto senza successione maschile; ma una delle sue figliuole; sposata a Errico re di Norvegia, aveva partorito una figliuola, che gli storici di que' tempi chiamano Margherita, e i poeti la vergine di Norvegia. E a quella come a nipote di Alessandro si apparteneva, e fu in effetti devoluta la corona di Scozia.
Regnava allora in Inghilterra Edoardo primo, avo di quello del quale tratta il presente libro, e principe di spiriti vivi e guerrieri, e forte desideroso di poter crescere o per via delle armi o per via de' maneggi, e fallendogli questi due modi mediante gl'inganni, la sua possanza. E quella volta sarebbesi detto aver voluto la provvidenza istessa fargli la strada alla sua ambizione. Edoardo aveva un figliuolo di nome simile a lui, il quale prese dopo di lui il reame sotto il nome di Edoardo secondo, ed ebbe quella s atroce morte che abbiam inteso raccontare dal suo assassino istesso Mautravers, fatto poscia castellano o meglio carceriere della vedova regina Isabella. Edoardo primo aveva chiesto per suo figlio la mano della vergine di Norvegia, ed eragli stata consentita. Ma nel mentre che dalle due Corti si stavan facendo gli apparecchi al matrimonio, la giovane Margherita mor, lasciando il trono di Scozia senza successore alcuno diretto di Alessandro terzo.
Pretendenti per non mancarono alla successione vacante. Dieci grandi signori, parenti pi o men prossimi al re defunto, assembrarono loro navi, e si apprestarono a sostenere le loro ragioni colle armi alla mano. Di che si vedeva la tempesta di Tommaso il Rimatore farsi, per cos dire, ad ogni batter di ciglia pi grossa, e minacciare per lunga pezza il cielo torbido ed oscuro. I nobili Scozzesi volendo ovviare i disastri che erano per partorirsi da una guerra civile, deliberarono di eleggere arbitro Edoardo I, e di avere per re quello fra i dieci pretendenti che fosse da lui designato. Quella deliberazione fu per ambasciatori portata al re d'Inghilterra, il quale avvisando il partito che per lui poteva ritrarsene, senza metter tempo di mezzo accett, e fece per mezzo degli ambasciatori medesimi convocare il clero e la nobilt scozzese pel d 9 giugno 1291, nel castello di Norham, situato sulla riva meridionale della Tweed, in quella parte dove la detta riviera divide la Scozia dall'Inghilterra.
Al d assegnato i pretendenti vi furono secondo il convegno; n vi manc il re Edoardo. Il quale passato per mezzo di quell'assemblea, a cui per la statura grande avendo acquistato dagl'Inglesi il soprannome di re gambuto, soprastava di tutta la testa, e postosi a sedere in sul trono, fece segno al gran giustiziere di dover favellare. Quegli allora, levandosi in pi, annunzi alla nobilt scozzese che il re Edoardo, innanzi di pronunciare il suo giudizio, intendeva che fossero riconosciute le ragioni sue non solamente come signor sovrano del Northumberland, del Cumberland, e del Westmoreland, il che non si era mai contestato, ma altres di tutto il regno; la qual cosa dopo la rinuncia di Riccardo non era pi stata obbietto di contestazione.
Quella improvvisa significazione dest un gran tumulto. I nobili Scozzesi negarono di fare alcuna risposta innanzi di essersi tra loro insieme accordati; e il re Edoardo conged l'assemblea con lasciare a' pretendenti non pi che tre settimane per risolvere di quello che accadesse di fare.
Al giorno appuntato l'assemblea fu di nuovo adunata; ma quella volta all'altra riva della Tweed, in sul territorio scozzese, per mezzo a una pianura scoperta chiamata Upsettlington, la quale senza fallo Edoardo aveva quivi trascelto, perch i pretendenti potessero deliberare senza sospetto. Del resto tutte le precauzioni erano per sicuro state prese anticipatamente, perocch questa seconda volta, allorch rinnovellossi la proposta di dover riconoscere il re Edoardo come signor sovrano, neppur uno fece contrasto, e tutti per contrario dichiararono di sottomettersi liberamente e di volont a quella condizione.
Allora incominciossi a mettere in esame i titoli dei candidati alla corona; e Roberto Bruce, signore di Aannandale, e Giovanni Balliol, signore di Gallovay, normanni di origine entrambi, ed entrambi discendenti dalla famiglia reale di Scozia per via di una figliuola di Davide, conte di Huntington, furono riconosciuti avere le ragioni meglio fondate alla successione. Edoardo dunque fu pregato di decidere la quistione fra loro, e nomin Giovanni Balliol. Il quale inginocchiatosi tostamente, mise le mani sue fra le mani del re d'Inghilterra, e lo baci in bocca, riconoscendosi per suo vassallo e uomo ligio non solamente rispetto alle tre province conquistate, ma s ancora per tutto il reame di Scozia.
Per questa maniera la tempesta prevista da Tommaso il Rimatore, non che si dissipasse, la nazionalit scozzese era gi sfolgorata.
Balliol incominci a regnare, ma ben tosto le sue azioni e i suoi giudizi fecero palese la parzialit e irresolutezza della sua natura. I malcontenti ne portarono lagnanze ad Edoardo, il quale gli confort a doversi appellare a lui dalle decisioni del loro re. N quelli mancarono di cos fare. Edoardo allora, messo insieme un gran fascio di siffatte querele, vere o false che fossero, mand intimazione a Balliol di dover comparire davanti alle Corti d'Inghilterra. A quella intimazione Balliol si sent dentro la prurigine di tornar uomo e re; e neg spacciatamente di obbedire. Edoardo per conseguente domand come malleveria della sua sovranit che fossero date in potere dell'Inghilterra le fortezze di Berwick, di Roxburg e di Jedburgh; ma Balliol per risposta, armato un grosso esercito, fece dire a Edoardo che cessava di riconoscerlo pi per suo signore sovrano, e passati i confini dei due regni, entr nell'Inghilterra.
Edoardo, a cui non era abbastanza di avere la Scozia vassalla, ma la voleva schiava, niuna cosa desiderava al mondo meglio di questa, siccome avevano dato a vedere apertamente i suoi governi dopo il lodo da lui pronunciato. Messo dunque insieme un esercito, usc a campo contro Balliol; e innanzi che prendesse il primo alloggiamento, un cavaliero, seguito da un grosso stuolo, gli si fece avanti, chiedendo di poter essere cogl'Inglesi a quella guerra. Quel cavaliere era Roberto Bruce, il competitore di Balliol. I due eserciti si trovarono a fronte presso di Dumbar; gli Scozzesi, abbandonati in sul principiar della mischia dal loro re, furono sconfitti. Balliol, temendo di esser fatto prigione, e trattato secondo il rigor delle leggi guerriere in uso a quella stagione, profferse di darsi spontaneo in podest di Edoardo se gli si faceva salva la vita. Essendo quella proposta accettata, egli and a trovare il re d'Inghilterra nel castello di Roxburg senza il manto reale e senz'armi difensive n offensive, recando in mano una bacchetta bianca in luogo dello scettro, e dichiar che, sommosso dai mali consigli della nobilt, egli erasi traditorescamente ribellato al suo signore e padrone, e che in espiazione del suo fallo gli cedeva tutti i suoi diritti reali sulla terra di Scozia e suoi abitanti. A quelle condizioni ottenne dal re d'Inghilterra il perdono.
Roberto Bruce, che erasi messo con Edoardo nella speranza che le cose della Scozia ne venissero a quel termine, e aveva avuto assai merito alla vittoria, come vide Balliol spossessato, ne venne innanzi a Edoardo, domandando per s il trono a quelle condizioni istesse che gi era stato concesso prima al suo competitore. Ma Edoardo, parlandogli nel suo dialetto francese normanno:
Vi credete voi dunque, disse, che non mi abbia altra cosa da fare che conquistare reami per voi?
E perch meglio si chiarisse che tale veramente non era il suo intendimento, condusse le sue genti vittoriose per tutta la Scozia, dalla Tweed infino a Edimburgo, e fatto tramutare gli archivi di quel regno a Londra, e a Westminster la gran pietra, sulla quale una vecchia usanza nazionale voleva che i re scozzesi fossero collocati il d della loro incoronazione, commise il governo della Scozia al conte di Surrey, e chiam Ugo Cressingham gran tesoriere, e gran giudice Guglielmo Ormesby, ponendo comandanti inglesi a tutte le province, e presidi inglesi per tutte le castella. Indi se ne torn a Londra per tener quieto il paese di Galles, da lui sottomesso poc'anzi in quella stessa maniera che la Scozia, e dove aveva fatto impiccare l'ultimo principe, non d'altro colpevole che di avere voluto mantenere la propria indipendenza. Dopo quel fatto i figliuoli primogeniti dei re d'Inghilterra presero sempre il nome di principi di Galles.
Nella Scozia allora si vide avvenire quel medesimo che prima e poscia in qualsivoglia terra conquistata. Il gran giudice, parziale verso gl'Inglesi, rec iniqui giudizi, e il gran tesoriere, trattando gli Scozzesi non come soggetti, ma come tributari, ne storse da essi pi di moneta in soli cinque anni che non ne avevano domandato i loro quattro re in un secolo. Le querele portate al governatore non furono ascoltate, o non ottennero che risposte illusorie od oltraggiose; e i soldati lasciati quivi in presidio, trattando in ogni luogo e in ogni congiuntura gli Scozzesi, come vinti, mettevan le mani rapaci sopra qualunque cosa fosse di loro talento, malmenando, ferendo e mettendo a morte coloro che facessero atto di opporsi alle loro ruberie. Per la qual cosa la Scozia in poco di ora si trov condotta in quello stato, quasi diremmo, febbrile, onde pareva che sonnecchiasse nel sopore della sua schiavit, mentre per lo contrario non attendeva che un buon momento a riscuotersi, e un uomo che l'aiutasse a tornar libera.
Or quando una contrada ne sia venuta a un tal termine, l'avvenimento non tarda ad accadere, n l'uomo manca giammai. E allora l'avvenimento fu quello delle Grange d'Ayr, e l'uomo Guglielmo Wallace.
Un garzonetto tornando un giorno dalla riviera di Irrine, con dentro a un paniere un numero grande di trote che ci aveva pescate, giunto alle porte della citt di Ayr si abbatt in tre soldati inglesi, i quali, facendosegli intorno, vollero torgli la sua pescagione. Il garzonetto allora dichiar che ben di suo grado, se que' soldati avevano fame, spartirebbe la pesca con loro, ma che non intendeva dar tutto. Un degli inglesi, senz'altro rispondere, mise la mano in sul paniere; ma il giovinetto gli cal di botto un s forte colpo col manico della sua lenza, che ne casc morto. Indi, afferrata in meno che non si dice la spada di lui, seppe cos bene farsi valere contro gli altri due, che dovettero darsi alla fuga, ed egli se ne port a casa l'intera pesca.
Quel garzonetto era Guglielmo Wallace.
Sei anni dopo quell'avventura un giovane passava per mezzo al mercato di Lanark, dando il braccio a sua moglie. Aveva indosso un abito di panno verde finissimo, e teneva alla cintura un ricco pugnale. Alla svolta di una contrada un Inglese gli si par davanti, e impedendogli il passo, disse essere cosa ben fuori del convenevole che uno schiavo scozzese si permettesse di portare s nobili abiti e armi s belle. Il giovane sendo, come abbiam detto, colla sua donna, si content di fare in l col braccio l'Inglese per aprirsi il passo. Quegli ebbe per un insulto un simile atto, e pose mano alla spada; ma innanzi che l'avesse pur tratta fuori del fodero era gi in terra morto da una pugnalata nel petto. A quella vista tutti quanti gl'Inglesi, che per avventura si trovavano nella piazza, trassero in folla verso l'uccisore. Ma un nobile Scozzese, il quale aveva la casa presso a dove era accaduto quel fatto, avendogli aperta la porta, e chiusala tostamente dopo le spalle, pot, nel mentre che i soldati inglesi sforzavansi di abbatterla, trafugarsi per la via del giardino, e guadagnare una valle selvaggia e tutta piena di rocce, chiamata Cartland-Craigs, per dove i suoi nemici non si provarono neppure di perseguitarlo. Il governatore per di Lanark, per nome Hazelrigg, facendo cadere sopra d'innocenti quella pena che non potea percuotere il reo, dichiarato il giovane fuor della legge, e proscritto, mise il fuoco alla casa sua, e fece uccidere la moglie di lui e i domestici. Il proscritto dall'alto di una roccia vide la fiamma, e quasi pot intendere le grida de' morenti, giur un odio eterno all'Inghilterra. Quel giovine era Guglielmo Wallace.
N and guari che per le terre d'intorno cominci a favellarsi d'imprese ardite tentate da un capo di proscritti, il quale con una grossa masnada di uomini, posti fuor della legge al pari di lui, non perdonava la vita a nissun inglese che gli desse nelle mani. Una mattina s'intese che lo stesso Hazelrigg era stato sorpreso nella casa propria, e lasciato con nel petto un pugnale, nel quale erano le seguenti parole: All'incendiario e assassino. Dopo ci non vi ebbe pi dubbio che quel colpo arrischiato non fosse opera del capo medesimo, e gli furono spedite contro forti bande d'inglesi: ma ne tornarono rotti. Della qual cosa la nobilt scozzese prendeva una maravigliosa allegrezza n la nascondeva. Perocch l'odio che essa aveva loro posto gi da assai tempo, era ben conosciuto dai vincitori. E questi presero un partito estremo.
Il governatore, sotto colore di voler intendersi circa gli affari della nazione, mand invitando tutti i nobili della Scozia occidentale a dover convenire nelle grange di Ayr, le quali facevano un gran corpo di vasti fabbricati, dove nell'inverno i monaci della vicina abbadia ammassavano le loro derrate, e che nella state lasciavano pressoch vuoti. I nobili, non prendendo sospetto alcuno, trassero a quella conferenza, e richiesti di dover entrare a due a due per evitare ogni confusione, la cosa parve loro cos naturale, che obbedirono. Ma a tutte le travi era stata accomandata una fila di corde, aventi un nodo scorsoio a un degli estremi, le quali, gettate dai soldati, ivi appostati, intorno al collo dei deputati, di mano in mano che andavan dentro gli appiccavano. E quella operazione fu condotta s destramente, che non essendosi udito di fuori neppure un grido, tutti vi entrarono, e tutti vi furono per quella guisa morti.
Un mese dopo un tale avvenimento, essendosi quei del presidio inglese ritirati pieni di cibo da una gran gozzoviglia, ridotti per dormire in quelle medesime grange, ove a tanta ignominia e tradimento erano stati morti i nobili scozzesi, una vecchia, uscita da uno dei pi poveri abituri della citt, and non vista, a segnar di una croce con un pezzo di creta tutti gli usci delle grange dov'erano chiusi gli Inglesi, indi chetamente si ritir. Un poco di poi discese dalla montagna una mano d'uomini armati, portando ciascuno un pacchetto di corde: e con esse legarono fortemente di fuori tutti gli usci dove vider fatto la croce. Finito che fu quel lavoro, un uomo, che pareva dover essere il capo, pass davanti a tutti quegli usci per certificarsi che i nodi fossero ben saldi; e un secondo stuolo di genti succedette ad ammassar davanti a tutti quegli usci e finestre paglia e sarmenti, di cui erano venuti carichi, e il capo di sua mano vi appicc il fuoco. Essendo le grange di legno, quando gl'Inglesi si furono riscossi all'improvviso, gi erano in mezzo alle fiamme. Il loro primo atto fu di correr agli usci; ma non essendo loro riuscito di aprirli, gli spezzarono a colpi di scure. N questo ancora li salv, ch gli Scozzesi, ristretti insieme a guisa di una muraglia tutto intorno di fuori, gli ributtavano nelle fiamme o gli scannavano. Alcuni allora degli Inglesi si ricordarono di una porta segreta, la quale metteva nell'abbadia, e si gettarono ver quella parte; ma il priore di Ayr i suoi monaci, o che fossero anticipatamente d'intesa con quei di fuori, ovvero che, risvegliati al romore, avessero avuto tempo ad informarsi di quello che avveniva, aspettarono i fuggitivi al varco, e assalitili colle spade, gli rincacciarono nelle grange. Poco stante rovinarono i tetti, e le travi a cui i signori Scozzesi erano stati appesi, cadendo sopra gl'Inglesi ancor vivi, prendevan di loro una terribile vendetta.
E il capo a ordinarla ed eseguirla era stato ancora Guglielmo Wallace.
Quel fatto fu il segnale di un generale sollevamento. Gli Scozzesi chiamarono per loro capo quel solo che non aveva disperato della saluto della patria. Il quale, se non era il pi nobile fra i loro signori, senza fallo era il pi valoroso. Ma egli non aveva appena messo insieme tre o quattro mila uomini, che gli fu mestieri venirne a combattimento; ch il conte di Surrey gli moveva contro, grosso di genti, insieme col gran tesoriere Cressingham. Per Wallace prese il suo campo sulla riva settentrionale del Forth, presso la citt di Stirling, laddove il fiume, non essendo pi che quattro o cinque leghe dal golfo di Edimborgo, ove mette la sua foce,  gi molto largo, e allora era sormontato da un lungo e stretto ponte di legno: e quivi si pose ad aspettare gli Inglesi, i quali nel giorno istesso gli si fecer vedere dall'altra parte del Forth. Surrey, come quello che era buon maestro di guerra, conobbe essere troppo grande il vantaggio dell'inimico perch volesse rischiar la battaglia, e di ordine che si dovesse far alto. Ma Cressingham, il quale, e come ecclesiastico e come tesoriere, avrebbe dovuto lasciare al reggente, conosciuto per di grande perizia nel maneggio delle cose guerriere, il giudicare e ordinare quello che fosse da farsi, cacci innanzi il suo cavallo circondato dai soldati, e dicendo che il debito di un buon capitano richiedeva di correre addosso all'inimico ove che si scontrasse. L'esercito inglese allora non pi contenendo l'ardore in cui erasi acceso per quel parlare, chiese con grandi clamori di venirne ai ferri; e a Surrey fu forza di darne il segnale. L'antiguardo comandato da Cressingham (ch agli ecclesiastici in quella et non era opera sconvenevole, cos portando il caso, di trattare la spada e la lancia) travers il ponte e cominci a spiegarsi sull'altra sponda. Ci era ne' desideri di Wallace, il quale, come vide passato mezzo l'esercito inglese, e il ponte del tutto ingombrato dietro di esso, fece alle sue genti (ed egli innanzi a loro) dar dentro: e tutti che eran passati furono o morti o presi, e quei che andavan passando abbattuti e gi traboccati dal ponte ad affogare nella riviera. Surrey, avvedutosi che se non prendeva una grande risoluzione anche il resto delle genti era spacciato, fece dar fuoco al ponte. Infatti se agli Scozzesi fosse riuscito di valicar la riviera, avrebbero trovato le sue schiere in tanto scompiglio, che in quella sola giornata tutto l'esercito ne sarebbe stato distrutto.
Cressingham fu trovato fra i morti; e l'odio che gli avevano posto gli Scozzesi era tanto maraviglioso, che della pelle toltagli gi dal corpo, a striscia a striscia fecero briglie e corregge pei loro cavalli. Surrey per, che aveva ancora sotto la mano un buon nerbo di genti, ritirossi verso l'Inghilterra, e ci con grande celerit, perch la notizia della disfatta toccata non ve lo precedesse; e hassi dalle memorie che veramente riusc a varcare la Tweed con sani e salvi i rimasi del suo esercito. Se non che levandosi dietro a' suoi passi le terre a stormo, in meno di due mesi tutte le castella e fortezze erano ricadute in podest degli Scozzesi.
Edoardo I, a cui fu annunziato quel sinistro in Fiandra, ripass senza dimora in Inghilterra. Per sottomettere la Scozia aveva dovuto travagliarsi in maneggi e in ogni maniera di arti per tanti anni, e quell'opera della sua ambizione era distrutta in una sola giornata! Appena dunque giunto in Londra, recate sotto il comando proprio le milizie che gli aveva salve Surrey, fece di esso il nerbo di un grosso esercito, e mosse in persona contro i ribelli. In quel mezzo tempo Wallace era stato nominato protettore. Se non che i nobili, che lo avevano trovato buono per liberare colla propria spada la Scozia, quand'essi non si attentavano pure di farlo colle parole, lo ebbero di troppo basso nascimento per governarli, e non lo vollero seguitare. Wallace allora fece una chiamata alla plebe; e montanari in numero grande concorsero a lui. Allora, avvegnach egli sentisse essere le genti sue di troppo per uomini, armi e maestria di guerra inferiori a quelle di Edoardo, nullameno, facendo ragione che in simili congiunture il peggio sia di dare indietro, egli si mosse difilato contro il nemico, e l'incontr vicino a Falkirk il 22 luglio 1298.
Le due osti rendevano un'apparenza ben difforme tra loro. Quella di Edoardo, composta di tutto il fiore de' nobili e cavalieri del regno, si mostrava sopra bellissimi cavalli, che gli uomini d'arme dell'Inghilterra traevano dal suo gran ducato di Normandia, e fiancheggiata da que' terribili arcieri, i quali nelle dodici frecce che portavano ne' loro turcassi stimavano di avere la vita di dodici Scozzesi. L'oste per contrario di Wallace non contava niente pi che cinquecento cavalli e alcuni arcieri della foresta di Ettrick, comandati da sir Giovanni Stewart di Bonkil. Tutto il resto non era altro che una gente di montanari mal difesi dalle loro armadure di cuoio, i quali marciavano serrati colle loro lunghe picche, tanto vicine le une alle altre, che parevano una foresta che si movesse. Giunto Wallace nel luogo che riputava opportuno alla battaglia, ordin la fermata, e a' suoi compagni cos parl:
Eccoci arrivati al ballo. Ora mostratemi come sappiate ballare.
Dall'altra banda Edoardo, che erasi pure ristato, vedendo che le condizioni del terreno nei loro vantaggi e inconvenienti si compensavano, pens che ad un re inglese sarebbe vergognoso di aspettare i ribelli, e ordin di appiccar la battaglia. Di tratto tutta quella pesante cavalleria, pari allo scoscendimento di una montagna che si avvalli, lanciossi a rovina contro le lunghe picche degli Scozzesi. In quel primo scontro quasi tutta la prima fila e la seconda degli Inglesi ne furono abbattute. Perocch i cavalli feriti fecero perder gli arcioni ai cavalieri, i quali impediti dal peso delle armadure furono quasi che tutti morti prima che potessero rialzarsi. Ma nel miglior punto la cavalleria scozzese, alla quale si apparteneva sostenere i pedoni che facevano s belle prove della loro virt, volt le spalle, lasciando scoperto un fianco dell'esercito a Wallace. Allora Edoardo fece fare avanti i suoi arcieri, i quali non avendo pi a temere che andassero loro addosso i cavalieri, poterono portarsi presso i nemici a un mezzo trar d'arco, e scegliere alla sicura quali fra quelli volevano uccidere. Wallace chiam a s altres tostamente i suoi arcieri; ma essendo a sir Giovanni Stewart che li comandava, incespicato in una radice il cavallo, ne trabocc avanti e si uccise; e gli arcieri suoi, che non per questo si stettero dal farsi avanti, non avendo chi li governasse, essendosi arrischiati imprudentemente, rimasero, tutti sul campo. Edoardo, visto come nelle file scozzesi per la tempesta delle frecce che i suoi facevano piovere sopra loro fosse entrato qualche scompiglio, avventossi con uno stuolo dei pi valorosi nell'aperta fatta dagli arcieri, e combattendo impetuosamente, penetr fino al cuore dell'esercito inimico, il quale non pi reggendo all'urto, si volse in fuga dirotta, lasciando in sul campo sir Giovanni Graham, che degno amico e compagno di Wallace, per abbominare la vilt dei nobili, non addietrando pure d'un passo, erasi fatto ammazzare davanti al drappello de' suoi.
Quanto a Wallace, che circondato da qualche centinaio de' suoi fedeli aveva durante tutto il combattimento tenuto il fermo, poich fu venuta la notte, col favore delle tenebre erasi riparato in una foresta vicina, dove per alcune ore stette celato in fra i rami di una quercia. Indi, intanto che i lordi e' signori scozzesi continuavano o a guerreggiare per proprio conto, o si sottomettevano secondo i propri interessi e a scapito del loro paese, egli, che gi per vedersi abbandonato dalla nobilt, aveva rinunciato al titolo di protettore, per mantenersi fedele alla sua patria, cacciato quasi fiera di monte in monte e di foresta in foresta, ne portava seco l'amore della Scozia, come gi Enea gli dei di Troia, riaccendendo ove che egli passasse l'amore della terra nativa, che in ogni altra parte pareva del tutto spento, e turbando incessantemente, per ben sett'anni che dur fuoruscito, con terribili sogni le notti di Edoardo, il quale non poteva mai entrare nella speranza di far sua la Scozia finch viveva Wallace.
Per la qual cosa il re inglese non sapendo altri mezzi di assicurarsi, promise ricompense sopra ricompense a chi gliel dava in mano morto o vivo; e ancora un traditore novello si trov pure fra quella nobilt che lo aveva gi pi volte tradito. Un giorno mentre Wallace desinava a Robroyston, in un castello dov'egli credeva non avere altro che amici, sir Giovanni Menteth pos il pane, dopo di avergliene offerto, in sulla tavola colla parte piana rivolta all'in su. Ci era il segno convenuto. I due commensali che, sedevano a destra e a manca di Wallace, lo afferrarono per le braccia, mentre due servi che gli eran di dietro gli gittarono attorno alla persona una corda, che fece ogni suo movimento impossibile. Cos il campione della Scozia incatenato come un malfattore, fu tradotto a Edoardo, il quale lo fece per ischerno comparire davanti a' giudici coronato di una verde ghirlanda.
L'esito del processo non poteva esser dubbio. Wallace fu condannato alla morte, e trascinato fino al luogo del supplizio su di un graticcio, ebbe la testa mozza. Indi il suo corpo tagliato in quattro venne esposto in sulla punta di altrettante picche sovra il ponte di Londra.
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Capitolo 9.
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Una sera, due o tre anni dopo la morte di Wallace, mentre alcuni soldati inglesi, tornati da una di quelle avvisaglie che ogni d succedevano tra vincitori e vinti, stavan cenando a un albergo intorno ad una gran tavola, un nobile scozzese, il quale militava fra le genti di Edoardo; e che si era battuto contro i ribelli, entr nella sala tanto affamato, che, postosi a un desco particolare, cominci a mangiar del servito senza essersi lavate le mani brutte ancora del sangue sparso nella giornata. Gli Inglesi, i quali avevano finito il loro pasto, lo guatavano con quell'astio che, sebbene seguissero la stessa bandiera, teneva pur sempre divisi gli uomini delle due nazioni. Ma quegli, tutto inteso a satollarsi, non sarebbesi di ci addato per nulla, se un di loro, levando la voce con piglio di scherno, non avesse detto:
Oh! vedete l quello Scozzese che mangia il suo proprio sangue...
Lo Scozzese, udendo gittarsi contro quelle parole, si guard le mani, e vedutole in effetto tutte insanguinate, si lasci cascare il pezzo di pane che accostavasi alla bocca, e si rec un momento in pensieri. Indi levatosi di l senza dir motto, se ne and, ed entrato in una chiesa che per avventura trov aperta, si gitt ginocchioni davanti all'altare, e lavando le mani colle proprie lagrime, giur di non vivere pi che per vendicare Wallace, e liberare la patria. Quel pentito era Roberto Bruce, discendente da colui il quale aveva a Balliol disputata la corona di Scozia, ed era morto lasciando a' suoi eredi di dover mantenere le sue ragioni.
Roberto Bruce aveva un competitore al trono, il quale al par di lui serviva nell'oste inglese, per nome sir Giovanni Comyn di Badenoch, e soprannomavano Comyn il Rosso, per distinguerlo dal fratel suo, che a cagione del suo colorito bruno appellavano Comyn il Nero. Costui trovavasi allora a Dumfries, in sui confini della Scozia. Bruce si rec da lui per risolverlo a volersi togliere dalla parte inglese, e mettersi con lui all'effetto di scacciare il forestiere. Di comune accordo fu scelta, come luogo proprio a conferire di questo importante negozio, la chiesa de' Minoriti a Dumfries. Accompagnavano Bruce, Lindsay e Kirkpatrick, i pi fidati de' suoi amici. Essi stettero fuor della porta della chiesa, ma quand'egli l'aperse per entrare, poterono vedere per lo spiraglio Comyn il Rosso, il quale aspettava presso dell'altare grande Roberto Bruce. Questi, dopo una mezz'ora usc, e senza dire parola, di di piglio alle briglie del suo cavallo. Ma come gli videro il volto pallido e scontraffatto e la mano insanguinata:
Che  dunque avvenuto? gli chiesero.
E Bruce:
Comyn non era della mia opinione, e credo di averlo morto.
Come! tu non ne sei ben sicuro? disse Kirkpatrick. Ci  cosa che vuole certificarsi, e vo a vedere.
E cos detto, i due cavalieri entrarono nella chiesa, e avendo infatti trovato Comyn il Rosso ancor vivo, il finirono. Indi usciti e saliti sopra i loro cavalli:
Tu ti apponevi, gli soggiunsero; la bisogna era a buon punto, ma non ancora al suo termine. Ora per puoi startene quieto.
Vero  che la tranquillit era pi agevole a desiderare, che a conseguirsi; perocch Bruce per quell'atto erasi tirato addosso un triplice risentimento: quello dei parenti del morto, quello di Edoardo e quello della Chiesa. Di che egli bene conoscendo non esservi modo di racconciare quello sdruscito, corse difilato alla badia di Schone, ove solevano coronarsi i re della Scozia, e assembrati quivi tutti i suoi partigiani, e chiamativi tutti coloro che si sentivano il cuore di combattere per la patria, si fece il 29 marzo del 1306 nominar re.
Il 18 del maggio seguente, Roberto Bruce fu per una bolla del papa scomunicato, privato di tutti i sacramenti della Chiesa, e dato a ognuno la facolt di ammazzarlo come un animale selvatico.
Il 20 giugno dell'anno stesso tocc una rotta presso di Methwen dal conte di Pembroke, e mortogli sotto il cavallo, casc in mano dell'inimico. Per sua ventura era uno Scozzese a cui egli aveva renduta la spada, il quale colle sue mani stesse, come si furono appressati a una foresta, tagliogli i legami ond'era stretto, e fecegli segno che poteva fuggirsene. Roberto non sel fece dire due volte, e calatosi pianamente del cavallo, si cacci per lo folto del bosco, dove lo Scozzese, per non averne castigo da Edoardo, diede vista di inseguirlo, ma pure guardandosi di raggiungerlo. E quel suo fare riusc a grande ventura di Bruce, perocch tutti gli altri prigioni ne andarono condannati al supplizio, portando cos la uccisione di Comyn il Rosso suoi frutti col dar sangue per sangue.
Da quell'ora incominciossi per Bruce una vita di avventure, che gitt nella storia di quell'et tanta vaghezza e tutto ci che pu offerire di pi attrattivo un romanzo. Messo in caccia egli difatto di monte in monte colla regina proscritta al pari di lui, e con tre o quattro amici fedeli, fra i quali era il giovine lord Douglas, appellato poscia il buon lord Giacomo, e ridotto a dover vivere della pesca o della caccia, che questi pi destro di tutti a simili esercizi, procacciava alla sua piccola comitiva per ben cinque mesi, durante la state e l'autunno, correndo di rischi in rischi, e non uscendo di un combattimento che per entrare in agguati, riusc a cavarsi ora per maestria, ora per sua accortezza, ora per intrepidit da tutti i pericoli, e a tener fermi gli animi de' suoi compagni. Venuto per oltre l'inverno, la regina fra quelle corse notturne, vagabonde e incessanti fu per venirne meno; onde Bruce, sentendo come fosse cosa impossibile ch'ella potesse sostenere pi lungamente que' tanti travagli, che le nevi e il freddo farebbero ancora pi incompatibili, la condusse a Kildrunmer, sola terra forte che tuttavia gli avanzasse nella contea di Aberdeen, presso le sorgenti del Don, e con essa la contessa di Ruchau e altre due dame del suo seguito, e commesso al suo fratello Nigello Bruce di doverla difendere fino all'ultima estremit, egli coll'altro suo fratello Edoardo attravers tutta la Scozia per far disviare dalla sua traccia i nemici, e riparossi nell'isola di Rathlin sulle coste irlandesi.
Due mesi appresso gli fu arrecato che il castello di Kildrunmer era caduto in podest degli Inglesi, il fratel suo Nigello messo a morte e la moglie andatane prigioniera.
Quelle tristi notizie arrivandogli in una povera capannuccia dell'isola, dove gi stava coll'animo sopravvinto da tanti rigori della fortuna, gli tolsero il po' di coraggio e di forza che tuttavia gli rimaneva. Gittatosi sopra il suo letto, cogli occhi pieni di lagrime, e costernato dal vedere come Iddio raggravasse sopra di lui la sua mano dopo la uccisione di Comyn il Rosso, egli veniva chiedendo a s stesso se in quei tanti disastri non gli si palesava per avventura la volont del Signore ch'egli dovesse dismetter l'impresa. Nel mentre di un tal dubitare, il caso gli aveva fatto fermare nella soffitta lo sguardo con quell'immobilit che sogliono dare i grandi dolori; e come avviene talvolta in simili abbattimenti, che la nostra persona si occupi di obbietto il pi futile, intanto pure che il nostro animo  trambasciato, cos i suoi occhi si avvennero in un ragno, il quale sospeso al suo filo, faceva vani sforzi per lanciarsi da una trave all'altra, nullameno rinnovellava pertinacemente quel tentativo da cui dipendeva la orditura della sua tela. Fu egli tocco di quella persistenza istintiva, e gli entr il desiderio di vedere a quale effetto fosse quello sforzarsi per riuscire. Per ben sei volte il ragno provossi aggiungere il punto prefisso, e sei volte fall. Quella vista gli suscit nell'animo una strana quanto superstiziosa immaginazione; e fatta ragione che non senza un disegno della Provvidenza in quel momento erasegli offerto davanti quell'esempio di paziente costanza, ei si tenne sicuro che se il ragno alla settima fiata riusciva al suo intento, ci sarebbe a lui un conforto del cielo e fe' voto di seguitare l'impresa. Se al contrario lo sforzo del ragno tornava di nuovo indarno, egli ripeterebbe come insensate e vane tutte le sue speranze, e partirebbe per la Palestina a dare il resto della sua vita per la fede. Non aveva appena nella mente sua compiuto un tal voto, che il ragno tentato lo slancio per la settima fiata, aggiunse la trave e vi rest aggrappato. Perch Bruce:
La volont del Signore sia fatta, grid; e saltato gi tostamente del letto, di ordine a' suoi soldati di doversi apparecchiare perch alla domane egli intendeva rimettersi alla campagna.
Douglas, che non aveva giammai intrammessa la guerra da partigiano, poich vide l'inverno essere presso al suo termine, si dispose a maneggiarla con pi vigore, e conducendo seco trecento uomini, aveva preso terra nell'isola di Arran, situata fra lo stretto di Kilbranan e il golfo della Clyde, sorpreso il castello di Bratwich, e messovi a morte il governatore e una parte delle genti che lo guardavano. Indi usando il diritto di conquista, erasi co' suoi messo in possessione della fortezza. Un giorno cacciando, come lo portava il suo genio, nella bellissima foresta che circondava la terra, nell'inseguir che faceva una damma, intese il suono di un corno. Posto mente:
Non c', disse, che il re che suoni a questo modo.
E poco stante, essendosi fatto intendere di nuovo quel suono istesso, Douglas spron il cavallo verso la parte da cui intendeva tornare, e in meno di dieci minuti si trov faccia a faccia con Bruce, il quale stava medesimamente cacciando. Erasi egli partito tre giorni prima dall'isola di Ruthlin, e da due ore aveva afferrato a quella di Arran. Una vecchia, la quale stava raccogliendo conchiglie in sulla spiaggia, avevagli raccontato che il presidio inglese era stato sorpreso da stranieri, e che allora appunto quegli stranieri cacciavano per la foresta. Perch Bruce, avendo per amico qualunque facevasi inimico agli Inglesi, erasi anch'egli dalla sua parte messo alla caccia, e Douglas riconoscendo il suo corno, era accorso, e i due compagni fedeli erano di nuovo insieme.
Da quel giorno parve che la rea fortuna si facesse mite a tanta costanza. Bruce aveva, non  dubbio, fatto per la uccisione di Comyn una lunga e ben crudele espiazione, e il sangue pagato dal sangue, cessava finalmente di domandare vendetta. La tenzone ci nullameno fu lunga; e si convenne vincere con incessante vicenda il tradimento e la forza, l'oro e il ferro, i pugnali e le spade. La Scozia fra le sue tradizioni nazionali ci ha conservato in gran numero avventure quanto mai dire si possono maravigliose di lui, il quale saldo sempre nel proprio coraggio, e guardato pur sempre dal cielo, pot scamparsi miracolosamente da pericoli d'ogni pi terribil maniera, e facendo tornare i successi che riportava in vantaggio della sua parte, pot alla fine fronteggiare nei campi di Sterling con trentamila uomini l'esercito inglese.
Edoardo primo, il quale intanto era mancato alla vita, lasciando la guerra da terminare al figliuolo, aveva ordinato, acci la tomba non lo escludesse dalle battaglie, che il suo corpo fosse fatto bollire tanto, che le ossa si separassero dalla polpa, e che le ossa, avvolte in una pelle di toro, si collocassero nella prima fronte delle schiere inglesi ogni volta che si dovesse andar contro agli Scozzesi.
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Nota del Traduttore: A noi pare che il sagace giudizio di Mortaigne trovasse di questo fatto, ch'egli ricorda nel libro 1 dei suoi Saggi al capo 3, ragioni pi verisimili dicendo: "Questi fatti potrebbero riputarsi strani se non fosse stata usanza di noi uomini in ogni tempo, non solamente di estendere oltre a questa vita le nostre  sollecitudini, ma di credere altres ben sovente che i favori celesti ne accompagnino alla tomba, e si continuino alle nostre reliquie. Della qual cosa ci ha tanti esempi antichi, lasciando pure da parte i nostri, che non  bisogno che io mi ci distenda. Edoardo Primo re d'Inghilterra, avendo conosciuto per esperienza nelle lunghe guerre fra lui e Roberto di Scozia, quanto la sua presenza arrecasse di pro a' suoi affari riuscendo sempre colla vittoria in ogni cosa che imprendesse in persona, morendo pose obbligo a suo figlio con giuramento solenne, perch dovesse, com'egli fosse trapassato, far bollire il suo corpo per istaccarne dalle ossa la cane, la quale sarebbe interrata; e le ossa riservasse da portar con s e fra il suo esercito ogni volta che gli accadesse di aver guerra contro gli Scozzesi, come se il destino avesse fatalmente attaccata la vittoria alle membra sue." Cose strane e da disprezzarsi. Fine Nota.
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Ma Edoardo secondo, o che si confidasse abbastanza di s medesimo, ovvero che quel rito gli paresse sacrilego, non che bizzarro, non osserv la raccomandazione paterna; e fatto porre il corpo del re morto nell'abbazia di Westminster, ove ancora a d nostri si legge sulla sua tomba: Qui giace il martello della nazione scozzese, mosse contro i ribelli.
La battaglia che ne succedette fra i due eserciti nei piani di Sterling, dove si scontrarono, e che prese il nome dalla riviera di Bannockburn che spalleggiava le milizie scozzesi, partor a questi una vittoria che mai non ebbero la pi compita, e agli Inglesi una totale disfatta. Edoardo secondo, dato le spalle al campo, si fugg a briglie sciolte, ed inseguito da Douglas, non si ferm pi che dentro le porte di Dumbar. Di l avuto per opera del governatore della citt un battello, costeggiando la contea di Berwick, riusc a prendere il porto di Bamboroug in Inghilterra.
Quella vittoria assicur, se non la tranquillit, almeno l'indipendenza alla Scozia, per infino a che Roberto Bruce rest preso, e in et ancor giovane, da una malattia mortale. Allora, come gi registrammo in sul principio di questo racconto, egli fece venire a s Douglas, che gli Scozzesi appellavano il buon sir Giacomo, e gli Inglesi Douglas il Nero, e gli commise di sparargli, morto che fosse, il petto, e trattone fuori il cuore, di portarlo in Palestina. Ma il suo desiderio non pot niente meglio essere contentato, che quello di Edoardo I; con questo divario nondimeno che quanto a lui non ebbe colpa dell'inadempimento chi avevagli obbligata la sua parola.
Edoardo secondo, essendo stato morto a Berkley da Gurnay e Mautravers, per un ordine ambiguo della moglie sua, portante il suggello del vescovo di Hertfort, il regno tocc ad Edoardo terzo figliuolo di lui.
Dai capitoli precedenti i nostri lettori, noi ci confidiamo aver potuto prendere una informazione abbastanza giusta dell'indole di quel giovine principe, per dover pensare che non appena fu in sul trono, volt i suoi disegni verso la Scozia, che i re d'Inghilterra gi da pi generazioni si erano tramandati, quasi idra ripullulante ognor nuovi capi da sterminare. E il momento gli parve tanto pi opportuno per avere il fiore della nobilt scozzese seguitato Douglas nel suo pellegrinaggio al Santo Sepolcro, ed essersi la corona di quel reame tramutata dal capo di un vecchio e possente guerriero, in su quello di un debil fanciullo di quattro anni. Facendosi dunque necessario di nominare un reggente del regno, fu a quell'ufficio chiamato, come il pi animoso e il pi amato universalmente dai compagni del re morto, Randolfo conte di Moray, e govern la Scozia in nome di Davide secondo.
Siccome per Edoardo aveva compreso che tutta la forza degli Scozzesi preveniva loro dalla ripugnanza che metteva in tutti gli animi dalla Tweed fino al distretto di Pentland, la signoria dell'Inghilterra, cos egli si fu risoluto di entrare in su quel della Scozia con altra bandiera che la propria, e di farsi alleata la guerra civile. E a questo effetto la fortuna gli aveva riservato un mezzo del quale egli seppe con molta desterit prevalersi.
Giovanni Balliol, stato fatto alla prima re della Scozia, e poi cacciato dal trono da Edoardo primo, erasi trasferito in Francia, dove morendo, lasciava un figliuolo col nome di Edoardo. Il re d'Inghilterra gitt gli occhi sovra di lui come l'uomo che era il pi proprio a servire d'insegna, e lo chiam condottiero dei baroni diseredati.
Pochi versi basteranno per far intendere ai nostri lettori quello che significasse allora quella appellazione.
Allorch la Scozia si fu pel coraggio e per la perseveranza di Bruce, affrancata dalla dominazione dell'Inghilterra, due sorti di proprietar si richiamarono per la perdita dei loro beni territoriali. I primi erano quelli che dopo la conquista avevano ricevuto o da Edoardo primo o dai suoi successori tai beni a titolo di dono; gli altri quelli che per parentadi con famiglie scozzesi gli avevano avuti in eredit. Edoardo fe' capo di questi tali Balliol, e non si mescolando punto in apparenza a quella non terminabil guerra che si rincrudiva di nuovo contro la Scozia sotto di un altro nome e di un altro pretesto, la tenne alimentata de' suoi tesori e delle sue genti. E ci ebbe per quell'infelice contrada un'altra sventura; perocch nel mentre appunto che Balliol prendeva terra colla sua oste nella contea di Fife, il reggente Randolfo si moriva a Musselborgo da una violenta quanto improvvisa malattia, lasciando il goivinetto re al governo di Donaldo conte di March il quale in virt politiche e militari era assai da meno del suo predecessore.
Edoardo Balliol appena in Iscozia metteva in rotta il conte di Fife, e correndo pi presto che il grido della riportata vittoria, perveniva la sera del d seguente sulle sponde dell'Earn, donde pot vedere dall'altra parte allo splendore dei fuochi il campo del reggente.
Quivi egli ferm il suo esercito, e poich tutti i fuochi furono spenti, guadata la riviera, entr negli alloggiamenti degli Scozzesi, i quali essendo soprappresi nel sonno e senza difesa, fu di loro fatto un tale macello, che egli, venuto che fu il d, ebbe maraviglia grande: perocch i suoi soldati non sommavano in numero a un terzo de' nemici. Tra i cadaveri fu trovato il corpo del reggente e quello di venticinque o trenta altri signori de' pi prestanti per nobilt fra gli Scozzesi.
Da quel punto ebbe principio per la Scozia un decadimento non meno rapido che fosse stato lento e laborioso per innanzi il ristauramento fattosi per virt di Roberto Bruce della nazione scozzese. Edoardo Balliol, non consumato tempo in campeggiare n prendere le fortezze, mosse difilato alla volta di Schone a farsi incoronare; e re che fu, rendette di nuovo omaggio della corona come a suo signore e suo padrone al terzo Edoardo, il quale stimando che non occorresse pi di doversi nascondere, messo insieme un gran corpo di esercito, corse diritto per dargli aiuto contro la citt di Berwich, e vi si pose intorno ad assedio. Per Archibaldo Douglas, fratello del buon lord Giacomo, port soccorso opportunamente al presidio: preso campo colle sue genti discosto non pi che due miglia dalla fortezza osteggiata sopra di una altura chiamata Halidon Hill, l'esercito inglese ne riusciva da lui signoreggiato: di che si mutavan le veci di assediatore in quelle di assediato fra i nuovi venuti e la guarnigione di Berwick.
Vero  che se il vantaggio del sito era tutto per gli Scozzesi, i giorni propizi per loro alla vittoria eran passati: e anche quella volta, come sempre, gli arcieri inglesi fecero allegra a Edoardo la giornata. E la battaglia pass per questa maniera. Edoardo aveva collocati gli arcieri in un padule dove la cavalleria era inabile a potersi assaltare, e mentre che essi, percuotendo delle loro frecce gli Scozzesi, che, schierati sopra un'altura in forma di anfiteatro, non potevano schermirsi da quelle, egli, avventatosi addosso ai ribelli con tutto lo sforzo de' suoi cavalieri, uccideva Archi-baldo Douglas, e con lui il fiore de' cavalieri pi nobili e valorosi, e il resto dell'esercito scozzese sbaragliava.
Questa giornata fu alla Scozia ancor pi funesta che non le era stata di pro quella di Bannockburn, perocch di colpo ritolse al giovinetto Davide quanto erasi riconquistato da Roberto; e costrettolo di andare ramingo, egli ne riusc a quell'estrema distretta, donde il padre suo aveva potuto uscire soltanto per un miracolo di coraggio e di perseveranza; e questa volta con ben peggiori speranze, togliendo animo ai pi ardenti patrioti il vedere al governo della guerra un fanciullo, laddove avrebbe appena potuto bastare un soldato di consumata perizia. Non per tutti nella Scozia ebbero per disperata la salute della patria, e mentre da un canto Balliol, impossessandosi del regno, faceva omaggio come vassallo ad Edoardo terzo, e dall'altro Davide Bruce con sua moglie, andavano proscritti a richieder di asilo la corte di Francia; quattro uomini, ultimi sostegni della monarchia, rimasti signori di quattro castella e di una torre, il cavaliere di Liddesdale, il conte di March, sir Alessandro Ramsay di Dalvoisy e il nuovo reggente sir Andrea Morray di Rothwel tenevano tuttavia il fermo.
Edoardo avendo per nulla un s debol contrasto, non si di pur pensiero di condurre la conquista alla sua ultima perfezione, e lasciato presidi in tutte le terre forti, se ne torn glorioso signore dell'Inghilterra e dell'Irlanda, e sovrano della Scozia, a Londra, dove lo abbiam trovato all'incominciare di questo racconto in fra i tripudi della vittoria e le giocondit delle feste, tutto coll'animo suo nell'amore nascente per la bellissima Alice di Granfton, da cui intervenne a stornarlo il disegno del conquisto di Francia. E quel disegno che per mettere in atto con buon successo egli stava allora travagliandosi nella Fiandra, diveniva, mediante l'alleanza fatta da lui coll'Artevelle, e l'altra che era prossimo a stringere coi signori dell'impero, di tanto pericolo a Filippo di Valois, che non poteva esser pi.
E fu allora pertanto che questi, siccome gi abbiamo notato, gett gli occhi sopra Davide secondo e la moglie di lui, i quali erano venuti gi fino dal 1332 cercando alla Corte sua un rifugio. Per egli non dichiarossi subito palesemente in loro favore; ma introdotte per loro mezzo intelligenze con quegli animosi campioni di oltremare, sped al reggente di Scozia denaro, di che era del tutto sprovvisto, e apprest un grosso corpo di armati, con disegno, richiedendolo le congiunture, di darli al giovin re per guardia quando avesse giudicato opportuno di farlo rientrare nel regno. Oltre ci egli di ordine a Pietro Behuche uno de' commissari che aveva nominati per dover intendere i testimoni nel processo del conte di Artois, (cagione, pel suo esigilo, della presente guerra), e che aveva poscia fatto suo consigliere e tesoriere, di dover montare in sulla flotta congiunta di Ugo Quieret, ammiraglio di Francia e di Barbarava, che governava le galere genovesi affine di guardare gli stretti e i passaggi che dalle coste dell'Inghilterra conducevano a quelle di Fiandra. E prese che ebbe queste precauzioni, lasci che gli avvenimenti si maturassero.
In quel mezzo stavasi preparando una splendida festa nella citt di Colonia, dove Luigi di Baviera doveva conferire al re d'Inghilterra il possesso del vicariato dell'impero. Due troni erano stati innalzati sulla gran piazza, e come la strettezza del tempo non aveva permesso di poter raccogliere il legname necessario a quella costruzione, si erano adoperati due ceppi da beccai, e le macchie di sangue ond'erano bruttati avevan coperto con due gran drappi di velluto ricamati a fiori d'oro. Due ricche seggiole, le cui spalliere portavano gli stemmi imperiali inquartati in segno di unione, colle armi dell'Inghilterra, intrecciate con quelle di Francia, erano state sovrapposte a que' ceppi: e il sopraccielo, che in forma di baldacchino ricopriva que' troni, era la volta medesima della piazza, incortinata a quell'effetto di drappi d'oro come una sala reale. Oltre a ci tutte le case erano a padiglioni, e tappezzate, con magnifici, tappeti tanto di Francia che d'Oriente, i quali venivano da Arras per la via di Fiandra, e per quella di Ungheria da Costantinopoli.
Il giorno appuntato a quella cerimonia, e di cui gli storici assegnano precisamente la data tra la fine dell'anno 1338 e l'incominciare del 1339, il re Edoardo terzo, in abiti reali, e con in capo la corona, ma tenendo nella destra in luogo dello scettro una spada in segno dell'incarico di vendetta che stava per accettare, presentossi col pi bel fiore dei suoi cavalieri alla porta di Colonia, che si apre in sulla strada per Aix-la-Chapelle. Quivi era egli aspettato dai messeri di Gheldria e di Juliers, i quali pigliarono a' suoi fianchi i posti che loro cessero il vescovo di Lincoln e il conte di Salisbury, che pel voto preso portava tuttavia l'occhio destro nascosto sotto la ciarpa della leggiadra Alice; e con essi avviossi per le strade, tutte sparse di fiori come alla festa degli Ulivi, seguitato da un corteo, che il pi magnifico, dopo la incoronazione di Federigo secondo, non erasi mai pi veduto. Arrivando in sulla piazza, egli si trov in cospetto di Luigi di Baviera, il quale, in abiti imperiali, collo scettro nella destra, e posando la manca sopra di un globo che affigurava il mondo, sedeva in sul seggio a destra, e un cavaliere alemanno tenevagli levata sovra la testa una spada nuda.
Edoardo terzo, calatosi allora prestamente dal cavallo, fece a piedi quel tratto che lo separava dall'imperatore, e salito i gradi del trono infino all'ultimo, secondo che gi era stato fermo fra gli ambasciatori, in luogo di baciargli i piedi, come portava l'usanza in simile occorrenza, s'inchin solamente, e l'imperatore gli diede l'abbraccio, indi si assise sul trono che eragli stato apparecchiato d'alcun poco pi basso che quello di Luigi V; e in ci era l'unico segno d'inferiorit al quale avesse consentito Edoardo. Intorno di essi si raccolsero quattro gran duchi, tre arcivescovi, trentasette conti, una turba innumerevole di baroni con elmi coronati, di bannereti con loro insegne e di cavalieri e scudieri. In quel mentre le guardie, da cui erano chiuse le strade che mettevano alla piazza, levatesi dai loro posti, andarono a schierarsi d'intorno ai due troni, lasciando per tal maniera liberi i passi alla moltitudine che d'ogni parte a ruina si cal nella piazza. Tutte le finestre che guardavano in esse furono stivate di uomini e di donne, e carichi di curiosi tutti i tetti all'intorno, di che Edoardo e l'imperatore riuscirono nel mezzo di un vasto anfiteatro, che a riguardarlo sarebbesi detto formato di teste umane.
Alzatosi allora l'imperatore in fra un profondo silenzio, pronunci, con voce ferma e tanto alta, che pot essere inteso da tutti, le seguenti parole:
Noi altissimo e potentissimo principe Luigi quinto duca di Baviera, e per elezione del sacro Collegio e confermazione della Corte di Roma, imperatore di Alemagna, dichiariamo Filippo di Valois disleale, perfido e vile per avere acquistato contrariamente a' suoi trattati verso di noi il castello di Crevecoeur in Cambres, la citt di Arleux-en-Puelle, e pi altre propriet, le quali erano nostre; pronunciamo che per questi atti egli ha forfatto, e gli ritiriamo la protezione dell'impero; trasferiamo questa protezione al nostro ben amato figliuolo Edoardo terzo re d'Inghilterra e di Francia, il quale noi graviamo della difesa dei nostri interessi e ragioni, e al quale in segno di procurazione rilasciamo in vista di tutti questa carta imperiale, suggellata del doppio suggello delle armi nostre e di quelle dell'impero.
Ci detto, Luigi quinto porse la Carta al suo cancelliere, si ripose a sedere, ripigli colla destra mano lo scettro, e la sinistra pos di nuovo sul globo; e il cancelliere, spiegata la carta, la lesse una seconda fiata ad alta e ben chiara voce.
Per essa conferivasi a Edoardo terzo il titolo di vicario e luogotenente dell'impero; gli si attribuiva il potere di far ragione e legge a ciascuno in nome dell'imperatore, acquistava l'autorit a batter moneta d'oro e d'argento, e comandava a tutti i principi dipendenti dall'impero di fare omaggio e fio al re d'Inghilterra.
Gli applausi e le grida di battaglia proruppero d'ogni parte, e ne andarono al cielo: tutti gli uomini armati, dal duca in sino all'ultimo degli scudieri, percosse colla lama della spada e colla cima della lancia il proprio scudo, e in fra quell'universale accendimento degli animi, che soleva pur sempre eccitare in quella prode cavalleria una dichiarazione di guerra, tutti i vassalli dell'impero, ciascuno secondo il proprio grado, prestarono omaggio e fio a Edoardo terzo, come aveano gi fatto al duca Luigi quinto di Baviera quando sal al trono dell'Alemagna.
Terminata che fu appena la cerimonia, Roberto di Artois, il quale continuava la sua opera con quella pertinacia che pu dare soltanto l'odio, part per alla volta di Mons in Analto, per recare avviso al conte Guglielmo che le sue istruzioni erano seguitate, e che ogni cosa si avviava a buon termine. Quanto ai signori dell'impero chiesero a Edoardo non pi che quindici giorni di dilazione, e appuntarono di essere insieme nella citt di Malines, la quale meglio d'ogni altra si conveniva come centro fra Bruxelles, Gand, Anversa e Lovanio, e tutti, se ne tolga il duca di Brabante, il quale come sovrano indipendente si riserv di fare le sue dichiarazioni a parte, e in quel tempo e luogo che stimasse opportuno, commisero le loro sfide da portare contro Filippo di Valois a messer Enrico, vescovo di Lincoln, il quale part prestamente alla volta di Francia.
Otto giorni dopo il messaggiere di guerra ottenne udienza da Filippo di Valois, il quale lo ricevette nel suo castello di Compigne in mezzo di tutta la corte sua, avendo dalla sua destra il duca Giovanni suo figliuolo, e dalla manca messer Leone di Crainheim, il quale aveva chiamato presso di s non tanto per fare onoranza a quel nobile vecchio, quanto perch sapendo anticipatamente quello perch veniva il vescovo di Lincoln, e per la persuasione in che era il duca di Brabante avere trattato col suo nemico, voleva presente, chi gli stava mallevadore, a quell'assemblea.
Del resto gli ordini erano stati dati perch l'araldo di un s gran re e di s grandi signori fosse ricevuto come si conveniva al suo grado e all'importanza del suo messaggio. E il vescovo di Lincoln entr a quell'assemblea come si richiedeva alla dignit di un sacerdote e di un ambasciatore, non peritoso n altero, ma con serenit e sicurezza, e sfid il re Filippo di Francia.
Primo, in nome di Edoardo terzo come re d'Inghilterra e capo dei signori del suo regno.
Secondo, in nome del duca di Gheldria.
Terzo, in nome del marchese di Juliers.
Quarto, in nome di messer Roberto di Artois.
Quinto, in nome di messer Giovanni di Analto.
Sesto, in nome del margravio di Misnia e di Oriente;
Settimo, in nome del marchese di Brandeburgo;
Ottavo, in nome del sire di Fauquemont;
Nono, in nome di messer Arnoldo di Blankenheym;
E decimo infine in nome di messer Valerando, arcivescovo di Cologna.
Il re Filippo di Valois ascolt con attenzione questo lungo elenco dei suoi aggressori; poi quando fu finito, sorpreso di non aver udito pronunciare le sfide di colui che sospettava maggiormente di essergli contrario:
Non avete nulla da dirmi inoltre, rispose, da parte di mio cugino il duca di Brabante?
No, sire, riprese il vescovo di Lincoln.
Voi vedete, monsignore, esclam il vecchio cavaliere, il viso radioso, il mio padrone  stato fedele alla parola data.
Va bene, va bene, mio nobile ostaggio, rispose il re tendendo la mano al suo ospite; ma non siamo ancora alla fine della guerra. Aspettiamo.
Poi, rivolgendosi verso l'ambasciatore:
La nostra corte  vostra, monsignore di Lincoln, gli disse, e fin tanto che vi andr bene restarvi, voi ci farete onore e piacere.]
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Capitolo 10.
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Accade ora che i nostri lettori ci consentano di toglierci per un momento dal continente, dove si stanno compiendo i raccontati preparativi di una dura guerra, i quali se era permesso al romanziere di accennar brevemente,  pur debito dello storico di raccontare in tutti i loro particolari, e di fermarci per alcun poco, varcando lo stretto, sovra alcuni altri personaggi di questa cronaca, i quali per importanti che fossero, abbiamo dovuto, quasi direbbesi, mettere in dimenticanza, per seguitare il re Edoardo dal castello di Westminster alla birreria del Ruvaert Giacomo di Artevelle. Que' personaggi sono la regina Filippa di Analto e la bella fidanzata del conte di Salisbury, le quali noi abbiamo veduto per un momento al banchetto reale in maniera s strana e brusca interrotto dal conte Roberto di Artois e da tutti i voti che da lui provocati ne seguitarono.
Non appena la partenza del re si fu divulgata ufficialmente per l'Inghilterra, che madama Filippa, a cui la sua gravidanza, gi innanzi di molti mesi, e la severit de' costumi avrebbe posto come colpa qualsivoglia piacere (fosse pur del tutto innocente) che si fosse pigliato nell'assenza del suo signore, erasi ritirata coi pi intimi della sua Corte nel castello di Nottingham, lontano all'incirca centoventi miglia da Londra. Quivi ella passava i suoi giorni in divote letture, in lavorar di ago e in ragionamenti di cavalleria colle sue dame di onore, fra le quali la sua pi costante compagna e la sua confidente pi cara (non essendo avvertita da quel mirabile istinto che fa per l'ordinario alle donne indovinare una rivale), era Alice di Granfton.
In una pertanto delle lunghe sere d'inverno, mentre Guglielmo di Montaigu, nostra vecchia conoscenza, faceva la ronda notturna su per le mura della fortezza, le due amiche per essere pi libere non delle loro parole, ma de' pensieri, accommiatato il resto della Corte, si erano ritirate in una larga ed alta camera da dormire, fregiata di cornici in rovere intagliata e di cortine fosche, e dove, secondo l'usanza de' tempi, vedevasi un letto vastissimo. Sopra di una tavola sostenuta da piedi bistorti e di non fine lavoro, e coperta di un tappeto il quale pei vivi colori e pei freschi ricami in cui brillava, facea grande contrasto coi vecchi drappi dell'appartamento, era posata una lampada, il cui fioco lume lasciava nel buio le brune pareti. Esse, postesi a sedere dai due lati opposti della tavola, dopo di essersi scambiate alquante parole, ammutirono, tutte assorte in un profondo pensiero, che moveva in entrambe da una stessa cagione; e ci era il voto che avevano preso.
Quello della regina era, come narrammo, terribile. Ella aveva giurato, che non partorirebbe se non sulla terra di Francia, e che se al d del parto ella non fosse in condizione di poter osservare il suo giuramento, ne andrebbe la vita sua e quella del suo portato. Nel primo tratto ella si era lasciata trasportare a quell'entusiasmo irresistibile che si accese ne' petti di tutti i commensali; ma da quell'ora essendo trascorsi gi quattro mesi, e approssimandosi ogni di pi il termine fatale, la madre non sentiva moto dentro le viscere, che non le tornasse nella memoria il voto imprudente che aveva pigliato la sposa.
Molto men duro era quello d'Alice, la quale aveva giurato al conte di Salisbury che gli donerebbe il suo cuore e la sua persona il d solamente ch'egli avesse fatto ritorno in Inghilterra, dopo di aver tocca la terra di Francia. Ora intende ognuno che la met di un tal voto era molto inutile, poich il cuor di lei gli era donato gi da assai tempo. Pure aspettava con non minore impazienza che la regina alcun messaggio il quale giugnesse di Fiandra annunciando che le ostilit fossero incominciate; e la sua melanconia per esser men triste, non era meno profonda n meno intensa che nella sua signora. Questa differenza ci era per, che ciascuna avendo lasciato un libero corso all'affetto onde era incuorata, il quale nell'una era la tema, nell'altra la speranza, erano riuscite amendue a un estremo opposto colla loro immaginativa. E cos la regina non si vedeva davanti altro pi che deserti aridi e desolati e sparsi di tombe sotto di un cielo intenebrato; e la contessa per contrario scorreva colla sua mente improvvida sopra il molle smalto di verdi pianure tutte ingemmate de' pi belli e pi var fiori onde sogliano intrecciarsi ghirlande alle giovani spose.
E avrebbero continuato in simili idee, se non le avesse fatte riscuotere il lento scoccar delle ore. Eran le nove, e la regina che le avea contate, con un far triste, a cui si mescolava come un po' di terrore, e con voce alterata:
Questa camera, disse, fa sette anni, e appunto in questo d stesso e in quest'ora, questa camera al presente cos silenziosa e tranquilla, era piena di tumulti e di grida.
E Alice interrotta de' suoi pensieri alla voce della regina, ma non avendo ben posto mente alle parole dette da lei:
Non  forse qui, domand, che furono celebrate le vostre nozze con monsignor Edoardo?
S, qui per appunto, ella rispose; ma io voleva accennare a un avvenimento meno lontano da noi; a un avvenimento sanguinoso e terribile, il quale accadde pure in questa camera; voglio dire l'arresto di Mortimer, amante della regina Isabella.
Oh!, rispose Alice con un soprassalto e guardandosi intorno atterrita, ho inteso spesse fiate bucinar qualche cosa di questa tragica storia; e confesser altres che ho cercato gi pi d'una volta, dacch dimoriamo in questo castello, di sapere qualche particolare circa il luogo dove accadde e il modo in cui si comp. Ma come al presente il re nostro signore ha renduta a sua madre la libert e gli onori che le sono dovuti, niuno mi ha voluto rispondere o per tema o per non sapere.
Indi, stata un poco sopra di s, facendosi pi presso della regina, aggiunse:
Ma voi dite che fu proprio qui, madama?
E la regina:
A me non ist, rispose, di volermi addentrar ne' segreti di mio marito, n di chiarire se madama Isabella abiti ora un palazzo o una dorata prigione, e se l'infame Mautravers che le hanno messo vicino debba esserle per segretario o per carceriere. Ci che monsignore il re decide nella sua saviezza  ben deciso e ben fatto; ed io, come sua umile sposa e suddita, non ho che dire. Ma i fatti accaduti saranno pur sempre accaduti; e Iddio istesso non pu pi fare che non siano stati. Per, come vi diceva, Alice, appunto in questa camera, fa sette anni, e in questo giorno e in quest'ora medesima fu arrestato Mortimer nel momento, che levandosi forse di questa seggiola intessa dove sto seduta, e togliendosi da questa tavola si disponeva ad entrare in codesto letto, dove gi da tre mesi non mi sono coricata mai una volta, che non mi fosse davanti agli occhi quella scena sanguinosa cogli attori che la operarono. Oltre di ci, Alice, queste muraglie ne hanno conservata memoria, e un testimonio potete averne, aggiunse accennando col dito, nella profonda intaccatura che l in quello stipite scolpito del cammino si vede fatto dal fendente di una spada. E l appunto dove voi siete fu morto Dugdale, del cui sangue, se voi levaste la stuoia che vi sta sotto i piedi, vedreste per avventura tuttavia in rosso il pavimento.
Alice abbrividita cacci indietro con subito atto la seggiola per togliersi dal luogo dove un uomo aveva lasciato in modo s truce la vita. Poi quando ebbe ripresi un poco gli spiriti:
Ma qual era, domand, il vero misfatto di Roggero di Mortimer? Perocch mi riesce impossibil cosa che il re Edoardo volesse punire per una forma cos terribile e con una morte cos atroce, come quella che sostenne Mortimer, una tresca amorosa la quale, per quanto fosse pur riprovevole...
E in fatti egli era reo di ben altro; era reo di misfatti e d'infami misfatti. Egli aveva per mano di Gurnay e di Mautravers assassinato il re; e per false accuse aveva fatto mozzare il capo al conte di Kent. Divenuto poscia per quella maniera signore di tutto il reame, menava lo stato a ruina. Se non che intanto il re vero, di cui egli usurpava il potere e falsava la volont, di fanciullo che era, essendosi fatto uomo, a poco a poco si venne a chiarire della condizion delle cose. Ma eserciti, tesoro, maneggi de' pubblici affari, tutto in una parola era nelle mani del favorito; e il pigliarsela seco a viso aperto avrebbe recato a una guerra civile. Per il re ci seppe trovare il nodo trattandolo da assassino. Una notte, mentre l'adunanza era assembrata in questa citt istessa, e che la regina e Mortimer abitavano questo castello, guardato bene dai loro amici, avendo il giovine re subornato il governatore, per un andito sotterraneo il quale mette in questa camera, da non so qual parte nascosta dell'assito ond' fasciata, entr qua con una mano d'uomini mascherati, fra i quali erano Dugdale e Gualtiero di Mauny. La regina era gi in letto, e Roggero era in sul punto altres di entrarvi, quando improvviso vide una parte della tappezzeria trascorrere e levarsi, e cinque uomini precipitarsi dentro la stanza, due dei quali si misero agli usci che si aprivan di dentro, e gli altri gli si avventarono contro. Egli, dato di piglio prestamente alla spada, fece cader morto in terra del primo colpo Enrico Dugdale, il quale voleva mettergli addosso le mani; e Isabella, sbalzando fuori del letto, ordinava agli assalitori di dover ritirarsi, gridando ch'ella era la regina:
Bene sta, madama; se voi siete la regina, soggiunse uno di quelli togliendosi gi la maschera, ed io sono il re!...
Isabella, che lo riconobbe per Edoardo, gitt uno strido e stramazz fuor de' sensi sul pavimento. Intanto Gualtiero di Mauny cogli altri disarmavan Roggero, e come alle grida della regina le guardie erano accorse agli usci, e trovandoli chiusi, si erano messe per volerli abbattere a colpi di spade e di mazze, ne lo portarono via di l legato e colle sbarre alla bocca pel sotterraneo, richiudendosi dietro le spalle la falsa porta; di guisa che le guardie entrando non vi trovarono altro che Dugdale morto e la regina svenuta. Le loro ricerche per rinvenire Roggero di Mortimer furono invano: n osando la regina dire che il suo figlio istesso era venuto a disturbarlo, si ebbero novelle di lui allora soltanto che, giudicato alla pena di morte, fu veduto ricomparire in sul patibolo. Quivi il carnefice, sparatogli il petto, e fuori strappatone il cuore, lo gett dentro a un braciere; e il corpo, lasciato due giorni e due notti appeso alla forca, ludibrio al popolaccio, fu poscia sepolto nella chiesa de' frati minori di Londra, che ne ottennero dal re, in un col perdono al cadavere, la permissione.
"Ecco quello che qui succedette sett'anni sono, appunto in quest'ora. E non aveva ben ragione di affermare che era stato un avvenimento terribile?
Ma e il sotterraneo e la falsa porta ove sono?... domand Alice.
E la regina:
Ne parlai una volta sola al re, il quale mi rispose che il sotterraneo era stato murato, e chiusa la falsa porta da non potersi pi aprire.
E voi avete animo, torn a dire Alice, di restare, madama, in questa camera?
E che ho a temerne, nulla avendo da rimproverarmi? soggiunse la regina, mal nascondendo ci nullameno sotto quell'aria di tranquilla coscienza i terrori che pur ne provava. Oltre di che questa camera mantiene un'altra memoria, e per me tanto cara, che quella, per quanto sia terribile, pu ben poco sopra il mio animo.
Oh! Dio! che  questo strepito, grid Alice, afferrando il braccio della regina per la paura grande che facevale dimenticare il rispetto.
Non altro che i passi di alcuno che si avvicina. Via, fate animo.
E Alice:
Aprono la porta, susurr pianamente.
Perch la regina, voltandosi verso la parte donde intendeva lo strepito, senza poter discernere fra la oscurit chi lo facesse:
Chi  l? domand.
Sua Altezza, vuol ella permettermi di assicurarla che ogni cosa  quieta nel castello di Nottingham, e ch'ella pu senza sospetti prender riposo?
Ah! siete voi eh, Guglielmo? disse allora Alice rassicurata. Fatevi in qua.
Il giovane, il quale non si aspettava quell'invito pressante che le veniva fatto con voce commossa, non sapendo di quel commovimento immaginar la cagione, rimase alla prima attonito; poi slanciatosi verso di Alice:
Che c', madama? che avete? e che volete da me?
Niente, rispose Alice con quiete (avendo avuto questa volta spazio di dare alla sua voce la debita modulazione), niente. La regina desidera solamente di sapere se voi non abbiate nella vostra ronda veduto nulla di sospetto.
E che volete voi che ci abbia, madama, di sospetto per questo castello? replic Guglielmo con un sospiro. La regina  in mezzo de' suoi fedeli sudditi, e voi, madama, fra amici devoti; n la fortuna  a me tanto benigna, che mi presti un occasione di mettere a repentaglio questa mia vita, anche solo per risparmiarvi un dispiacere.
E credete voi forse che vi sia bisogno di rischiare la vita per certificarci sincera la devozione vostra, messer Guglielmo? disse la regina sorridendo; e credete che ci voglia un caso che sturbi la quiete nostra, per ottenervi da noi quella riconoscenza che vi meritano le sollecitudini che ne prendete?
Mai no, madama, soggiunse Guglielmo; pure, per quanto mi senta altero e felice del trovarmi qui presso di voi, non so difendermi in mio cuore ad ora ad ora, quasi direi, da una certa vergogna del pochissimo che mi  dato a fare, vegliando alla sicurezza vostra, la quale non corre rischio di sorta. E intanto che il re con un s grande numero di cavalieri avventurosi se ne vanno ad acquistar rinomanza, e a farsi degni delle dame a cui hanno posto il loro amore, non sono io trattato come un fanciullo, avvegnach mi senta pure nel petto un cuore d'uomo, tanto che se fossi cos sventurato che avessi un amore, il dovrei celare nel pi profondo della mia anima, per sentirmi indegno di trovare corrispondenza?
Eh! via, state quieto, Guglielmo, soggiunse la regina, nel mentre che Alice, la quale erasi ben addata della passione di lui, si stava in silenzio; se ci tardano ancora solamente di un giorno le notizie di oltremare, noi vi manderemo a ricercarne, n per cosa del mondo vi sar disdetto di fare innanzi al vostro ritorno qualche bella valentia di guerra, che voi poscia ci racconterete.
Ah! madama, madama! grid Guglielmo, se fossi tanto avventuroso che io pure ottenessi dall'Altezza Vostra un simil favore, voi sareste, dopo Dio e i suoi angeli, quel di pi sacro che ci avesse per me sulla terra.
N Guglielmo di Montaigu aveva appena proferite queste parole con quel calore che solo si appartiene alla giovinezza, che il chi va l della sentinella posta alla porta del castello gridato a gran voce risuon fino nella camera delle due dame, annunciando la venuta di qualche straniero. E la regina:
Chi sar mai?
Nol saprei ben dire, madama, rispose Guglielmo, ma corro a informarmene, e se l'Altezza Vostra me lo permette, sar ben tosto tornato per darlene conto.
Andate pure, soggiunse la regina, e vi aspettiamo.
Guglielmo obbed; le due donne, ritornate al silenzio di prima, rannodarono il filo de' pensieri che aveva dapprima rotto lo scoccare dell'ore e il racconto luttuoso fatto dalla regina, poi il sopravvenir di Guglielmo e la conversazione appiccata con esso, la quale aveva, se non disgombra, attenuata almeno la tristezza dei loro animi. Cos, non si aspettando esse che il grido della sentinella dovesse essere il segnale di alcun avvenimento importante, si erano gi di nuovo tanto addentrate nelle loro immaginazioni, che Guglielmo non fu al suo ritorno inteso da loro. Perch, fattosi egli presso della regina, e vedendo ch'ella non lo interrogava:
Sono ben sventurato, madama, si fece a dire; e niente di ci che bramo, giammai senza fallo non mi riuscir di conseguire. Ecco difatto che le novelle per le quali avrei dovuto andare, arrivano qua. Veramente non son buono che a guardare le vecchie torri di questo castello, e conviene che mi rassegni.
Che avete voi detto, Guglielmo? sclam la regina. Sono arrivate notizie? Verrebbero per avventura dal campo?
Alice non fece dimanda, ma ferm nel volto di Guglielmo gli occhi con un fare cos supplichevole, che egli pi ancora che alle interrogazioni della regina rispose a quel silenzio che gli faceva tanta forza in sul cuore, e:
Sono due uomini, disse, che affermano di venire di l, e si danno per incaricati di un messaggio del re Edoardo. Volete, madama, che sieno introdotti al vostro cospetto?
Certamente, e senza indugi, grid la regina.
Ma l'ora  s tarda! soggiunse Guglielmo.
A qualunque ora, o sia del giorno, oppur della notte, chi giunge da parte del mio signore e padrone,  sempre il benvenuto.
E doppiamente il benvenuto, spero, replic d'in sull'uscio una voce giovanile e sonora, non  egli vero, bella zia, quando si chiama Guglielmo di Mauny, ed  portatore di buone notizie?
La regina gitt un grido di gioia, e si alz, stendendo la mano al cavaliere, il quale colla testa nuda della celata, che avea consegnato a un paggio o ad uno scudiero, si appress alle dame. Il suo compagno rimase in sull'uscio coll'elmo in capo e la visiera calata. La regina vide inclinarsi davanti il messaggiero, e sentissi le labbra di lui posarsi in sulla mano senza potergli far pure una domanda, tanto era commossa; e Alice tremava di tutti i suoi membri. La qual cosa vedendo Guglielmo, e immaginando ci che dovesse passarsi nel cuore di lei, erasi ritratto, e appoggiato alla parete, ch sentiva sfallirsi le gambe, e voleva nasconder fra l'ombre il pallore del volto e gli occhi infiammati che non poteva toglier da lei.
La regina, riavutasi alquanto dal suo commovimento:
Voi venite, disse finalmente con voce mal certa, dalla parte del mio signore? E che fa egli?
Vi aspetta, madama, e mi ha commesso di dovervi condurre a lui.
Dite vero? grid la regina;  egli dunque entrato in Francia?
Egli veramente non ancora, bella zia, sibbene noi; e siamo stati a scegliervi per culla del vostro figliuolo il castello di Thun, che  quanto dire un vero nido di aquila, come si conviene a un nato di re.
Parlate chiaro, Gualtiero; ch non ci intendo nulla, e ci mi sarebbe un bene s grande, che temo non sia un sogno. Ma e perch cotesto cavaliere, che vi  compagno, non si leva dunque la celata, e non si fa avanti? Pensa forse che chi vien portatore di cosiffatte novelle possa essere mal ricevuto dalla nostra real persona?
Costui ha fatto un voto, bella zia, siccome voi e siccome madama Alice, la quale mi guata senza dir motto.
E volgendosi a lei:
Eh! via, rassicuratevi, aggiunse, che egli  tuttavia vivo, e molto ben vivo, tuttoch non vegga lume che da un occhio.
Merc, dissegli allora Alice sentendosi come tolto d'in sul cuore il peso che gliel'opprimeva gran merc. Ora ditene dove sia il re e dove l'esercito?
S, s, ditecelo, Gualtiero, replic la regina con ansia. Le ultime novelle che ci son pervenute di Fiandra ci recavano le disfide mandate al re Filippo di Valois. D'allora in qua che  avvenuto?
Niente di ben importante, risposo Gualtiero. Solamente, siccome malgrado quelle disfide e le promesse date, i signori dell'impero indugiavano a venirne nel luogo appuntato, e noi vedevamo ogni d pi il volto del re Edoardo intenebrarsi, a Salisbury e a me parve d'intendere che quella tristezza fossegli cagionata dal pensare al voto che voi avevate fatto, e che egli non aveva modo, per vivo che fosse il suo desiderio, di aiutarvi a compierlo. Per noi, senza farne parola con chicchessia, prese un quaranta buone lance, ci movemmo dal Brabante, e tanto d e notte cavalcammo, che traversato l'Analto, messo in passando il fuoco a Mortagne, e lasciato dietro di noi Cond, dopo di esserci alquanto riposati nell'abbadia di Denain, arrivammo finalmente a un forte e bel castello soggetto alla Francia, il quale chiamano Thun l'Evque. Noi allora datagli intorno una girata, e certificatici dopo un'attenta disamina essere appunto quello che faceva, bella zia, al vostro bisogno, demmo di sprone a' cavalli, e correndo Salisbury ed io davanti al nostro drappello, fummo ben tosto nella corte. Quivi il presidio che ci ebbe riconosciuti per quelli che eravamo, accenn di volersi difendere, e ruppe alcune lance per non avere il biasimo di essersi arrenduto senza far colpo; ma ben tosto la fortezza fu nostra. Allora noi la visitammo dentro in ogni sua parte per vedere se alcuna cosa si richiedesse a renderla stanza degna di voi. Ma come il castellano aveva appunto di fresco fregiati gli appartamenti di bei cortinaggi per la propria moglie, cos, bella zia, coll'aiuto di Dio voi potrete dimorarvi a tutto vostro agio, per dare in luce un erede al re signor nostro, come se foste ne' vostri castelli di Westminster e di Greenwich. Postavi dunque tostamente una buona guardia, e per comandante mio fratello, ce ne tornammo prestamente al re, annunziandogli l'operato, e com'egli non avesse pi a starne coll'animo gravato.
Il conte di Salisbury dunque, disse timidamente Alice, compi fedelmente il suo voto?
Mai s, madama, risposele allora l'altro cavaliere che appressandosi a lei, e posto un ginocchio a terra, si lev la celata e aggiunse: E ora compirete anche voi il vostro?
Alice, che nel secondo cavaliere riconobbe il conte di Salisbury, il quale aveva ancor mezza la fronte coperta della ciarpa ch'ella gli aveva donata, e che mai non si era tolta via, come ne facevano fede alcune gocce di sangue che vi eran cadute sopra da una ferita tocca nel capo, gett un grido.
Quindici giorni appresso la regina era sbarcata in sulle coste di Francia, accompagnata da Gualtiero di Mauny; e Piero di Salisbury nel suo castello di Vark riceveva la mano della bella Alice.
De' voti presi in sull'airone, questi due erano stati i primi ad essere compiuti.
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Capitolo 11.
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I signori dell'impero intanto, sebbene, come abbiam detto, avessero mostrato di prendere quella guerra con molto calore, nullameno si faceano grandemente aspettare. La qual cosa Edoardo aveva portato con pazienza, dacch per la valentia di Gualtiero di Mauny, madama Filippa di Analto aveva potuto con buona scorta ridursi alla terra di Thun l'Evque, e quivi sciogliervi il voto, partorendo sulla terra di Francia un figliuolo che ebbe il nome di Giovanni duca di Lancastro. Dopo di che, condottasi ella in Gand, si metteva ad abitazione nel castello del conte, situato in sul mercato del Venerd.
E tutti quegli indugi davano a Filippo di Valois il tempo di premunirsi contro di una guerra, che per essere condotta con quella felicit che ne aveva sperato Edoardo, avrebbe dovuto essere condotta con tanta celerit e segreto, che all'assaltato riuscisse del tutto improvvisa. Se non che la Francia non  un reame che possa in una notte esser corso, sicch allo svegliarsi della domane si trovi di aver mutato signore e bandiera.
Cos Filippo, il quale gi prima di ricever la sfida che pur si attendeva, avea fatto una grande levata di genti in Francia, ed introdotto pratiche nella Scozia, mand grosse guardie nel paese di Cambres, ove l'impresa di Gualtiero di Mauny e del conte di Salisbury accennava che gli verrebbero i primi assalti. Nel tempo istesso fece egli occupare la contea di Ponthieu, che il re Edoardo possedeva per parte della madre sua, e mand ambasciatori a' signori dell'impero, e fra gli altri al conte di Analto suo nipote, al quale era scaduta in eredit la contea da Guglielmo suo padre (morto della gotta, da cui lo intendemmo preso gi da quando gli si presentarono gli ambasciatori del re Edoardo), al vescovo di Metz e a monsignore Adolfo della Marck, acciocch non dovessero aderirsi alla lega che si faceva contro di lui. I primi quattro gli fecer dire avere gi dinegato al re Edoardo il concorso del quale gli aveva richiesti; e il conte di Analto risposegli direttamente per lettere, che siccome era egli dipendente s dall'impero di Alemagna e s dal reame di Francia, sarebbe alleato ad Edoardo finch osteggiasse quale vicario dell'impero in sulle terre dell'imperatore; ma che se per sorte Edoardo mettesse il piede in su quel di Francia, egli sarebbe tosto con Filippo di Valois per aiutarlo a difendere il regno di lui, cos portando il suo doppio obbligo inverso i suoi due signori. Mand finalmente avvisando Ugo Quieret, Nicola Bebuchet e Barbavara, comandanti della sua arme, le disfide essere state denunciate, e rotta la guerra tra Francia ed Inghilterra. In conseguenza egli dava loro licenza di correr sopra i suoi nemici, e di far loro il pi di male che fosse in poter loro. Quegli arrischiati corsari non chiedevan di meglio; e messe le vele per le coste dell'Inghilterra, afferrarono una domenica mattina nel porto di Southampton, nel mentre che gli abitanti erano alla messa, e calatisi a terra, presero e mandarono la citt a sacco; se ne portarono donne e fanciulle, e caricati i loro vascelli di ogni bene, col primo riflusso del mare sciolsero di l veloci come gli uccelli di rapina che serrino fra gli artigli la preda sovra cui si erano avventati.
Il re d'Inghilterra dall'altra banda, partitosi da Malines con tutta la sua gente, erasi trasferito a Brusselle, ove risiedeva il duca di Brabante per sapere di bocca da lui medesimo qual fondamento potesse fare sulle promesse che ne aveva ricevute. Quivi egli trov Roberto di Artois, il quale travagliandosi senza posa a mettere in piedi la guerra, vi era giunto dall'Analto. E le novelle da quella parte erano buone; il giovin conte, governandosi a' consigli di Giovanni di Beaumont suo zio, non cessava di armare, ed era apparecchiato di uscir fuori a campo. Quanto al duca di Brabante, pareva sempre nelle disposizioni istesse; ma avendogli Edoardo dichiarato essere sua intenzione di andare a porre l'assedio intorno a Cambrai, egli obblig la sua parola con giuramento che lo raggiungerebbe davanti a quella citt con dodici centinaia di lance e ottomila uomini d'arme.
Quella promessa bast a Edoardo, il quale, avendo notizie che i signori dell'impero si venivano accostando, non istette pi in forse di muoversi. Cos la prima notte riposossi nella citt di Nivelle, e la sera del d seguente riusc a Mons, dove trov il giovine conte Guglielmo suo cognato e messer Giovanni di Beaumont, suo maresciallo, in terra di Analto, il quale erasi gravato per voto di condurre l'esercito fino in sul suolo di Francia.
Fermossi Edoardo due giorni a Mons, dove egli e il suo seguito, che erano una ventina di alti baroni inglesi, furono a gran festa intertenuti dai conti e dai cavalieri della terra. Intanto le sue genti d'arme, che si erano pur messe in cammino, ve lo ebbero raggiunto. Perch egli vedendosi alla sua obbedienza una possente assemblea, mosse alla volta di Valenciennes, ov'egli entr con soli undici, lasciando l'esercito accampato nei dintorni della citt. Lo avevano quivi preceduto il conte di Analto, messer Giovanni di Beaumont, il sire di Enghien, il sire di Fagnoelles, il sire di Verchin e molti altri signori, i quali gli vennero incontro fino alle porte: il conte di Analto lo aspett in capo alla scala del palagio, circondato da tutta la corte sua.
Arrivato che fu il re Edoardo sulla maggior piazza, si rist avanti alla facciata. Il vescovo di Lincoln allora cos ad alta voce parl:
Guglielmo d'Auxonne, vescovo di Cambrai, io vi ammonisco come procuratore del re d'Inghilterra, vicario di Luigi, che voi vogliate aprire la citt di Cambrai; altrimenti voi forfate all'impero, e noi entreremvi per forza.
Come niuno rispose a quelle parole, essendo il vescovo assente, monsignore di Lincoln continu:
Conte Guglielmo di Analto, noi vi ammoniamo da parte di Luigi, che voi veniate a servire il re d'Inghilterra, suo vicario, davanti alla citt di Cambrai, ch'egli va ad assediare, con quante genti voi gli dovete.
Il conte di Analto rispose:
Volentieri far ci che io debbo.
Scendendo tostamente la grande scala, and a tenere la staffa del re, il quale, messo il piede a terra, entr, condotto da lui, nella sala di udienza, dove era apparecchiata la cena. Il d appresso il re d'Inghilterra alloggi ad Haspre, ove fermossi due giorni aspettandovi le sue genti, siccome pure i suoi alleati di Alemagna. Di questi i primi a giungervi furono il conte di Analto e messer Giovanni di Beaumont, accompagnati da un magnifico stuolo, poi il duca di Gheldria colle sue schiere, il marchese di Juliers colla sua compagnia, il Margravio di Misnia e d'Oriente, il conte di Mons, il conte di Salm, il sire di Fauquemont, messer Arnoldo di Blankenheim, e altri signori, cavalieri e baroni in numero grande. Vedendo allora Edoardo non mancar pi altri che il duca di Brabante, il quale aveva promesso di essere in appresso davanti a Cambrai, mise l'esercito alla via, e and con esso a porsi d'intorno alla citt. Al sesto giorno il duca di Brabante secondo la sua promessa, vi giunse con novecento lance, senza contare le altre armature di ferro e una grossa mano di genti d'arme e di pedoni, e piant i suoi alloggiamenti sulla sponda della Schelda, e fatto gittar un ponte in sul fiume, per essere in comunicazione coll'esercito del re Edoardo, che teneva la sponda opposta, mand la disfida al re di Francia.
Intanto che si stavan facendo gli approcci intorno Cambrai, i signori, impazienti di far maggiore la loro nominanza in cavalleria, correvano il paese da Avesnes sino a Doaggio; e tutta quella contrada trovarono piena, grassa e rigogliosa, come quella che di lunga mano non aveva mai pi veduto alcuna guerra. Ora egli intervenne che per siffatta maniera cavalcando messer Giovanni di Beaumont, messer Enrico di Fiandra, il sire di Fauquemont, il sire di Beautersens e il sire di Kuck, seguitati da forse cinquecento combattenti, venne loro veduta una citt appellata Hainecourt, entro la cui rocca le genti del paese avevano ridotto tutti i loro beni e averi. Ma lasciando stare il desiderio di operar qualche bella valentia in armi, ai cavalieri di quella stagione, i quali risguardavano il bottino che potevano prendere come una parte dalle entrate che Iddio loro concedeva, questa particolarit non doveva riuscir cosa indifferente. Essi dunque si fecero avanti verso la citt colla speranza di sorprenderla, ma come gi pi compagnie, non forti quanto si richiedeva per assaltare con frutto la terra, ma bastanti a mettere sospetto si erano vedute nelle vicinanze, gli abitanti si erano posti in guardia. Oltre ci eravi allora in quella citt un signor di grande senno e di spiriti vivi alle imprese, il quale maneggiava con maestria la lancia, e portava con agevolezza la corazza. E quell'uom degno si diede a indirizzare le operazioni di difesa; e fuor della porta d'Hainecourt fece in gran fretta piantare una barriera palificata, lasciando un intervallo da essa alla porta. Poi ordinato alle sue genti di montare sui terrapieni e sugli spaldi, ben provvedute com'egli le aveva gi prima di pietre, di calce e di tutto quanto a quei tempi faceva l'ufficio di artiglieria, egli, con un drappello dei pi valenti uomini che si trovasse avere, si appost fra lo stecconato e la citt, lasciando dietro s aperta la porta, perch i suoi avessero, occorrendo, sicura una ritirata. Ci fatto, egli si pose ad aspettar l'inimico, il quale ben tosto si mostr. Se non che vedendo come la citt stesse in guardia, si fece avanti con precauzione, tuttoch non avesse impedimento da quelli di dentro.
A un venti passi circa dallo steccato, messer Giovanni di Beaumont, messer Enrico di Fiandra, il sire di Fauquemont e gli altri cavalieri si calarono a terra, ed il medesimo fecero le loro masnade, e abbassate le visiere, miser mano alle spade, e mossero risolutamente all'assalto. Allorch quelli che coronavano il terrapieno videro ben appressati i nemici, fecero cadere una tempesta di pietre e piover calce sopra di loro, i quali nullameno, come cavalieri la maggior parte, coperti da buone armature, seguitarono il loro andare, finch non furono alle barriere. Quivi essi tentarono, col fare ogni sforzo per ispianitarle, di aprirsi un passo; ma come e' mancavan di macchine, gli stecconi che erano molti forti e infitti molto in fondo nel suolo, stettero saldi. Allora e' fu mestieri agli assalitori di combattere, impediti da quell'ostacolo, come potevano. Per, cacciate le loro picche e le spade a traverso in fra gli intervalli che lasciavano nel serraglio le palizzate, cominciarono a ferire e stoccheggiare quelli di dentro, i quali fecero loro per la stessa maniera una degna risposta, intantoch le milizie dall'alto delle mura non cessavano di lanciar pietre, travi accese e pentole di fuoco.
Ora egli intervenne che messer Enrico di Fiandra e l'abate d'Hainecourt, il quale si mostrava tra primi contro alle offese e alla difesa, incrociarono insieme le spade; ma come il cavaliere era pi destro in adoperare quell'arma, l'abate pi forte di mano, questi prevalendosi del suo vantaggio, gitt via l'arma sua, e afferrandosi con ambe le mani a quella del cavaliere, si ritrasse indietro colla persona, appuntandosi contro il riparo con ambo i piedi; di che il suo antagonista, non volendo lasciare in potere di lui il suo ferro, vi fu trascinato dietro. Cos ne accadde che pass fra gli stecconi prima la lama, poi l'impugnatura, poi altres il braccio del cavaliere. Allora il signore, portata una mano dalla lama in sul braccio del cavaliere, lo tir dentro fino alla spalla, e con tanto di forza, che ne sarebbe passato per l'apertura, poniamo che fosse stata larga abbastanza, anche il resto della persona. Il pericolo di messer Enrico di Fiandra era grande, perocch non poteva fare difesa alcuna, e intanto essendo riuscito il signore a tenerlo fermo tuttavia, lo percuoteva con un pugnale, cercando di farsi strada fra le lamine della visiera. I cavalieri che gli erano presso, vistolo in quella distratta, si fecero a tirarlo dalla parte loro, e riuscirono finalmente a liberarlo; ma messer Enrico di Fiandra, se non ci lasci la vita, ci dovette pur lasciare la spada, cui il signore si port in gran trionfo, deponendola in appresso nella sala del Capitolo di Hainecourt, ove come cosa di alto pregio fu poscia conservata; e i monaci, quarant'anni dopo, mostrandola a Froissart, gli raccontarono per qual nobile valentia fosse venuta in loro potere.
Dopo un poco, visto gli assalitori per quella volta non essere quivi alcun bene da fare, lasciaron l'impresa e tirarono avanti verso Cambrai, ove trovarono il re Edoardo, il duca di Brabante e i signori dell'impero, che avevano data perfezione agli approcci, e si apparecchiavano per l'assalto. I nuovi arrivati si mescolarono ben tosto alla battaglia, desiderosi com'erano di ricattarsi del sinistro pur test patito; e Giovanni di Analto entrava a quella fazione con maggior animo di tutti gli altri, risoluto di vendicare la morte, succeduta in un'avvisaglia, di un giovane cavaliere d'Olanda, nominato Hermant. Misesi egli dunque nella compagnia del sire di Fauquemont, del sire di Enghien e di messer Gualtiero di Mauny, i quali dovevano assaltare la citt per la porta Roberto, mentre il conte Guglielmo, nipote di lui, doveva assaltarla dalla parte di quella di San Quintino. Dei primi a toccar la barriera e a cominciar la battaglia fu il conte di Analto, giovane baccelliere, impaziente di fare sue prove. Vero  che la terra assaltata era fortificata ben altramente che Hainecourt, e difesa da un presidio di genti quanto animose, altrettanto ben provvedute d'armi e di artiglierie. Per la qual cosa Giovanni di Beaumont e Gualtiero di Mauny ributtati, malgrado le meravigliose prodezze operate da loro, se ne tornarono ai loro alloggiamenti colle persone fiaccate dai colpi e dalle fatiche, senz'aver fatto alcun frutto.
La seguente notte pervennero al re d'Inghilterra novelle come Filippo di Francia, avendo avuto certezza del suo arrivo davanti a Cambrai, avea mandato a San Quintino il suo conestabile Rollo conte d'Eu e di Ghines, con una grossa compagnia d'armi per guardarvi la citt e le frontiere. Oltreci i signori di Coucy e di Hamtieres erano giunti nelle loro terre che erano situate sulle marche di Francia; e l'ingrossar che faceva ad ogni ora pi la cavalleria francese nel paese tra San Quintino e Peronna faceva argomentare che il re Filippo non potrebbe tardar pi che tanto a venire in persona davanti a suo cugino. E in effetto avendo egli inteso essere giunto un araldo del duca di Brabante, gli aveva senza dimora consentita un'udienza nel suo castello di Compigne; e questa volta pure, al par della prima, vi aveva chiamato presso di s il suo leale ospite Leone di Crainheim. Il quale avendo piena fede nella parola del suo signore, era in tutta sicurt seduto presso del re; ma avendo dalle prime parole dell'araldo inteso con qual messaggio ne fosse venuto, erasi alzato dalla sua sedia per ritirarsi. Filippo allora, non levati gli occhi di dosso dall'inviato di suo cugino, aveva stesa la mano e tenuto pel braccio il cavaliere, il quale per rispetto, ritto in pi al suo posto, aveva dovuto intendere fino alla fine la disfida mandata al re dal suo signore. E finita che fu di pronunciare dall'araldo, Filippo di Valois, che l'aveva ascoltata sorridendo, si volse al vecchio cavaliere chiedendo:
Or bene, messere di Crainheim, che dite voi di cotesto?
Io dico, sire, risposegli il cavaliere, che io aveva dato in malleveria pel mio signore la vita mia, e che se egli ha fallito alla sua parola, non io fallir alla mia.
Cinque giorni dopo, nell'atto che Filippo stava per mettersi in via alla volta di Peronna, gli fu annunciato che il cavaliere Leone di Crainheim, al quale aveva dato licenza di tornarsene al suo padrone, era passato da questa vita la notte innanzi.
Il leal cavaliere, non potendo sostener la vergogna di colui che rappresentava, si era lasciato morire di fame.
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Capitolo 12.
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L'assedio infrattanto di Cambrai, per valore che ci spendessero intorno gli assalitori, non si vantaggiava in alcuna maniera; onde il re Edoardo, avendo inteso avere Filippo di Valois pubblicato in Peronna il suo bando, e gi essere con tutto il suo sforzo arrivato a San Quintino, assembr un consiglio de' pi prodi in arme e di miglior senno, fra i quali erano il conte Roberto d'Artois, messer Giovanni di Beaumont, il vescovo di Lincoln, il conte di Salisbury, il marchese di Juliers e Gualtiero di Mauny, per consultare con loro se meglio valesse continuare l'assedio, o veramente mover contro al suo avversario. Brevemente fu risoluto la citt di Cambrai troppo esser forte di mura e troppo validamente difesa perch si potesse sperare di averla presto per forza; e per conseguente esser miglior partito l'andare a cimentarsi ad una battaglia in piana terra, che senza pro consumarsi davanti a una citt finch venisse l'inverno, che pure non era molto lontano.
L'ordine pertanto fu dato ai signori di dover levare il campo; perch arrotolate tende e padiglioni, ognuno si mise in cammino dietro la sua bandiera e il suo conestabile verso il monte San Martino, abbadia dei Premontresi(Ordine religioso di canonici regolari, i quali avevano avuto il nome dalla principale loro badia, posta a Premontr, nelle vicinanze di Laon), della diocesi di Cambrai, la quale era in sul confine della Piccardia.
Quivi messer Giovanni di Beaumont, avendo compiuto il suo voto con fare l'ufficio di maresciallo sopra l'esercito per infino a che da esso erasi guerreggiato sulle terre dell'impero e dell'Analto, rassegn il comando al re Edoardo, il quale, partite le genti in tre maresciallati, li diede a guidare a' conti di Northampton, di Glocester e di Suffolk. Conestabile fu chiamato il conte di Warwick, il quale, preso di fatto il governo dell'esercito, pervenuto che fu con esso in sull'altura del monte San Martino, pass la Schelda, senz'avere n dal fiume, n da' Francesi impedimento d'alcuna fatta. Il conte di Analto, quando fu in sull'altra sponda, fattosi presso di Edoardo, scese da cavallo, e messo un ginocchio a terra, il preg di volergli dare licenza acci potesse, come portava la parola da s impegnata, tornarsene al re di Francia, e compir cos verso lui il suo debito, come aveva fatto verso l'imperatore; intendendo di voler servire il re di Francia suo zio nel suo reame, come aveva servito il re d'Inghilterra suo cognato nell'impero. Edoardo, il quale ben conosceva gli obblighi di lui, non fecegli contraddizione, e lo sciolse dall'obbedienza, dicendo:
Dio vi guardi.
Indi trattosi la manopola, gli stese la mano. Guglielmo di Analto, baciatala, risal a cavallo, salut per l'ultima fiata il re Edoardo, e si part dall'esercito accompagnato da tutti i suoi amici e uomini d'arme, salvo che da Giovanni di Beaumont suo zio, al quale, tuttavia in bando dalla Francia per l'aiuto che aveva dato a madama Isabella, bast l'animo di rimaner fra i signori dell'impero, avvegnach gi si toccasse la terra di Francia.
Dopo la partenza del giovin conte Guglielmo, fu tenuto un secondo consiglio per risolvere se si convenisse farsi pi avanti nel paese inimico, o costeggiare l'Analto, donde le provvigioni di armi e di viveri si potevano trarre senza impedimento alla giornata, aspettando le genti francesi. Gli avvisi furono parte pel primo e parte pel secondo partito; ma pel secondo essendosi fortemente dichiarato il duca di Brabante, venne finalmente da tutti abbracciato. Separatosi quindi l'esercito inglese in tre battaglie, delle quali la prima guidavano i marescialli, la seconda il re Edoardo e la terza il duca di Brabante, si pose in cammino, mettendo a ruba e a fiamme citt, villaggi e masserie, sterminando vigneti, foreste e messi, e non facendo per giorno pi che tre leghe, acciocch niun bene in sulla terra potesse salvarsi da quella ruina. Cos chi avesse veduto quella contrada s fertile poco prima e popolosa, fatta per quel modo deserta e selvaggia, avrebbe creduto che vi fosse passata sopra una lava.
Per fare quella devastazione pi larga, l'esercito di tempo in tempo si arrestava, spiccando da s grosse bande di soldati, le quali facevano correrie nella Piccardia, oppure nell'isola di Francia, e vi saccheggiavano e bruciavano terre nel cuore stesso del regno; come intervenne a Origny-San-Benedetto e a Ghisa. Avendo finalmente il re Edoardo inteso a Boherie, badia dei Cistercensi, posta nella diocesi di Laon, essersi il re Filippo mosso da San Quintino con pi di centomila uomini per andargli a offerir la battaglia, non volle, col seguitare una strada che lo allontanava dall'inimico, dar cagione a pensare che lo fuggisse. Voltato dunque indietro nel giorno istesso in cui aveva ricevuto quella notizia, fece la sua fermata in Fervaques, e il d appresso a Montreuil. Avendo il terzo giorno presi gli alloggiamenti a Flamengerie, e riputando il sito convenevole a stanziarvi il suo esercito, nel quale si contavano all'incirca quarantacinquemila combattenti, risolvette di quivi aspettare il re Filippo, avendo gi fatto abbastanza di strada verso di lui per non dover essere sospettato che volesse sfuggirlo.
Il re di Francia altres erasi infatti levato da San Quintino, e tanto di cammino aveva fatto con tutte le sue genti, che ne era riuscito a Buironfosse, dove fermossi, ordinando che si dovessero piantare gli alloggiamenti. Suo intendimento era di aspettar in quel luogo il re d'Inghilterra con tutti i suoi alleati, da cui non era pi lungi che due leghe. Il conte Guglielmo di Analto, avendo inteso dove il re di Francia si fosse accampato, si tolse da Quesnoy, ove erasi fino allora dimorato, e cavalc all'esercito francese, conducendo seco cinquanta lance. Il re Filippo, malgrado quel nobil presente, fece al nipote una molto fredda accoglienza, ricordando che egli era stato con quell'armi medesime a campeggiare Cambrai. Il conte Guglielmo per si scus saviamente allegando di aver dovuto obbedire all'imperatore, dal quale dipendea cos come dal re di Francia; tanto che Filippo di Valois e il suo consiglio trovarono buone alla fine le ragioni di lui, e gli fu assegnato nel mezzo del campo l'alloggiamento il pi vicino alla tenda reale.
Edoardo ebbe notizie ben tosto di quello che avesse fatto il suo avversario e della breve distanza che separava i due campi. Per la qual cosa raccolto prestamente il suo consiglio, del quale erano i signori dell'impero, i suoi marescialli e tutti i baroni e prelati dell'Inghilterra, li richiese, quando fosse tuttavia loro intenzione di venirne a giornata, de' loro avvisi intorno a quello che nelle condizioni presenti si convenisse di fare. I signori si guardarono alla prima tra loro tacendo; indi commisero al duca di Brabante di dover favellare. Il quale levatosi dichiar tenere egli opinione che si appartenesse al debito e all'onore di tutti il combattere per grande che fosse il numero de' nemici, e che si conveniva inviare senza dimora un araldo al re di Francia, chiedendogli la battaglia, e accettarla pel giorno che egli assegnerebbe.
Quella sentenza fu ricevuta con unanimi applausi, e all'araldo del duca di Gheldria, come quello che sapeva il francese, fu commesso, in nome del re d'Inghilterra e dei signori dell'impero, di portare la disfida al re di Francia. Cos montato egli tostamente a cavallo con un seguito quale si conveniva a chi egli rappresentava, e non cavalcato appena due ore, tanto i due eserciti erano presso l'uno all'altro, ebbe toccato alle prime guardie delle genti francesi, e chiese di essere incontanente condotto nel cospetto del loro re.
Filippo, ricevutolo nel mezzo del suo consiglio, ascolt con lieto volto il messaggio che egli, come uomo savio che era, fece con rispettoso e sicuro animo; e inteso il suo avversario essersi fermato per attenderlo, e richiederlo di battaglia, possa contro possa, di per risposta, graziose molto essergli siffatte parole, e stanzi il venerd seguente, o vogliam dire il d dopo la domane, come assai di suo piacere per venire alle mani. Indi toltosi gi dalle spalle il manto che era di armellino e si fermava con una catena d'oro, lo diede in dono all'araldo per significargli com'egli fosse il benvenuto e la novella di cui eragli portatore una ricca novella.
L'araldo fu nella sera istessa di ritorno al campo di Edoardo, raccontando la buona ciera che avevagli fatta il re Filippo, e annunciando che la battaglia era differita pel venerd seguente. Quell'annunzio, essendo portato subitamente intorno fra i signori dell'impero e i baroni inglesi, una parte della notte fu data da ognuno a preparare le armi e ad assettare le proprie bisogne.
Il d appresso il conte di Analto ordin ai signori Tupigny e di Fagnoelles, cavalieri nei quali particolarmente si confidava pel loro grande animo e saviezza, che dovessero di segreto recarsi a riconoscere le battaglie del re inglese. Saliti essi dunque su i loro migliori cavalli, camminarono per alcun tempo lungo l'esercito inglese, coperti da un bosco, il quale faceagli spalla, e tanto presso, che ne potevano vedere benissimo tutte le ordinanze. Tutto ad un tratto per accadde che il cavallo del sire di Fagnoelles, avendogli per caso un ramo di albero percossa la groppa, spaur, e preso co' denti, per non esser bene infrenato, il morso, si diede a scappare fuori del bosco a ruina, e pigliando dirittamente la volta del campo inglese, trasport il suo cavaliere, che invano sforzavasi di governarlo, in mezzo all'accampamento de' signori imperiali. Fu bentosto il sire di Fagnoelles circondato e fatto prigione da cinque o sei Alemanni, i quali gli posero una taglia, proponendogli nullameno (poich non era stato preso in battaglia, ma per accidente) rimetterlo in libert, ov'egli volesse dar loro una buona e valida malleveria. Il cavaliere allora domand che lo conducessero avanti messer Giovanni di Beaumont, al quale fu maraviglia grande, uscendo della chiesa, ove era in quel mentre a udire la messa, di trovare alla porta una delle sue vecchie e buone conoscenze. Raccontogli il prigioniero in che modo fosse caduto nelle mani degli Alemanni, la taglia ch'eragli posta e il partito ch'eragli offerto da quelli che lo tenevano preso. Ben di grado messer Giovanni di Beaumont sicur per la somma domandata, e finito il pranzo, a cui lo volle seco, gli fece condurre il suo cavallo e restituirgli la spada, a patto solamente ch'egli porterebbe i suoi complimenti al conte Guglielmo suo nipote. Il sire di Fagnoelles promise di farlo, e tornando alla tenda del suo signore, pot recargli pi certe novelle circa l'oste del re Edoardo, per averla veduta troppo pi da presso, che non era stato suo proposito, uscendo la mattina per quella scoperta.
Nella sera istessa essendo l'ora gi tarda, un messaggiere, tutto polveroso e stremato dalla stanchezza, come quello che venendo dall'isola di Sicilia, non aveva mai fatto meno di venti leghe in sul cavallo medesimo, dacch avea preso terra, fu introdotto al re di Francia che non si era ancor coricato. Egli portava lettere di Roberto conte di Provenza e re di Napoli. Filippo di Valois, avendo suo cugino per un gran savio in scienza di astrologia, al primo sentore avuto di questa guerra gli aveva scritto per sapere quello che dovesse aspettarsene. Il re Roberto aveva interrogato gli astri nelle loro congiunzioni favorevoli e maligne, e aveva pi volte gittate le sorti circa le avventure dei re di Francia e d'Inghilterra, e sempre aveva trovato che laddove il re Edoardo fosse colla sua persona, il re Filippo sarebbe vinto e disconfitto con danno grande del reame di Francia. Gli scriveva dunque di doversi guardare dal venirne a battaglia, fossero pur anco i suoi soldati tre contro uno, essendo l'evento della giornata scritto gi, dove la mano dell'uomo non ha possanza di cangiare pur sillaba.
Filippo guardossi bene dal mostrar quelle lettere a chicchessia per tema che divulgate non togliessero animo a' suoi soldati, e risolvette, malgrado le ragioni e i consigli del re d'Inghilterra, suo bel cugino, poniamo che il re Edoardo gli presentasse la battaglia, di non ritirarsi pure di un passo (dappoich egli stesso ne aveva stabilito il giorno), ma di non andarlo neppure a cercare, se del sito e del sole avesse il vantaggio.
La mattina del d seguente i due re e molti signori si confessarono e comunicarono, come stava bene a persone presso a venirne alle armi, e a cui poteva toccare di comparire nel cospetto di Dio, e i due eserciti, fatti gli apparecchi e udita la messa, si mossero l'un con l'altro. Una larga palude, tutta piena d'acqua e d'erbe, li separava, e faceva grande pericolo a quello che il primo avesse tentato quel difficil passaggio. Quando furono l'uno in faccia dell'altro, i due re si fecero ciascuno a metterli in ordinanza. Il re Edoardo, pel quale era il vantaggio del terreno, divise in tre battaglie i suoi pedoni; i cavalli e gli arnesi fece ritirare in un bosco di dietro il campo; e il campo affortific di carrette e di vetture. La prima battaglia di ottomila uomini tutti alemanni, ove si noveravano ventidue bandiere e sessanta pennoni, conducevano il duca di Gheldria, il conte di Juliers, il marchese di Brandeborgo, messer Giovanni di Analto, il margravio di Misnia, il conte di Mons, il conte di Salm, il sire di Fauquemont e messer Arnoldo di Blankenheim.
La seconda aveva per capo il duca di Brabante, e sotto i suoi ordini comandavano i pi ricchi e i pi valenti baroni del suo paese, come altres alcuni signori di Fiandra, i quali si erano aggiunti alla sua compagnia, di fatta che stavano alla sua obbedienza con ventiquattro bandiere e ottanta pennoni, sette migliaia d'uomini bene in assetto e in arme, e tutta gente di molto animo.
Reggeva la terza, e pi delle altre forte battaglia il re d'Inghilterra, ed erano dopo lui capitani sopra di essa tutti i baroni del suo reame; il cugin suo conte Arrigo di Derby, figliuolo di messer Arrigo di Lancastro il Torcicollo, il vescovo di Lincoln, il vescovo di Durham, i conti di Northampton, di Glocester, di Suffolk e di Herfort, messer Roberto di Artois, messer Rinaldo di Cobham, il sire di Percy, messer Luigi e Giovanni di Beauchamp, messer Ugo di Hastings, messer Gualtiero di Mauny, e finalmente il conte di Salisbury, il quale, dati non pi che quindici d alla sua giovine sposa, ritornava, sciolto il voto con entrambi gli occhi scoperti e scintillanti di ardore, all'esercito. Erano seimila uomini d'arme, tutti splendenti in acciaio, che rendevan sembiante col loro muoversi, d'un mare levato in onde, seimila arcieri, sovra quali ventilavano ventotto bandiere e novanta pennoni. Oltre le sopraddette battaglie ci aveva un retroguardo, a cui erano capo il conte di Warwick, il conte di Pembroke, il sire di Milton, e parecchi altri buoni cavalieri, il quale doveva esser presto al soccorso di qualunque parte dell'esercito piegasse: in esso si numeravano quattromila soldati.
Quanto al re di Francia aveva intorno di s una s gran gente e tanti nobili e cavalieri, che era cosa maravigliosa a vedere, ma sarebbe lungo troppo a volerla contare. Nelle sue schiere, poich furono in armi, e spiegate in ordinanza alla campagna, si noveravano dugentoventisette bandiere, cinquecentosessanta pennoni, quattro re, sei duchi, trentasei conti, quattromila cavalieri e pi di sessantamila uomini dei comuni di Francia con s pulite armature, che il sole vi si mirava come in ispecchio. Ma tra quella cavalleria tanto bella e terribile a vedere, era division di pareri circa il venirne a battaglia. Ch gli uni affermavano sarebbe grande onta dell'essersi tanto approssimati all'inimico senza combattere, e gli altri mantenevano che il fare giornata sarebbe un gran fallo, avendo il re di Francia tutto da perdere per essa, e nulla da guadagnarvi. Imperocch s'egli veniva rotto, l'inimico sarebbe d'un lancio nel cuor del reame, laddove riportando vittoria non potrebbe perci conquistarne l'Inghilterra, la quale  isola, n le terre dei signori dell'impero, che sarebbero sempre troppo duramente difesi da Luigi quinto di Baviera loro sovrano.
Il re d'Inghilterra, montato sopra di un piccolo palafreno, camminando di ambio davanti alle file con in sua compagnia messer Roberto di Artois, messer Rinaldo di Cobham e messer Gualtiero di Mauny, ed esortando con parole accomodate i cavalieri e gli altri loro compagni d'arme di volergli dare aiuto al compimento del suo voto, e a guardar l'onor suo, faceva loro intendere l'avvantaggio del sito ch'egli aveva scelto, spalleggiato da un bosco e difeso davanti da una palude, e come l'inimico non potesse venir quivi ad assaltarli senza mettersi a grande risico. Passato ch'egli fu per tal modo davanti a ciascuna fronte, e confortato tutti quelli a voler far buona prova, e quali a contenersi, fe' ritorno alla sua battaglia, e postala in ordinanza, comand che niuno avesse a collocarsi davanti alle insegne de' marescialli.
Tutta quasi la mattina erasi consumata in preparativi, e gi l'ora toccava al mezzod, quando una lepre spaventata da un cavaliere dell'esercito inglese, il quale si era un momento scostato dalla sua compagnia, si lev, e fuggendo andossi a gittar tra le file de' Francesi. Alcuni de' cavalieri pensandosi di avere il tempo di darle la caccia, presero ad inseguirla per entro al ricinto che le facevan d'intorno le schiere con grande schiamazzo e con gridi. L'oste inglese che vide quel movimento e ne ignorava la causa, ne fu in grande sommovimento, stimando di essere assalita. Per la qual cosa il re tramutatosi da quel piccolo cavallo sopra un grande e forte destriero, si tenne parato per essere dove s'appiccasse la zuffa.
Nell'altro esercito di Guascogna e di Linguadoca aspettandosi medesimamente di essere attaccati, si misero in capo le celate, e trassero fuori i ferri, e il conte di Analto, facendo giudicio che non ci fosse tempo da perdere, e che si fosse in sul venirne alle mani, confer in tutta fretta la cavalleria a' quattordici signori cui egli aveva promesso quel favore, e che portaron poi sempre il nome di cavalieri della lepre.
Ma in quel tanto erano venute le tre ore pomeridiane, e gi il sole volgeva verso l'orizzonte, allorch un messaggiero arriv al re Edoardo, il quale, senza discendere del cavallo, lesse le lettere che aveva recate. Esse erano sottoscritte dal vescovo di Cantorbery, e gli venivano dal Consiglio d'Inghilterra, annunziando che Normanni e Genovesi avevano sbarcato a Southampton, messa a sacco e a fiamme la citt, e avevano distese le loro correrie fino a Douvres e a Norwich, desolando tutte le coste dell'Inghilterra pel tratto di ben quaranta miglia, e guardavano per cosiffatta guisa il mare, che non era pi un legno che potesse afferrare alla Fiandra. Oltreci si erano impadroniti delle due maggiori navi che avessero mai pi armate gli Inglesi; l'una che appellavano Edoardo e l'altra Cristoforo: il combattimento aveva durato un giorno intiero, e mille Inglesi vi avevano lasciata la vita.
Queste notizie erano, come ognuno intende, terribili, e nullameno le lettere medesime ne contenevano ancor di pi gravi. Ci erano che mentre Edoardo stava a campo davanti a Cambrai, Filippo di Valois aveva, come gi ricordammo, mandati messaggieri in Iscozia a' signori che vi manteneano le ragioni del giovinetto re Davide, fornendoli, non per verit di un rinforzo ben grande d'uomini n di armi, ma s di una somma di danaro sufficiente a procacciare gli uni e le altre. Il capo dell'ambasciata, uomo di grande animo e di singolare saviezza, era passato per mezzo a tutte le guardie inglesi, ed era pervenuto fino alla foresta di Jeddart, dove si erano come in un forte inaccessibile riparati il conte di Mornay, messer Simone Frazer, messer Alessandro di Ramsay e messer Guglielmo Douglas, nipote del buon sir Giacomo, il quale gi raccontammo a' nostri lettori per quali mani fosse morto in Ispagna, facendo per col il viaggio a Terra Santa col cuore del suo re.
Tutti quei signori avevano presa una maravigliosa allegrezza alle notizie che loro venivano di Francia; e prevalendosi, come ne li confortava il re Filippo, della lontananza del re Edoardo, usando opportunamente il ricco tesoro di cui erano accomodati a mettere insieme uomini e cavalli, in breve spazio ebbero a' loro comandi un esercito poderoso. Con esso, nel mentre che i governatori inglesi li stimavano tuttavia rintanati come salvatiche fiere nel fondo della foresta di Jeddart, si erano calati gi nelle pianure, e parte per forza, parte per sorpresa, avevano tornate il pi delle terre forti in loro potere; e le vicende si erano nella Scozia mutate, per modo che agli Inglesi non rimanevano pi che sette od otto citt e fortezze, fra le quali si noveravano Berwick, Sterling, Roxborgo ed Edimborgo. N contenti a tutto questo, pigliando animo dal buon successo, si avean lasciato dopo le spalle Berwick, e valicata la riviera della Tyne, si erano spinti avanti, trapassando la vecchia muraglia romana fino a Durham, posta in sul confine del paese di Northumberland, cio a dire per entro al regno dell'Inghilterra per ben tre giornate, e portatone via il migliore, e guastato il restante, se ne erano tornati per altra via, senza avere il minimo contrasto nella ritirata: tanto erano alieni gli animi nell'Inghilterra dal pensare che avesse il leone scozzese potuto rifare i denti e le unghe s prestamente.
Lesse Edoardo quelle lettere senza lasciar nel volto apparire pur ombra di commovimento: indi ordin che si dovesse far buona ciera, e dare al messaggiero quella ricompensa istessa che se le notizie recate fossero state felici. Indi, voltando gli occhi sopra l'esercito che aveva davanti a s, preg in suo cuore al Signore Iddio perci volesse stornare quella battaglia, che pur aveva tanto desiderato, ed era venuto di s lontano a cercare. Perocch, o vincitore o vinto ch'egli ne uscisse, e o potesse inoltrarsi nel cuore del regno di Francia, oppure che di l respinto dovesse ripararsi in sulle terre imperiali, non avrebbe pi abilit di ritornare nel suo paese, dove lo richiamavano avvenimenti di s grande importanza.
N per sua buona ventura avevano ancora punto mutato le cose nell'oste francese, e come il d gi cominciava a declinare, cos si faceva verisimile che per quella giornata non si verrebbe alle mani. E due altre ore infatti passarono senza che alcuno dei due eserciti si attentasse di metter il piede nella palude, onde, venuta la notte, entrambi si ritirarono nei loro alloggiamenti. Quivi il re, adunato, il suo consiglio, lesse ad alta voce le lettere avute dall'Inghilterra, e chiese di consiglio i baroni inglesi e i signori dell'impero. L'avviso loro fu unanime, che sovra ogni cosa importava che egli ritornasse e senza alcuna dimora a Londra. Per, giovandosi della oscurit della notte, fece piegare a caricare le tende e gli arnesi, e ne and il duca di Brabante a dormire presso di Avesne in Analto. La mattina seguente preso congedo dai signori alemanni e brabantini, i quali si stanziarono quivi in armi per guardare il paese, tornossene a Brusselles col duca Giovanni suo cugino.
Il d seguente il re di Francia, ignorando quello che fosse avvenuto durante la notte, usc di nuovo dagli alloggiamenti, e riordin le sue schiere in quel luogo istesso di prima. Per non vedendo di l dalla palude alcuno, e sospettando di qualche agguato che gli volesse fare l'inimico per entro al bosco vicino, chiam a s un uomo di buon volere, il quale facendo la traversata a cui non erano stati arditi di mettersi i due eserciti, dovesse entrarvi a esplorarlo. Offrissi per quell'arrischiata impresa un giovane baccelliere, messer Eustachio di Ribeaumont, rampollo di una vecchia e nobil famiglia, il quale a ventun'anno appena gi aveva cinque anni di guerra. E quando fu per partire Filippo di Valois, il quale voleva che se per malavventura quell'animoso giovane doveva lasciarvi la vita, morisse almen cavaliero, fattogli porre a terra un ginocchio, lo arm egli stesso, e gli diede l'abbraccio. Messer Eustachio, altiero soprammodo e lieto a quell'onore, salse a cavallo, e pregando a Dio che lo facesse abbattersi in qualche nemico, acci potesse in verso il re darsi a vedere meritevole dell'onore che ne aveva ricevuto, pass la palude a traverso nel cospetto di tutto l'esercito. Pervenuto in sull'altra riva, mise la lancia in resta, si spinse avanti risolutamente per il bosco, e diedesi a correrlo per ogni verso. Ma esso era del tutto silenzioso e solitario; perch non vi scoprendo anima viva, ne usc fuori dall'altra parte, e ascese sovra una montagna, dalla cui vetta poteva ricercare coll'occhio tutto il paese d'intorno. N di l pure scuoprendo alcuna cosa, vi piant la sua lancia in segno di possesso preso, e sopravi il suo cimiero, le cui lunghe piume ventilavano all'aria, e calatosi lentamente a capo nudo verso il re, lo certific di quella che era. Filippo di Valois allora comand al suo antiguardo di doversi mettere alla via; e messer Eustachio di Ribeaumont, andando innanzi, mostravagli i passi come quello che gi avevane presa conoscenza. All'antiguardo tenne dietro poscia tutto l'esercito; ma molti cavalieri ebbero grande fatica, per cagione del peso s delle armadure, s de' cavalli, a svilupparsene, la qual cosa chiariva al re Filippo com'egli avesse il d innanzi avuto grande ragione di non arrischiarsi a quel passo in faccia dell'inimico. La campagna di l dalla palude fu in fatti trovata del tutto deserta, e messer Eustachio, colla banda di genti che lo seguitavano, pot senza impedimento risalir la montagna a ripigliarvi la lancia e il cimiero che vi aveva lasciato.
Il re Filippo pertanto accampossi nel luogo stesso che Edoardo aveva dato al suo esercito, e vi soggiorn due d interi. Poi avendo novelle dalle genti del luogo essersi ridotto il re d'Inghilterra co' suoi baroni e co' signori dell'impero nell'Analto, egli rese grazie cortesemente ai re, duchi, conti, baroni, cavalieri e signori che erano venuti a servirlo, e dato loro licenza di andarsene dove volevano, se ne torn a San Quintino, donde invi le sue genti d'arme a guardare le citt di Tournay, di Lilla e di Doaggio; e di l non gli rimanendo pi nulla da fare verso le marche e le frontiere del suo reame, si ridusse in Parigi.
Edoardo, presa la volta di Anversa, vi mise alla vela per l'Inghilterra, lasciando per in Lilla, alla guardia del compar suo Giacomo di Artevelle, la regina Filippa, in segno ch'egli disegnava di tornar quanto prima, e commettendo ai conti di Suffolk e di Salisbury di dover guardare e difendere la Fiandra, se per ventura il re Filippo accennasse di volerla punire dei servigi che essa gli aveva prestati, e che si confidava dovergli prestare ancora quando che sia. Per mare non ebbe incontro alcuno di pirati normanni o genovesi, e preso porto a Londra il 12 febbraio dell'anno 1340, si trasfer il d stesso a Westminster, facendo del suo ritorno gran festa tutto il reame.
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Capitolo 13.
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Le cose della Scozia difatti pel re Edoardo, dal d che ne aveva ricevuto notizie, erano venute a troppo maggiore rovina per una nuova impresa di ribelli pi ardita, e non meno prosperamente riuscita delle altre.
Noi abbiamo gi ricordato come nel novero delle terre forti da Balliol, o a meglio dire da Edoardo conservate in Iscozia, era il castello di Edimborgo. Esso riputavasi inespugnabile. Nullameno Guglielmo Douglas, avuti insieme a consiglio il conte Patrick, sir Alessandro Ramsay e Simone Frazer, stato gi maestro in cavalleria del giovane re, espose loro un modo da lui pensato di entrarvi contro la comune opinione, offerendosi parato di metterlo in atto da solo, e di parteciparne con loro i rischi e l'onore. E siccome pi una impresa era arrischiata, e pi si confaceva al genio di uomini della tempera loro, cos adottarono interamente il disegno di Douglas, e senza indugi diedero opera ad eseguirlo.
Per questo effetto trascelsero la prima cosa dugento scozzesi, i pi valenti e feroci di tutti, e fermato con loro che per non dare sospetti dovessero alla sfilata recarsi sovra una tal piaggia della contea di Fife, essi vi si condussero alla notte con un legno carico di farina, di avena e di paglia, e sopra di quello li tramutarono a dieci a dieci per mezzo di un schifo: indi avendo contrario il vento, inoltraronsi per forza di remi tanto, che poterono prender terra a tre leghe da Edimborgo. Quivi spartironsi in due bande, e Guglielmo Douglas, Simone Frazer e sir Alessandro Ramsay, non tenuti presso di s che dodici uomini dei pi animosi, mandarono gli altri a porsi in agguato per una strada diversa da quella ch'essi prendevano, in una vecchia badia disabitata, posta a pi della montagna, e tanto vicina al castello, che potevano intendervi il segnale convenuto, ed essere tostamente in aiuto dei loro compagni. Postisi poscia indosso, eglino e i dodici montanari, abiti cenciosi e vecchi cappellacci per darsi l'apparenza di poveri mercantuzzi con dodici cavalli, caricati ciascuno qual di farina e qual di avena e di paglia, e con buone armi celate sotto i mantelli, al primo farsi del giorno cominciarono a montare su per la roccia. Pervenuti, dopo incredibili stenti per la ertezza che a uomini e cavalli men usi alla montagna sarebbe stata impossibil cosa di vincere, al mezzo della salita, Guglielmo Douglas e Simone Frazer, lasciata la carovana sotto la guida di sir Alessandro Ramsay, proseguirono il loro cammino fino alla saracinesca. Quivi essendo loro disdetto dalla sentinella l'andare pi avanti, chiesero di favellare al portiere. Venuto ch'egli fu poco stante, gli dissero loro essere mercanti, i quali avendo inteso come il presidio era presso a mancare di viveri e di foraggi, essi, per divozione a Balliol, e per guadagnarsi a un tempo istesso la vita, eran passati a gran rischio per mezzo alle bande degli scorridori scozzesi, e avevan potuto giungere fin l presso con dodici cavalli carichi di grano, di avena e di paglia, che erano disposti di vendergli a buon mercato; e condottolo in sull'orlo della discesa, gli fecer vedere la piccola salmeria, la quale non aspettava che un cenno per continuare il cammino. Il portiere rispose che ben di buon grado il presidio farebbe quella compera, avendo necessit grande di viveri, ma che essendo tanto per tempo, egli non si ardiva di darne avviso per allora n al governatore, n al suo maggiordomo; ma che se in quel tanto che si fossero svegliati i loro compagni volevan venire, egli aprirebbe loro la prima porta.
Guglielmo Douglas e Simone Frazer, che non domandavano meglio, fecero alla picciola banda il segno di dover salire, e quella, arrivata che fu sulla piattaforma, fu messa dentro al primo ricinto dal portinaio, il quale non prendendo di essa pur ombra di sospetto, aperse il cancello, e disse ai creduti mercanti che potevano bene a ogni modo scaricare le mercanzie, le quali al prezzo domandatone non avea dubbio che non fossero tutte comprate. I montanari non si fecero replicare l'invito, e gettarono i sacchi appunto in sulla soglia della porta per assicurarsi che non potesse essere richiusa. Indi un di loro, fattosi presso al portinaio, il quale aveva in mano il mazzo delle chiavi, lo percosse di una pugnalata s rude e profonda, che senza poter pur dare una voce fu morto. Allora Simone Frazer mise la mano sopra le chiavi, i montanari gettaron via gli abiti laceri, e Guglielmo Douglas, imboccando il suo corno, ne cav tre suoni acuti e prolungati. Ci era il segno convenuto; e l'altra banda, appiattata nella vecchia badia, avendolo inteso, si mosse correndo su per quelle rocce cos prestamente come fossero damme o camosci di quelle montagne. La sentinella, che allo squillare del corno gi erasi levata, in vedere quegli uomini correre per simil guisa, non avendo pi dubbio pe' loro disegni, cominci di tutta forza a gridare:
Tradimento! Tradimento! presto, signori, presto, uscite, apparecchiatevi!
A quelle grida il castellano e quelli di dentro si riscossero, e prese le armi furono tostamente alla porta per serrarla. Ma quivi trovarono Douglas e i suoi compagni. La sentinella altres volle chiuder la porta esteriore; ma le chiavi essendo in mano di Frazer, non pot, e in quel mezzo l'altra banda arriv. Allora quei del presidio, anzich pensare come potessero ributtare fuor delle porte gi prese gli assalitori, furono nella necessit di difendere che non pigliassero anche le altre. Le prove di valentia furono, nell'angusta corte in cui erano serrati i combattenti da ambo i lati, meravigliose; e il castellano, valente cavaliere, per nome messer Gualtiero di Limosino, si difese co' suoi come un lione da sbarra a sbarra, e dall'una porta all'altra. Se non che rimasto alla fine con soli sei scudieri, gli fu pur forza di arrendersi.
In luogo di lui i generali del re Davide misero a guardia del castello uno scudiero scozzese chiamato Simone di Vergy, e lasciatagli come presidio la masnada che aveva preso il castello, se ne andarono ad altre imprese.
Edoardo, col partirsi della Fiandra, non aveva, come accennammo, dismesso il pensiero della guerra contro Filippo di Valois, n del voto fatto di andare a mettere il campo dinanzi ai campanili di San Dionigi. Ma la rea condizione dell'Inghilterra messa in angustie dai pirati normanni dalle scorrerie degli Scozzesi, aveva fatto necessario il ritorno del suo re, il quale mettesse un po' di fiducia e di coraggio negli animi abbattuti. Egli stava nondimeno ancora in dubbio se dovesse voltar le sue difese prima contro i nemici di terra, oppure contro i marittimi, quando gli fu rapportata l'impresa con tanto ardimento tentata e condotta da Guglielmo Douglas a termine tanto felicemente. Allora egli senza pi si fu risoluto di voltar le sue cure alle frontiere di Scozia per rafforzarne le guardie, e dimorato non pi che quindici giorni in Londra per darvi le disposizioni necessarie onde al suo ritorno fosse apparecchiata un'armata di mare, part alla volta di Appleby e di Carlisle, visit tutte le marche del regno da Brampton fino a Newcastle, e preso seco Giovanni di Neufville, che ne era governatore, giunse fino a Berwick, dove risiedeva Edoardo Balliol. Quivi dimorato egli alcuni giorni per trattare con esso delle bisogne dei due regni, risal per la destra riva della Tweed, e lasci in Norham la sua scorta. Di l, preso per sua sola compagnia Giovanni di Neufville, continu il cavalcare ancora una mezza giornata, e in sul far della notte fu alla porta del castello di Wark.
E ivi era dove Alice di Granfton, come gi ricordammo, dopo aver liberato il conte di Salisbury dal voto, erasi ritratta a compiere il proprio; e dove, poich il marito suo l'aveva lasciata, era rimasta con grande animo sola, tuttoch quel castello corresse continuo pericolo dalle scorrerie degli Scozzesi. Vero  che la terra era forte, e guardata diligentemente con un buon presidio da Guglielmo di Montaigu.
Allorch difatti gli fu annunziato che due cavalieri inglesi chiedevano per una notte l'ospizio nel castello di Wark, avendo ancor fresca nella mente la sorpresa di Edimborgo, volle di presente andarli a ricevere e incontrare. Disceso dunque alla porta del soccorso, domand gli arrivati chi fossero, e che volessero. Per tutta risposta Giovanni di Neufville lev la visiera, e si fece conoscere pel governatore della Nortumberlandia. Quanto al compagno suo, egli aggiunse essere un inviato del re Edoardo, il quale doveva con lui visitare la provincia, affine di certificare che ogni cosa contro degli Scozzesi fosse in buon ordine. Guglielmo di Montaigu ricettolli senza pi con que' modi che si appartenevano al loro grado; li condusse nella sala di onore, e come essi avevano domandato la grazia di poter presentare i loro omaggi alla contessa, ve li lasci per andare a prendere gli ordini di lei.
Non fu egli appena uscito di l, che Edoardo s lev la celata; e quella precauzione di tener calata la visiera non gli era forse necessaria che per Guglielmo. Imperocch ne' due anni dacch egli non si era pi mostrato in quella parte dell'Inghilterra, erasi lasciato crescere la barba, i mustacchi e la capellatura, secondo la moda presa con pi o meno di esagerazione a que' d da tutti i signori, di che il suo sembiante ne era per tale forma cambiato, che non avrebbe potuto essere riconosciuto che da' suoi pi famigliari.
Oltre di ci egli era stato condotto in quel castello dal desiderio soltanto che da lunga stagione gli viveva nel petto per la leggiadra Alice, desiderio che la lontananza e i pensieri travagliosi della guerra avevano reso men forte, ma che era divenuto in lui prepotente coll'approssimarsi ch'egli aveva fatto alla terra ch'ella abitava. Per egli s per nascondersi il volto, e s per il commovimento che lo avea preso, erasi posto a sedere in una parte della sala, dove arrivava il meno di lume, tanto che a Guglielmo di Montaigu non sarebbe stato possibile il riconoscerlo, quando pure il suo viso non avesse fatto mutazione d'alcuna sorta. Giovanni di Neufville, al contrario, che non aveva alcuna cagione di celarsi, e non argomentavasi di ci che si travagliava per l'animo del re, erasi appoggiato al cammino, e faceva onore a un largo pecchero di idromele, che due servitori gli avevano posto in sulla tavola.
Allorch Guglielmo rientr, interrompendo il sorseggiare.
Ors, mio giovine castellano, si fece a dirgli, e quali notizie ci arrecate? La contessa di Salisbury ci consente dunque il favore di che l'abbiamo fatta richiedere, e che persone al mondo meritan meglio di noi; se basti per meritarlo l'essere ammiratori quanto noi siamo delle bellezze sue?
La contessa, risposegli Guglielmo freddamente, rende grazie, messere, alla cortesia vostra; ma ella si  ritirata nella sua camera appena lette le funeste lettere che oggi stesso le son pervenute, e il suo dolore  s grande, che spera dover esserle una ben giustificata scusa presso di voi, e farvi accettar me per suo rappresentante.
E non si potrebbe, entr a domandare Edoardo, saper la cagione del suo dolore, per parteciparlo con lei, quando sia pure che non possa essere consolato, e quale s terribil notizia contenessero le lettere che glielo hanno recato?
Il giovane al suono di quella voce si scosse, e senza volerlo fe' un passo verso Edoardo. Poi fermatosi di tratto fiss lo sguardo ver lui come se i suoi occhi avesser potuto per quella oscurit ravvisarlo, ma non rispondendo, Edoardo gli replic la domanda.
Guglielmo allora potendo nel suono delle parole nascondere l'alterazione dell'animo.
Quelle lettere, disse, recavano che il conte di Salisbury  caduto in mano dei Francesi, n sa la contessa s'egli a quest'ora sia vivo o morto.
E dove e in che modo l'han preso? grid Edoardo levandosi in piedi con subito atto, e dando alla sua interrogazione tutta la forza di un comando.
Presso di Lilla, monsignore, soggiunse Guglielmo, dando cos ad Edoardo il titolo che si usava verso i conti, i duchi e i re egualmente; e ci nel mentre che egli, insieme col conte di Suffolk, andavano secondo la parola data al soccorso di Giacomo di Artevelle, il quale gli attendeva verso Tournay, a un valico detto il Ponte di Ferro.
Ma la sua perdita ha avuto alcun altro mal effetto? chiese Edoardo inquieto.
Ha avuto quello, monsignore, rispose Guglielmo freddamente, di far perdere al re Edoardo uno de' suoi pi prodi e pi leali cavalieri.
 vero,  vero, soggiunse Edoardo rimettendosi a sedere, o mio giovane castellano, e voi parlate da savio. Il re sar profondamente corrucciato quando sappia questa notizia... Ma le lettere dicono che il conte  prigioniero e non morto, non  egli vero? Or bene questa disgrazia non  senza rimedio, e il re Edoardo, son certo, non vorr guardare a moneta per riscattare un s nobile cavaliere.
La contessa infatti voleva, monsignore, domani appunto inviargli per questo effetto un messaggiero: tanta sicurezza ella prende nella benevolenza e nella lealt di lui.
Non accade ch'ella si dia questo pensiero, disse Edoardo, io prendo sopra di me questo messaggio.
Ma chi, se il cielo vi salvi, siete voi, messere, domandollo Guglielmo. Vogliate non me lo celare, affinch io possa rapportare alla riconoscenza della mia nobile zia il nome di quello cui ella vorr tenere un'obbligazione s grande.
Non  mestieri che vel dica, rispose Edoardo, dacch monsignore Giovanni di Neufville, il quale siccome governatore della provincia merita che si abbia in lui pi piena fidanza, mi sta qui mallevadore.
Bene sta, monsignore, soggiunse Guglielmo: vo per i comandi della contessa, la quale sta nel suo oratorio pregando.
E non potreste voi infrattanto mandarci qua il messaggiero che  giunto con quelle lettere? Noi abbiamo gran desiderio, monsignore e io, di aver notizie di Fiandra, ed egli che ne viene di l potr ben darcene.
Guglielmo fece un inchino in segno di assentimento, e usc. Pochi minuti dopo il messaggiero fu l. Era uno scudiero del conte, giunto per appunto nella giornata, di Fiandra, dove erasi trovato a quell'avvisaglia stessa in cui erano andati presi Salisbury e Suffolk.
La partita di Edoardo alla volta dell'Inghilterra e il ritorno di Filippo di Valois non aveva fatto intermettere le ostilit. I conti di Suffolk, di Salisbury, di Northampton e messer Gualtiero di Mauny erano, come abbiam detto, rimasti per guardare le citt della Fiandra, intantoch il sire Godemaro Dufay dal paese di Tournaisis, il sire di Beaujeu a Mortagna, il siniscalco di Carcassona dalla citt di Saint-Amand, messer Aimery di Poitiere da Doaggio, messere di Gallois da Beaume, il sire Devilliers, il maresciallo di Mirepoix e il sire di Noreuil dalla citt di Cambrai facevano quasi ogni giorno sortite, sperando di abbattersi in qualche banda d'Inglesi per fare scaramucce e belle prove in armi. Or egli intervenne che un giorno le varie guarnigioni del Cambres, col permesso del re di Francia, il quale non aveva potuto al nipote perdonare il soccorso dato al suo nemico, si accordarono a fornire ciascuno un certo numero di genti d'arme, le quali unite che furono, in numero di forse sei centinaia, si misero di notte in cammino, e cresciute di altre compagnie inviate da Chateau-Cambresis e da Maumaison, mossero contro la citt di Haspres, terra grossa e con buone fosse d'intorno, ma che non era chiusa da porte, sebbene avesse un ricinto di parapetti. Del resto come la guerra non s era denunziata tra l'Analto e la Francia, e il conte Guglielmo anzi aveva voce di essere tornato nella buona grazia dello zio, quegli della citt stavano senza timori n sospetti; tanto che i Francesi, entrandovi, trovarono per le case, negli alloggiamenti e dentro al palazzo tutti cos bene addormentati, che ogni cosa, oro, argento, drappi e gioielli, poterono essere da loro presi senza contrasto; poi messo il fuoco alla citt, della quale non rimasero in piedi altro che le mura, se ne tornarono col bottino che avevano caricato sopra somieri e carrette verso Cambrai.
Un corriere, spiccatosi dalla citt sorpresa, nel momento che i Francesi vi erano entrati, il che era stato la sera verso le nove, correndo a briglie sciolte a Valenciennes, vi giungeva in sulla mezzanotte per darne avviso al conte Guglielmo, il quale dormiva tranquillamente nel suo palazzo della Salle, ben lungi dal sospettare che in quel mezzo si volesse mandarne a ruba e a fiamme la sua citt. Calatosi dunque a quell'annunzio prestamente dal letto, indoss le armi, e fatto risvegliar le sue genti, corse in persona sulla piazza del mercato, e di ordine che si suonassero a stormo le campane del comune. A quel segnale accorsero i cittadini da ogni parte, e il conte di Analto, seguitato dai pi spediti, usc della citt, lasciando che gli altri lo dovessero al pi tosto raggiungere, e diedesi a cavalcare con quella celerit che poteva maggiore, desideroso oltre misura d'incontrare i nemici.
Pervenuto alla cima di una montagna che domina tutta la contrada d'intorno, vide verso la parte di Magny un gran chiarore, e fu certo che la citt era in fiamme; ma rinfuocato per questo di maggiore sdegno, seguit avanti, finch, giunto a un terzo forse della strada, un secondo corriere gli arrec essersi gi i Francesi ritirati con tutto il loro bottino e co' prigionieri, e farsi per ci a lui del tutto inutile l'andare pi avanti.
Quest'ultima nuova egli aveva avuto presso l'abbadia di Fontenelles, ove dimorava sua madre, perch in vece di ritornare a Valenciennes, and in grande corruccio a domandare ricetto alla badessa, dicendo che farebbe pagare ben caro al reame di Francia quella sorpresa e quell'incendio di Haspres, a cui egli non aveva dato motivo alcuno. La buona dama fece ogni suo potere onde quietare suo figlio, e scusare il re Filippo, fratello suo; ma il conte Guglielmo, non facendo conto di sue ragioni quali che fossero, giur che non sarebbe contento sinch non avesse a suo zio renduto il doppio del male che avevane ricevuto.
Per questo appena fu egli tornato a Valenciennes, fece scrivere e mandar lettere a tutti i cavalieri e prelati di sue contrade, con comandamento di dover tutti essere a Mons l'Analto il giorno che loro assegnava. Le novelle ne giunsero prestamente a Giovanni di Analto nella sua terra di Beaumont, e come quello che sempre erasi mantenuto fermo alle parti del re d'Inghilterra, mont senza indugi a cavallo per andare a offerire i propri servigi a suo nipote, e il d appresso fu a Valenciennes, ove trov il conte nel suo palagio della Salle.
N appena quegli seppe della venuta di lui, che mosse ad incontrarlo, e al primo vederlo:
Ah! bello zio, gli disse, ecco la guerra vostra contro i Francesi rabbellita mirabilmente.
Bel nipote, risposegli il conte di Beaumont, siane lode a Dio! E ci che voi mi dite mi fa un piacer grande, avvegnach coteste parole vi siano inspirate dalla noia e dal danno che vi  cagionato. Voi eravate passionato un po' troppo di servire il re Filippo, e non  male che voi abbiate esperienza del come egli guiderdoni. Ora a voi sta di vedere da qual parte vogliate entrare in Francia. Quanto a me, qualunque sia la strada che voi prendiate, vi seguir.
Bene sta, rispose il conte: mantenetevi in queste buone disposizioni, ch io non ho meno fretta di voi, e la cosa sar spacciata per le brevi.
Il d seguente difatto all'assegnato per l'assemblea, alla quale tutti intervennero, messer Tebaldo Gignos, abate di Crespy, fu gravato di portar le lettere di disfida pel conte e per tutti i signori, baroni e cavalieri della contrada, e intanto che le portava a Filippo di Valois, il conte si prepar di genti d'arme, mettendo insieme tutte quelle del paese di Brabante e di Fiandra, di guisa che al ritorno del suo messo egli aveva al suo comando ben dieci mila armadure di ferro. Con esse, non mettendo indugi, si mosse alla volta di Aubanton, citt popolosa, dove facevasi grande traffico di drapperie e di tele.
Per la celerit sua non pot essere tanta che vi giungesse all'improvvista; perocch gli abitatori di essa erano entrati in forte sospetto a tutti quegli armamenti del conte Guglielmo e dello zio di lui, messer di Beaumont; e avevano di conseguente mandato per soccorsi al balio di Vermandois, il quale aveva loro dato il signore di Vervins, il vidamo di Chlons e messer Giovanni della Bove con circa trecento armadure di ferro. La citt era stata da loro trovata con assai male difese, ma avendo avuto lo spazio di alcuni giorni, vi avevano rafforzate le mura e approfondate tutto intorno le fosse, e di l delle fosse piantato sbarre.
Il venerd seguente i nemici che si aspettavano sboccarono da una foresta detta il bosco della Thierache, e giunti a un quarto circa di lega dalla citt, si fermarono sopra di una collina per considerare da qual parte fossero le difese pi deboli, e ivi stanziarono i loro alloggiamenti. Il d appresso al farsi dell'alba, spartiti in tre compagnie, l'una sotto l'insegna del conte Guglielmo, l'altra sotto quella del sire Giovanni di Beaumont e la terza guidata dal sire di Fauquemont, si fecero avanti contro della citt. Quei di dentro dall'altra banda, distribuiti su per le mura balestrieri in gran numero, si appostarono dietro gli steccati, e il vidamo di Chlons, prevalendosi dello scorcio di tempo che dovevan mettere gli assalitori innanzi di giungere a segno per appiccare la zuffa, arm cavalieri i suoi tre figliuoli, i quali erano tre belli e valenti giovani addestrati a una buona scuola e sperti nell'arme.
L'assalto incominciossi con una furia, la quale fece accorti quelli della citt la guerra mossa contro loro essere di vendetta e di sterminio, e non dovere, posto che fossero sconfitti, sperare merc. Per, non che si abbandonassero per questo dell'animo, anzi crebbero in maggior coraggio, e con egual furia contrapposero le difese. Il conte di Analto per, malgrado la tempesta delle saette e de' bolcioni che si faceva cader sopra lui, giunse il primo allo steccato, e vi trov il vidamo di Chlons co' suoi tre figliuoli. Messer Giovanni di Beaumont, quasi nel tempo istesso assaliva in sul ponte il signore di Vervins, contro il quale teneva una particolare inimicizia, per essergli stata da lui bruciata e messa a ruba la sua terra di Chimay. L'urto fu dalle due parti terribile. Quei che erano sopra alle mura facevan cadere addosso agli assalitori pietre, travi accese e calce; e questi percuotevano a colpi di scure i serragli, e colle lunghe lance ferivano chiunque procacciava di accostarsi a quelli per difenderli. Una delle sbarre finalmente fu atterrata, e quivi si appicc una zuffa a corpo a corpo. Ai tre giovani, armati pur test cavalieri, parve il buon punto di mostrarsi degni dell'onore avuto; e intanto che il vidamo loro padre teneva il fermo al sire di Fauquemont, essi avventaronsi contro il conte Guglielmo. Ma quegli era un possente e destro cavaliere; e il suo primo colpo contro il maggior de' fratelli fu s aspro, che gli pass colla spada la targa, la panciera e la persona sino fuor delle spalle. Gli altri due, che il videro cadere, non fecero atto, riputandolo spacciato, di portargli un inutil soccorso, ma corsero addosso al conte, il quale pareva avere le forze di un gigante, e faceva buona risposta ai loro colpi. Per com'essi lo serravan da presso, l'uno colla lancia e l'altro colla spada, e quello della lancia non poteva da lui essere aggiunto, egli cominciava a esserne in forte pericolo, quando all'uno de' giovani venne veduto il loro padre ridotto a un mal termine dal sire di Fauquemont. Allora egli avvisando che il fratel suo sarebbe sufficiente a ben difendersi solo, e facendogli maggiore forza in sul cuore la carit di figliuolo, accorse in aiuto di lui nel mentre che il sire di Fauquemont, avendolo gi cacciato in terra, si brigava, percuotendolo con una mazza, di ucciderlo dentro all'armadura, che non aveva potuto forar colla spada. A quell'improvviso assalto che venivagli alle spalle, egli dovette abbandonare il vecchio, il quale (nel mentre ch'egli voltatosi contro al giovane si difendeva) da quei della terra era stato tirato dentro pressoch tramortito. Essendogli per stata aperta la celata, aveva ripreso ben tosto i sentimenti, ed era tornato alla battaglia per dare aiuto al figliuolo in quel modo istesso che quegli avevalo dato a lui poco innanzi.
Il conte di Analto intanto seguitava il combattimento coll'altro giovane, il quale era quello della lancia; e facendo ragione che ben difficilmente verrebbe a capo di superarlo, finch gli bastasse fra le mani quell'arma, con un fendente della sua spada gliene tagli l'asta a mezzo cos di netto, che la parte in cui era fermato il ferro, cadendo, rimase infissa nel suolo. Allora il giovane, gittato via il troncone, che non gli era pi buono a nulla, chinossi a terra per prendere una accetta, ch'egli vi aveva posata dietro di s pel caso che la lancia gli si fiaccasse. Ma Guglielmo di Analto, colto destramente quel mentre, lev a due mani la spada, e cal con quante erano le forze sue un cos aspro colpo al nemico dietro la testa laddove l'elmo era men saldo, che glielo aperse in due come fosse stato di cuoio, e la lama penetr nel cervello s avanti, che il giovane, senza poter pur gettare a Dio un grido di merc, ne fu morto.
Il vidamo allora, vistosi per quel modo privato di due figliuoli, prese il terzo pel braccio, e tirandolo indietro, procacci di ripararsi nella citt; ma gli assalitori lo incalzavano cos da presso, che alla mescolata vi entrarono con lui.
E anche il sire di Beaumont aveva operate maraviglie, come quello a cui la vista del suo particolare nemico (il sire di Vervins) aveva il coraggio, ben gi grande in lui, accresciuto del doppio; e un'ora dopo il cominciar della zuffa le palizzate che dalla parte sua facevan sole riparo alla citt, erano gi per sua opera smosse o atterrate. Il sire di Vervins, ben sentendo che tutta quella ruina, posto che fosse preso, sarebbe caduta sopra di lui, e che non sarebbe ricevuto n a merc, n a riscatto, si fece condurre un cavallo, il migliore de' suoi corsieri, e innanzi che i nemici avessero presse le loro cavalcature, le quali erano state lasciate a un dieci minuti di strada, si diede a fuggir via per la porta opposta, la quale metteva a Vervins. Tanta celerit per era stata posta nel condurre a messer Giovanni di Beaumont e a quei del suo seguito i loro cavalli, che il sire di Vervins non era appena fuori della citt, che gi il suo nemico vi entrava a gran corsa con grossa compagnia e a bandiera spiegata, e la traversava passando per mezzo ai fuggiaschi, senza curare di loro, non gli stando in sul cuore altro che un solo. Arrivato all'altra porta, l'inseguito gli spariva entro una densa nube di polvere per una svolta della strada. Per pensando che il nipote suo fosse anche senza di lui sufficiente di forze, non ristette di perseguitare il signor di Vervins, chiamandolo vigliacco e codardo, e gridandogli di doversi fermare. Ma quegli, serrato anzi pi duramente gli sproni ne' fianchi al cavallo, senza dargli lena, il cacci fino alle porte della sua citt, le quali trov per buona ventura aperte, e fecesi chiudere, appena dentro, dietro le spalle. Perch visto messer Giovanni di Analto non esserci pi nulla da fare, se ne torn indietro, con inestimabile corruccio che il suo nemico gli fosse sguizzato dalle mani, e vendicossi nei soldati di esso, i quali fuggivano per la strada medesima, senza ch'egli si fosse di loro accorto quando erasi messo a dare la caccia al loro capo.
Il conte Guglielmo in quel mezzo era entrato nella citt di Aubenton, e avendo ridotto gli assediati nella gran piazza, gli aveva attaccati di nuovo, e non cercando alcuno di loro di scamparsi colla fuga, tutti li aveva o morti o presi. Fatto poscia condurre l cavalli e carrette in gran numero, ordin di caricare sopra di quelli il meglio che ivi si trovasse, e di appiccare il fuoco ai quattro canti della citt, perch rimanesse consumato tutto quello che non poteva portarne seco, e dare cos ai nemici lo scambio del danno ricevuto; ritirossi, poich vide ogni cosa in cenere, verso la riviera, e il d appresso cavalc in una con suo zio, lieto sopra modo della piena vendetta avuta, verso il borgo di Maubre-Fontaines.
Avute Filippo di Valois novelle di quel fatto, di ordine al duca di Normandia suo figliuolo di dover, senza indugi di mezzo, correre sopra l'Analto con quello sforzo che potesse maggiore di cavalleria, di mandare a sangue e a fuoco ogni cosa per le terre del cugin suo, e nel tempo istesso mand di nuovo a Ugo Quieret, a Behuche e a Barbavara che dovessero, pena la testa, tenere di tale maniera guardate le coste di Fiandra, che il re Edoardo non potesse pi prendervi terra.
Le citt di Doaggio, di Lilla e di Tournay, viste le cose ridotte in que' termini, misero in piedi una cavalleria di mille armadure di ferro e di trecento balestrieri per fare una correria nel paese fiammingo. Quelle genti uscite per tale effetto una sera da Tournay, alla levata del sole furono presso Courtray; ma trovata quella terra troppo forte e bene guardata, per essere con un assalto improvviso pigliata, ne saccheggiarono e guastarono i sobborghi, e di corto si ritirarono col bottino ammassato di l dalla Lys.
Or quella mossa offendendo per diretto le buone genti di Fiandra, ne fu fatto grande lamento dalla citt di Gante a Giacomo di Artevelle, il quale, commosso di ci maravigliosamente, giur che per quella perfidia prenderebbe vendetta sovra il paese del Tournes, e mand un suo bando a tutte le buone citt di Fiandra, e scrisse ai conti di Salisbury e di Suffolk, i quali erano quivi restati, siccome gi femmo ricordo, pel re Edoardo, perch al giorno da lui assegnato dovessero aver mandato loro genti fra le citt di Audenarde e di Tournay a un certo valico, il quale chiamavan il Ponte di Ferro.
I due conti d'Inghilterra, fattogli rispondere che vi sarebbero, si misero, in osservanza della data parola, alla via, sotto la guida di messer Wafflart di La Croix, il quale aveva pratica del paese, come quello che vi aveva lungo tempo guerreggiato. Ma quei di Lilla, avendo avuta informazione quella cavalcata essere solo di cinquanta lance e di quaranta balestrieri, uscendo fuori in numero di quasi mille e cinquecento si postarono in agguato a' passi, divisi in tre compagnie, acciocch i conti di Suffolk e di Salisbury non potessero per alcun modo fuggir loro di mano.
Quel loro disegno per altro sarebbe tornato senza effetto, avendo messer Wafflart fatto prendere agli Inglesi una strada traversa, se per avventura una trincea aperta di fresco, la quale vi passava per mezzo, non gli avesse impediti di proseguire fino al luogo convenuto il loro cammino. Messer Wafflart allora di per consiglio ai cavalieri di dovere tornarsene addietro, mettendo gi il pensiero del convegno, poich qualsivoglia altra via da quella ch'egli aveva fatta loro pigliare, afferm che sarebbe pericolosa. Ma i cavalieri non tennero l'avviso di lui, anzi mettendo in riso le sue paure, gli comandarono di doversi per un'altra strada condurre innanzi, avendo essi impegnata la loro fede a Giacomo d'Artevelle, e non volendo per cosa del mondo mancare ad essa. Non potendo omai pi messer Wafflart disdire la volont loro, ma pur desiderando stornarli da quel proposito, innanzi di voltarsi da un'altra parte, cos ad essi parl:
Bei signori, egli  il vero che voi mi avete pigliato per guida a questo viaggio, e che io dalla mia parte sonomi obbligato di condurvi; e cos io guiderovvi e condurrovvi per quella strada che vi converr, perocch non ho che a lodarmi della compagnia vostra; ma io vi dichiaro che se quei di Lilla per avventura ci avessero posto qualche agguato, come ogni difesa sarebbe inutile, cos procaccerei per mezzo della fuga salvezza alla mia persona, e ci il pi presto che mi potessi.
A quelle parole i cavalieri proruppero in una grande risata, e gli risposero che purch egli andasse avanti di loro e li guidasse pel cammino che doveva metterli al Ponte di Ferro, essi lo tenevano per iscusato anticipatamente di tutto quello che in caso di qualche sinistro egli credesse di dover fare. Cos adunque essi continuarono, motteggiando, il loro cammino, ben lontani dal pensare che il presagio della loro guida dovesse avverarsi. Ma non si erano guari innoltrati per una gola vestita tutta di grossi cespugli e di folti alberi, che d'improvviso videro levarsi e luccicare gli elmi di una banda di balestrieri, i quali si diedero a gridare:
Morte, morte agli Inglesi!
Facendo alle parole seguitare gli atti, lanciarono contro i cavalieri un nembo di verrettoni e di frecce.
A quel primo grido e trarre di armi messer Wafflart, vedendo intervenire quello che egli aveva predetto, voltato indietro il cavallo, si cav fuori di quella distretta, e confortati i cavalieri a dover fare altrettanto, a briglie sciolte, come aveva detto, se la scamp. Ma quelli, non badato alle sue parole, si erano anzi tolti gi dai loro cavalli per fare pi duro contrasto. E questo messer Wafflart aveva potuto vedere guardando indietro nell'atto che fuggiva; ma come nessuno di quelli che gli accompagnavano, era pi tornato indietro, egli non aveva potuto dire allo scudiero del conte di Salisbury che aveva mandato in Inghilterra per portare alla contessa queste triste novelle, e che ora le aveva ripetute, quello che fosse poscia avvenuto di lui.
Edoardo e Giovanni di Neufville ascoltarono avidamente questo racconto, perocch dopo l'entrare che avevano fatto in Iscozia, ignoravano affatto quello che era pi accaduto oltre mare; e il re, dato un largo premio al messaggiero, per la diligenza che avea posto nel fare l'ufficio commessogli, lo accommiat prestamente, aspettando con impazienza il ritorno di Guglielmo di Montaigu.
La notte nullameno essendo gi venuta in sulle dodici ore senza che quegli pi si facesse vedere, Giovanni di Neufville ed Edoardo si ritirarono nelle stanze apparecchiate per loro. Ma Edoardo, non gli consentendo l'animo agitato di entrare nel letto, deposto il solo giaco, si diede a passeggiare su e gi per la camera. Quell'agitazione gli veniva dal pensare che Alice, o fosse il conte morto o prigioniero, restava senza schermo alla sua bala, e colle mani sotto le ascelle, col cuore ardente di desider, e la faccia cupa, ad ora ad ora soffermavasi davanti alla finestra, guardando verso l'ala estrema che sporgeva innanzi ad angolo, donde per mezzo de' vetri colorati di una finestretta in sesto acuto, la lampada dell'oratorio spandeva fuori un po' del suo lume. L era Alice, la quale sapendo forse che egli fosse, aveva ricusato di riceverlo, e forse nella carit e candore della sua anima pregava al Signore onnipotente per suo marito, qual ch'egli si fosse, prigioniero o morto. L'immaginativa ritraeva a' suoi occhi, fermati pur tuttavia in quel lume, il bel viso di lei che aveva contemplato sempre atteggiato a caro sorriso, ora contratto dal dolore e bagnato di pianto, gli faceva il desiderio di lei vieppi cocente. Perocch l'amore, meschiandovisi la gelosia, gli si raddoppiava nel cuore, e avrebbe provato una dolcezza tutta nuova e ineffabile, a poter colle sue labbra suggere quella lagrima che pur ella spandeva per un altro.
In questa idea egli fece la risoluzione di voler vedere almeno per un istante la contessa e favellarle per bearsi, dopo que' tanti travagli della guerra, ancora una volta all'armonia cara delle sue parole. N avendo pi altro presente all'animo che la donna per la quale gi da tre anni si struggeva secretamente d'amore, senza volerlo, senza pure pensarvi, per una forza irresistibile, aperse l'uscio e si mise per un corridoio oscuro, che dando, dopo un certo tratto, di volta, gli scoperse nel fondo come di un lungo chiostro un raggio il quale, passando per la porta socchiusa dell'oratorio, rischiarava colla sua striscia spezzata l'angolo del muro e i marmi del pavimento. Facendosi egli allora avanti sulle punte dei piedi e rattenendo il respiro, vide, poich fu presso alla soglia, la contessa inginocchiata sul nudo spazzo presso l'altare, colle braccia spenzolate e la testa appoggiata sopra l'inginocchiatoio, e un uomo dritto presso di una colonna, e cos immobile, che avrebbe potuto essere creduto una statua. Se non che questi, accortosi di Edoardo, lev la mano accennando di fare silenzio, e and verso lui, non facendo co' piedi niente pi strepito che se fosse stato un fantasma.
Il re, conosciutolo per Guglielmo di Montaigu.
Io veniva, disse, messere, per una risposta, poich non ce la recavate, n sapevamo da quale cagione foste impedito.
Guardate, monsignore, disse Guglielmo, quell'angeletta tra il pregare e il piangere che faceva si  addormentata.
E voi, soggiunse Edoardo, aspettavate che ella si risvegliasse?
Io vegliava sopra il suo dormire, monsignore, risposegli Guglielmo, seconde il debito che me ne ha fatto il conte, e che oggi mi  tanto pi sacro, che io non so bene se a quest'ora egli non guardi dal cielo in che maniera io lo compia.
E passerete voi qui la notte? chiese Edoardo.
Io vi star almeno finch'ella riapra gli occhi; e allora che dovr, monsignore, dirle da parte vostra?
Ditele, rispose Edoardo, che la preghiera da lei indirizzata al cielo  stata intesa sulla terra, e che il re Edoardo le giura sull'onor suo, che se il conte di Salisbury  vivo, avr per lui il riscatto, e che se fu morto, sar vendicato.
Detto questo, il re a passi lenti si ritrasse alla sua stanza pi caldo che mai nell'amore di lei, e coricossi cos vestito com'era nel letto. Al farsi del giorno svegli messer Giovanni Neufville, e con esso, senza aver pur veduta la contessa, andossene dal castello.
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Capitolo 14.
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Di l Edoardo tornossone a Londra, dove ritrovando i suoi comandi eseguiti e il navilio in punto, dovette fare pensiero di ripassar nella Fiandra; perocch lasciando stare il disegno ch'egli aveva fermato di condurre a perfezione, e che aveva dovuto intramettere, non poteva abbandonare senza soccorsi il cognato suo, il quale era per lui entrato in una briga che soverchiava di troppo le sue forze. Oltre di ci gli conveniva condurre tutta una corte di dame e di ciamberlani alla regina, la quale dimorava tuttavia nella buona citt di Gante sotto la guardia di Giacomo di Artevelle, e di giunta un grande rinforzo di arcieri e di genti d'arme per poter continuare la guerra nel caso pure che i signori dell'impero lo abbandonassero. E a dover ci temere gli davan cagione alcune lettere scrittegli da Luigi quinto di Baviera, il quale si offeriva di intermettersi per una tregua fra lui e il re di Francia.
Imbarcossi egli dunque il d 22 giugno con una delle pi belle armate che si fossero giammai vedute, e calatosi pel Tamigi, entr in mare tanto maestosamente, che sarebbesi detto andare alla conquista del mondo. Il giorno appresso in sul far della sera vide egli presso le coste di Fiandra fra Blankenberg e la Chiusa una s grande quantit come di alberi, che avrebbe potuto stimarsi una foresta che fosse nel mare. Per la quale cosa chiamato il pilota, il quale al pari di lui riguardava quello spettacolo inaspettato, gli chiese che cosa ci esser potesse. A che avendo quegli risposto che egli pensava dover essere l'armata dei Normanni e dei Francesi, i quali tenevano il mare pel re Filippo, e che, stavano in aspetto del suo ritorno in Fiandra per impedire che v'afferrasse:
E' sono dunque, soggiunse Edoardo, gli uomini stessi che mi hanno preso le mie due gran navi, l'Edoardo e il Cristoforo, e che mi hanno rubata ed arsa la mia buona citt di Southampton?
Sono veramente dessi, rispose il pilota.
In questo caso, disse Edoardo, non andiamo pi avanti, perocch ho lungamente desiderato di aggiungerli e di combatterli; ora che li abbiamo aggiunti, li combatteremo dunque, e se  in piacer di Dio e di S. Giorgio, noi faremo loro pagare in un giorno tutte le ruberie che ci hanno fatte da tre anni in qua. Or su, si gettino qui le ancore, e si vegli tutta la notte perch non ci scappino.
Il pilota fece tosto eseguire quel comando, e il re diedesi a ordinare ogni cosa per la battaglia, acciocch l'armata alla seguente mattina, levando le ancore, non avesse altro pi che da farsi innanzi e combattere. Col favor della notte dunque, la quale copriva i suoi movimenti a' nemici, fece collocare i pi forti legni nella prima fila, con sopravi cavalieri e genti d'arme, e que' legni divise l'uno dall'altro con galee fornite di arcieri. Uomini con arme da lanciare dispose altres nelle due ale, i quali potessero recarsi dovunque richiedesse il bisogno; ordin che sopra di una nave, la quale da tutte le altre si vantaggiava per la velocit del suo corso, fossero poste tutte le contesse, baronesse, cavalieresse e borghesi di Londra, le quali ne andavano alla regina in Gante, e diede ad esse per guardia trecento uomini in arme e cinquecento arcieri. Indi passato da un legno all'altro per confortar ciascuno a dover ben guardare l'onore della corona nella giornata che si preparava, e avutone promessa da tutti, si ritrasse alla sua galea per ristorarsi d'alcun riposo, ond'essere fresco e bene in forze per combattere la seguente mattina in persona.
In sul primo farsi del giorno il re fu desto, e salito in sul ponte, ogni cosa vide nell'ordine istesso del d precedente. I Francesi e i Normanni non solamente non si erano dato alcun pensiero di fuggire, ma avevano anzi fatto ogni diligenza di apparecchi per la battaglia. Edoardo per si fu nel primo tratto avveduto che erano male ordinati; perocche i loro legni, salvo pochi, i quali parevano essersi separati dal corpo dell'armata, si appuntavano alla spiaggia, il che doveva loro impedire il potersi muovere e maneggiare. Essi erano in numero di centoquaranta da fila, non contando le barche, e portavano quarantamila uomini tra Genovesi, Piccardi e Normanni. Edoardo per col suo maresciallo notarono che ove avessero nell'andar contro al naviglio inimico, seguitata la dritta linea, cio da sera a mattino, avrebbero avuto il sole in faccia, da cui sarebbe stato tolto agli arcieri il poter mirare, e all'esercito inglese il vantaggio che aveva sopra tutte le milizie che fossero allora per le armi da getto. Per la qual cosa fu dato ordine alle ciurme di dover per forza di remi muovere contro vento, tanto che l'armata inglese avesse trapassata la francese di un mezzo miglio, e poscia voltate le prode col vento a seconda e il sole alle spalle, correre sopra di quella. L'ordine fu ben tosto eseguito, ma i navili inglesi non potendo usare le vele, procedevano assai lentamente; il che vedendo i Normanni, Genovesi e Piccardi, gittarono alte grida e voci di scherno, perocch avevano dalla bandiera conosciuto che il naviglio inglese portava la persona propria del re, e si credevano che prendesse il largo per darsi alla fuga.
Non and guari per altro che furono tratti d'inganno. Gl'Inglesi, dato lentamente di volta ai loro legni, spiegarono tutte le vele al vento che si faceva loro buono, e a golfo lanciato si misero a correr verso il seno dove si erano posti i Francesi, mantenendo quella ordinanza di battaglia che il re e il maresciallo avevano loro dato il d precedente. Vedendo allora gli ammiragli francesi essersi ingannati quando avevan creduto che l'oste nemica fuggisse da loro, fecero anch'essi gli ultimi preparamenti per venirne alle mani; e spinta innanzi di fronte la gran nave presa da loro un po' prima agli Inglesi (la quale appellavano il Cristoforo) carica di balestrieri genovesi che la dovevan difendere a scaramucciare, fecer dar dentro alle trombe e alle chiarine per quanto si stendeva la fila delle loro navi onde annunciare che essi erano presti, e con grande allegrezza e desiderio, ad accettare il combattimento.
E al combattimento si diede bentosto principio collo slanciarsi di saette e di frecce tra il Cristoforo e gli arcieri inglesi. Ma Edoardo, essendosi accorto che i suoi nemici avevano posto presso che tutti i loro tiratori su quella gran nave, risolvette che quella si convenisse di aver nelle mani prima delle altre. Di che fatto armare la sua galea di lunghi arpioni, accomandati a catene, mosse difilato in persona contro di essa, ordinando che nel mentre istesso il resto della sua armata appiccasse la zuffa su tutta la fronte sua da legno a legno e a corpo a corpo. Egli aveva intorno di s il fiore de' suoi cavalieri, il conte di Derby, il conte di Herfort, il conte di Huntington, il conte di Glocester, messer Roberto di Artois, messer Rainoldo di Cobham, messer Ricciardo Strafford e messer Gualtiero di Mauny, coperti tutti delle loro armadure di ferro, contro le quali le frecce e i verrettoni degli arcieri e balestrieri genovesi venivano a spuntarsi. Cos la reale galea procedendo maestosamente senza n disviarsi d'un punto, n addietrare, lanci, quando fu a segno, i raffi e gli arpioni, e aggrappata la nave nemica, e trattala con forte scroscio a s, vi gitt sopra un ponte, pel quale poterono sopra quella avventarsi i cavalieri.
Allora si cominci quivi una terribil tenzone; perocch non ci aveva mezzo di fuga, e se gli arcieri genovesi erano men bene in armi, si vantaggiavan di quattro tanti nel numero dei loro assalitori. Oltre di ci quand'essi avevan veduto esser pur forza di combattere corpo a corpo, avevan dato di mano a scuri, a mazze e a spiedi (intanto che quelli fra i loro compagni che avevano potuto andarsi a porre sulle gabbie, facevano sopra i nemici cadere una quantit di dardi), e si difendevano con molto animo, mostrandosi degni di appartenere alla possente citt, che in quella stagione aveva, portando il suo commercio per ogni parte, acquistato grande signoria in sui mari. Ma per valentie che operassero soldati e ciurme, e' fu pur forza alla fine di cedere; perocch coloro che li avevano assaliti erano la prima cavalleria del mondo, e avevano cos fermate le due navi l'una coll'altra, che potevan combattere cos come fossero in terra. Per la qual cosa incalzati i Genovesi passo passo dai signori inglesi, i quali serrati fra loro come una muraglia d'acciaio, non potevano essere n abbattuti n disgiunti, furono ridotti dalla prua alla poppa, e quivi impediti dei loro movimenti dall'angustia dello spazio, come dal loro numero, ed esposti senz'altre armadure che dei loro giachi imbottiti e dei loro giustacuori di cuoio ai colpi tremendi di lunghe spade temperate a tagliare il ferro e l'acciaio, dovettero quelli che non furono morti o arrendersi o precipitarsi nel mare. Al secondo partito si appresero molti, perch vestiti alla leggiera com'erano, non avevano impedimento al nuotare, laddove i cavalieri lanciandosi nell'acqua sarebbono stati tratti al fondo dal peso delle loro armadure. Ma anche per questa maniera ben pochi poterono ridursi in sulle altre navi dell'armata loro amica, perocch gli arcieri inglesi dagli altri legni saettandoli nel passar che facevano loro da presso, ne uccisero la maggior parte.
Riconquistata che ebbe Edoardo la sua gran nave, si tramut in essa con un grosso nerbo di arcieri dalla sua galea che era di men forte difesa, e piantatavi sopra la sua bandiera, si spinse difilato contro i Genovesi. La battaglia intanto erasi fatta generale, e si combatteva d'accosto per avere le navi inglesi afferrato le francesi coi rampiconi, e da ambo i lati con virt pari, ma non con pari vantaggio, perocch mentre l'armata francese era tutta composta d'uomini di mare, i quali, usi a combattere da vicino, non avevano che spade corte, pugnali o spiedi, la inglese, portando soldati di terra, era fornita di arcieri che ferivan da lungi, e cavalieri tutti coperti di ferro e con lunghe spade. Barbavara, il quale solo aveva preveduto quello svantaggio, non si era ancorato siccome gli altri, ma seguitava a tenere il largo, e poich vide la mala piega che per i Normanni e i Piccardi avevan prese le cose, anzich muovere in loro aiuto, messe le vele al vento, si allontan. Nel tempo istesso le buone genti di Fiandra, le quali al romore del combattimento erano accorse, e coprivano tutta la spiaggia, entrati in piccole barche e in lance, muovevano in soccorso degli Inglesi loro alleati. Di questa maniera Piccardi e Normanni, assaliti nel mare per ogni parte, non avevano scampo. Pur combattevano con furor disperato, n uscivan da loro parole di arrendersi; tantoch la battaglia incominciata a prima, ancora si manteneva a nona, cio, secondo il favellare odierno, dalle sei del mattino insino a meriggio. Per a quell'ora le cose de' Francesi erano in piena disfatta, e gli Inglesi per la giornata della Chiusa davano principio a quella serie di vittorie navali, che doveva non interrottamente continuarsi fino ad Aboukir e a Trafalgar.
Dei quarantamila uomini del navilio francese, se se ne tolgono i Genovesi, i quali guadagnarono il largo, parte restarono presi, e parte, senza che ne scampasse pur uno, o morti o affogati. Ugo Quieret fu dopo la battaglia villanamente assassinato, e Beuchet, del quale le grandi cronache danno che pi del guerreggiare per mare, s'intendesse di far compiti, fu come ladro di mare appiccato all'albero maestro della sua capitana.
Il re Edoardo, che aveva in quella giornata combattuto in persona come l'ultimo de' suoi cavalieri, ed era da un colpo di balestra rimasto ferito in una coscia, dur tutto il resto del d e la seguente notte in sull'armata, dove per festeggiar la vittoria si fece cos grande gazzarra di trombe, di timballi, di tamburi e d'ogni altra fatta di stromenti, che al dire di Froissart, a quel tanto romore trassero in sulla riva tutti gli abitanti delle citt e ville circonvicine. Alla domane, che era il 26, il re e tutte le sue genti presero porto e terra, e postosi egli in cammino col seguito de' suoi cavalieri, a piedi e colla testa scoperta, ne and in pellegrinaggio a Nostra Signora di Ardembourg, per avere avuta una vittoria sopra i Francesi, non come se gli avesse assaliti una forza umana, ma pi veramente come se il braccio di Dio avesse con una terribil fortuna di vento percossi e sommersi uomini e legni nel fondo del mare, e di l, dopo avere udita la messa e pranzato, mont a cavallo, e innanzi che fosse la sera entr in Gante, dove la reina, che ivi lo stava attendendo, lo ricevette con festa grande.
Il primo suo pensiero all'arrivarvi fu di informarsi quello che fosse avvenuto dei conti di Suffolk e di Salisbury, per isdebitarsi della promessa; gli fu riferito come dopo una disperata difesa, entrambi fossero andati presi, chiusi alla prima in una prigione di Lilla e di l in appresso inviati al re Filippo, il quale, presa una maravigliosa allegrezza di averli in sua podest, aveva giurato che non li darebbe giammai per riscatto d'oro o d'argento, ma solamente in cambio di qualche nobil signore eguale a loro s di grado e s di valentia. Per la qual cosa facendo Edoardo ragione che il tentare alcuna pratica in loro favore fosse per riuscire tanto men fruttuoso, quanto il corruccio dell'aver perduta la battaglia della Chiusa nel re francese doveva esser maggiore, e maggiore la mala disposizione a compiacergli d'alcuna cosa, egli pose tutte le sue sollecitudini a radunare in Willeword un Parlamento, nel quale dovevasi rinnovellare tra Fiandra, Brabante e Analto la lega: quel parlamento fu fissato il 10 del luglio che gi era incominciato.
Al detto giorno il re Edoardo d'Inghilterra, il duca Giovanni di Brabante ed il conte Guglielmo furono in Willeword, accompagnati dal duca di Gheldria, dal marchese di Juliers, da messer Giovanni di Beaumont, dal marchese di Brandeborgo, dal conte di Mons, da messer Roberto di Artois e dal sire di Fauquemont. Quivi trovarono Jacquemart di Artevelle con quattro borghesi di ciascuna delle citt principali di Fiandra, i quali componevano il suo Consiglio, e prendevano d'accordo con lui le deliberazioni di maggior conto, le quali poscia erano da lui sottoscritte e divulgate; fu fermato che le tre contrade, o vogliam dire Fiandra, Analto e Brabante dovrebbero da quel d porgersi tra loro aiuto e conforto in ogni cosa, di forma che se l'una delle tre avesse che fare contro di chicchessia, le due altre avessero debito di andarle in difesa, e se accadesse tra due di esse discordia, la terza avesse a tornarle a pace, appellandone, ove i suoi uffici riescissero senza effetto, al re Inghilterra, il quale stando mallevadore della fede loro dovrebbe pacificarle nelle loro querele. Tutte tai cose furono giurate fra le mani di Edoardo, e a rammemorazione di quel trattato, e per segno dell'amist fra i detti paesi, fu battuta una moneta la quale dovesse del pari aver corso nel Brabante, nell'Analto e nella Fiandra, e che avesse il nome di compagnoni o di alleati. Oltre ci fu statuito che verso la Maddalena il re Edoardo uscirebbe con tutto il suo sforzo dalla Fiandra, e andrebbe a campeggiare Tournay.
Il re Filippo, il quale erasi recato in Arras, dove il duca Giovanni suo figliuolo stava colla sua insegna, e non aveva nell'esercito che vi stanziava altro che il grado di semplice cavaliere, avendo inteso quello che erasi ordinato nel Parlamento di Willeword, invi il conte Rollo d'Eu, contestabile di Francia, i suoi due marescialli messer Roberto Bertrand e Matteo di La Trie, il siniscalco di Poitou, il conte di Ghine, il conte di Foix e suoi fratelli, il conte Aimens di Narbona, il conte Aymar di Poitiers, messer Goffredo di Chargni, messer Girardo di Montfaucon, messer Giovanni di Landas e il signore di Chatillon, cio a dire il fior del reame, nella citt minacciata, pregandoli a voler ben difendere per l'onore loro e suo, affinch non riportasse niun danno, quella grande e bella terra, la quale era una delle porte di Francia. Poi seguitando il disegno gi ordinato, e stimando che il momento opportuno per dare un gran colpo fosse venuto, fece partire per la Scozia, con un gran nerbo di cavalieri ben forniti d'arme e di tesoro, il re Davide Bruce e sua moglie, i quali gi da sette anni dimoravano nella corte di Francia, intanto che quelli che vi seguitavano le loro parti, secondo che nel capitolo precedente abbiamo narrato, a poco a poco andavano loro riconquistando il reame.
In fra que' tanti apparecchi di guerra che per tante e s vaste contrade d'Europa si travagliavano, due sole persone forse, quasi angeli di pace, alla spartita da ogni trambusto, desideravano il fine di quelle discordie. L'uno era il re Roberto detto il Buono, che intitolavasi ancora re di Sicilia, sebbene quell'isola, perduta dall'avolo suo Carlo d'Angi, non fosse da lui posseduta, e che aveva mandato lettere al re Filippo, perch non dovesse combattere contro il re Edoardo, avendo congetturato che lo scontro di que' due principi in battaglia tornerebbe funesto alla Francia; e l'altro era madama Giovanna di Valois, sorella del re Filippo e madre del giovin conte d'Analto, la quale con grande suo dolore vedeva le spade tratte fuori tra il suo figliuolo e il suo fratello, cio tra zio e nipote. Per lettere si erano cos bene fra loro intesi, che il re di Napoli erasi indotto, giudicando che ci fosse richiesto dall'importanza del fatto, a recarsi dal suo reame presso papa Clemente sesto in Avignone per sollecitarlo a voler intrammettersi di quella querela. Egli era uno di que' re amatori delle lettere, come letterati essi stessi, i quali fanno ragione l'intelligenza essere il sole de' regni, n poter essere grande e splendido un regno, dove non ispanda i suoi celesti raggi la poesia. Cos il Petrarca, allorch si fu per volergli conferire la laurea di poeta per consenso di tutta l'Italia, erasi eletto per esaminatore il re di Napoli, il quale al merito di quella sua erudizione, non scevra di un cotal poco di pedanteria, e al suo amore per gli uomini di lettere, ben meglio che alla prosperit del suo regno e alla gloria delle sue armi, teneva debito della riputazione che aveva del pi gran re che fosse nella cristianit. Il medesimo poi intervenne, e per la ragione istessa, a Francesco primo e a Luigi 14, i quali dallo scudo dei poeti sono tuttavia difesi contro i colpi della storia.
Il papa e i cardinali avevano mostrata buona disposizione a interporre i loro uffici per far cessare quella guerra, la quale non poteva riuscir altro che funesta ai due regni. Ond'egli erasene poi tornato al suo bel regno e alle cure beate dei suoi amati studi.
Ma in quel mezzo Edoardo, che non sapeva di quelle pratiche, era uscito dalla citt di Gante, appunto in sul maturar delle biade, con un'oste, nella quale si noveravano due prelati, sette conti, ventotto bandereti, duecento cavalieri, quattromila uomini d'arme e novemila arcieri, oltre l'infanteria, che non era meno di un quindici o diciotto mila soldati. Appena egli fu davanti alla porta detta di San Martino, il cugin suo Giovanni di Brabante vi arriv con ventimila tra cavalieri, scudieri e genti comunali, e pose il suo campo al Ponte a Raine, presso la badia di San Nicol. Il conte Guglielmo di Analto, giuntovi dopo di lui colla pi fiorita cavalleria del suo paese, e con un gran numero d'Olandesi e Zelandesi, si stanzi tra il re d'Inghilterra e il duca di Brabante. Jacquemart d'Artevelle, con pi di sessantamila fiamminghi, piantarono le loro tende verso la porta di Santa Fontana, sulle due rive della Schelda, e gittarono sopra del fiume un ponte per potere le due parti dell'esercito comunicare liberamente fra loro; e finalmente i signori dell'impero, il duca di Gheldria, il marchese di Juliers, il marchese di Brandeborgo, il margravio di Misnia e di Oriente, il conte di Mons, il sire di Fauquemont, messer Arnoldo di Blankenheim e tutti gli Alemanni, distendendosi verso l'Analto, compivano di chiudere la citt con una quasi diremmo muraglia di ferro, la quale si distendeva per quasi due leghe.
L'assedio dur undici settimane, e ci ebbe aspri assalti, nei quali i pi virtuosi da ambe le parti operarono, ma senza effetto di gran valentie. Solamente di quando in quando alcune compagnie si levavano, non sostenendo di restare inoperose davanti a quelle forti muraglie, e trascorrevano a bruciare, rubare o sforzare qualche citt o castello, o abbadia d'intorno.
Intanto per il papa aveva per un cardinale mandate da Avignone al re di Francia sue lettere, in cui lo esortava con istanze pressanti alla pace, intanto che madama Giovanna di Valois, la quale, secondo che ricordammo, era sorella di Filippo e suocera di Edoardo, passava da un campo all'altro, abbracciando le ginocchia dei due principi, e scongiurandoli di venirne tra loro a una tregua, e sollecitando a questo effetto, poich il figlio suo per essere troppo corrucciato non voleva intender ragione, messer Giovanni di Beaumont e il marchese di Juliers. E presso del secondo pot pur tanto, che egli ne scrisse all'imperatore, il quale per la seconda volta mand un messaggiero a Edoardo, offerendosi, come gi alla prima, mediatore tra lui e il re di Francia, tanto pi che quella guerra, a giudicarla dal modo onde era stata intrapresa, non avrebbe recata a nessuna conchiusione finale, se non fosse la ruina di tutte le terre, dove gi da due anni si travagliava.
Ma una pace, specialmente dalla parte di Edoardo, il quale per voto se l'era interdetta, era al tutto impossibile. S che non ragionossi d'altro che di una tregua, alla quale madama Giovanna di Valois, visto che non si potrebbe ottener niente pi, si adoper con tanto calore, che indusse i due re a convenire di un giorno, in cui ciascuno dei due potentati manderebbe quattro legati a negoziare con pieni poteri e colla sicurezza che le cose da loro fermate sarebbero dai due sovrani approvate. Il giorno ordinato i plenipotenziari, dopo di avere intesa la messa, si trasferirono a una cappella chiamata Esplechin, la quale era posta nel mezzo dei campi, ed erasi deputata sul luogo di quella conferenza, e Giovanna di Valois vi and contro. Dalla parte del re Filippo vi intervennero monsignore Giovanni re di Boemia, Carlo di Alenon, fratello del re, il vescovo di Liegi, il conte di Fiandra e il conte di Armagnac. Da quella del re Edoardo, monsignore il duca di Brabante, il vescovo di Lincoln, il duca di Gheldria, il marchese di Juliers e messer Giovanni di Beaumont. Le conferenze durarono tre giorni. Nel primo non poterono accordarsi in nissuna cosa, e gli inviati si sarebbero senza altro separati, se madama Giovanna non avesse tanto pregato, che ei promettessero di essere insieme il d seguente. E il d seguente essendosi le pratiche ripigliate, rimasero d'accordo circa alcuni articoli; ma ci fu cos tardo, che non poteronsi neppur mettere in iscrittura le cose accordate. Accontatisi finalmente il terzo giorno per convenire del resto e dar perfezione al trattato, le tregue furono, con maravigliosa contentezza di madama Giovanna, convenute e sottoscritte per un anno.
La notizia di questa conchiusione essendosi divulgata ne' due campi, fu grande letizia nei Brabantini e nelle genti dell'Analto, perocch gi da due anni sostenevano il pondo di quella guerra. N fu minore in quelli della citt di Tournay, perocch la fame incominciava a farsi da loro sentire per siffatta maniera, che erano stati costretti di metter fuori dalle loro mura tutta la poveraglia e le bocche inutili. La notte dunque si pass con fuochi di allegrezza e con gran feste nel campo e su per le mura, e con grida alte di gioia degli assediati e degli assedianti. Questi poi col venire del giorno, spiantate e piegate le tende, le caricarono coperte di tela sopra carretti, e cantando se ne partirono.
Edoardo tornato a Gante per prendervi madama Filippa, ripass il mare con essa, e il 30 novembre dell'anno stesso rientrava, prendendo terra, in Londra.
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Capitolo 15.
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Per quanta industria avesse posta madama Giovanna di Valois onde venirne alla conchiusione del trattato di Tournay, appariva chiaro ad ognuno quella tregua dover essere fra Inglesi e Francesi qualche cosa di simile a que' momenti di pausa che prendono due lottatori per assaltarsi di nuovo con maggior impeto, piuttosto che veri preliminari di pace. E oltre di questo all'arrivo di Edoardo in Londra due altre cagioni, l'una esistente gi prima, l'altra prossima a nascere, erano per tramutare la quistione trattata colle armi alle mani e senza effetto nella Fiandra, in due altri punti della terra, dove, bench apparisse sotto altre sembianze, era non di manco, per chi bene vi riguardava, agevole a riconoscerla per la medesima.
La prima di dette cagioni era il ritorno in Iscozia del re Davide Bruce, il quale, dopo una prospera navigazione in un legno comandato da Malcolm Fleming di Cummirnald, erasi calato a terra con madama Giovanna d'Inghilterra sua moglie a Inverberwich, nella contea di Kincardine, e vi era stato ricevuto a gran festa dai signori di Scozia, i quali l'avevano tostamente condotto a San Johnston. E la fama del suo ritorno essendosi prestamente divulgata per ogni parte, le genti, desiderose di rivedere il loro re, stato lontano per ben sette anni, traevano a folla ai luoghi per cui passava, gli facevano impedimento all'andare per le strade quando usciva, e lo seguitavano al ritorno fin dentro alle sue camere.
Tali dimostrazioni di affetto alla prima furono gradite al re; ma in processo di tempo quella specie di assedio che gli era posta incessantemente dove che si trovasse o movesse, gli cagion alla fine tanta gravezza, che un giorno, mentre egli si stava nella sua sala da banchetto, essendovi entrata la moltitudine, e calcandosi intorno di lui colla sua importunit consueta, non gli bastando pi la pazienza, di di mano a una mazza d'arme che portava una delle sue guardie, e ne percosse un dabben montanaro (higlander), il quale gli toccava l'abito per vedere di che drappo era fatto. Quel fatto ebbe un mirabile effetto. Da quel giorno Davide Bruce, avendo meno di noia da' curiosi, ed essendogli lasciato un po' pi di riposo, pot finalmente dare i suoi pensieri agli affari del regno. E la sua prima cura fu di spedir messaggieri a tutti i suoi amici, affinch dovessero recargli aiuto nella guerra contro il re d'Inghilterra, e pregandoli che volessero lui presente far quelle prove istesse di virt e di divozione che avevan mostrato nella sua lontananza. Alla quale chiamata fecero primi risposta il conte di Orkenai suo cognato, e i piccoli principi delle Ebridi e delle Orcadi, e in appresso cavalieri di Svezia e di Norvegia, tanto che alla fine ebbe messa insieme un'oste di oltre a sessanta mila pedoni e di tre mila armadure di ferro.
La seconda delle cause ricordate sopra, del tutto fortuita e nata imprevedutamente nel cuor della Francia istessa, era che Giovanni terzo,  duca di Bretagna, detto il Buono, tornandosene dall'assedio di Tournay, dove erasi recato per obbedire al bando del re Filippo, colla pi bella e valorosa assemblea d'uomini che mai avesse avuto altro principe, postosi a letto per una infermit che avevalo colto nel campo, ne aveva dovuto morire. Per maggiore sventura quel duca non aveva lasciato alcun figliuolo, e il ducato ne rimaneva senza successori diretti. In quella vece da un suo fratello nato con lui da medesimi genitori, e mancato alla vita nel 1335, rimaneva una figliuola unica, nominata Giovanna, sposatasi al conte Carlo di Blois, e gli sopravvivea altres un altro fratello per nome Giovanni, conte di Monforte, che aveva con lui avuto comune per padre Arturo secondo, ma per un secondo matrimonio che questi avea contratto con Jolanda di Dreux. Ora il duca, nel mentre che ancor viveva, vedendosi senza posterit, e senza pi speranza di averne, e giudicando che il ducato si appartenesse per un migliore diritto alla figliuola del suo fratello germano, che a un suo fratello consanguineo, lo aveva promesso in eredit a lei; e lei avea poi data in isposa a Carlo di Blois, nipote di Filippo di Valois, confidandosi che quell'augusto parentado dovrebbe tenere in freno Giovanni di Monforte, sospettato da lui a ragione di agognare alla sua successione. E infatti non era egli appena morto, che saputo il fratel suo come fosse escluso per testamento dal ducato, trasferissi prestamente a Nantes, citt principale di tutta la Bretagna, dove, sparso molto tesoro fra i borghesi e quelli delle terre circonvicine, fu gridato duca e signore, e ricevette da quelli fio ed omaggio.
La quale cerimonia come fu compita, il conte, lasciata in Nantes, sua moglie, che aveva in petto un cuor di lione pi presto che d'uomo, corse a Limoges, dove sapeva essere riposto un gran tesoro, che il duca era di lunga mano venuto accumulando. E ivi pure, siccome in Nantes ebbe festosa e nobile accoglienza, i borghesi, il clero e il comune della citt gli prestarono a grandi onori successivamente omaggio, e il tesoro gli fu di concordia consegnato. Di che soggiornato egli in Limoges, quanto gli parve di suo convenevole si ricondusse in Nantes, dove si diede, mediante il tesoro avuto, a levar genti a piedi e a cavallo. Allorch lo stuolo fu numeroso quanto gli pareva che bisognasse, usc fuori alla campagna per recare a sua signoria tutto il paese, e cos ebbe successivamente Brest, Rennes, Auray, Vannes, Hennebon e Carhaix. Dopo di che, imbarcatosi a Coredon, pass il mare, e preso porto a Chertsey, prese la volta prestamente per Windsor, ove aveva inteso essere il re Edoardo, e raccontatogli l'operato, e come stesse in timore che Filippo non volesse togliergli il ducato, conchiuse proponendosi pronto a fargli omaggio, ove promettesse di mantenerlo nel preso possesso.
L'offerta del conte di Monforte si accomodava troppo bene ai disegni del re Edoardo perch non fosse di buon grado accettata. Infatti per la Bretagna gli Inglesi, allo spirar delle tregue, avevano una strada aperta da entrar nella Francia, tanto pi opportuna che la gioia manifestata dai Brabantini e dai signori dell'impero, allorch le ostilit si erano interrotte, lasciava dubbio se spirato che fosse l'anno avrebbero da quella parte il passo e le comodit come per innanzi. Edoardo dunque consent la domanda cos com'eragli fatta al conte di Monforte, il quale, presenti i baroni inglesi e quelli che aveva condotti seco, fecegli tra le mani omaggio del ducato, ed ebbe in ricambio promessa da lui che lo guarderebbe e difenderebbe come vassallo contro qualunque uomo si fosse, e altres contro il re di Francia, poniamo che tentasse di assaltarlo.
Carlo di Blois intanto, il quale aveva medesimamente, come abbiam ricordato, ragioni per parte di sua moglie sopra il ducato, era andato a Parigi per lamentarsi al re Filippo suo zio della spogliazione che aveva patito dal conte di Monforte. Il re Filippo, riputando quell'affare di gran momento, aveva assembrati i suoi dodici pari per consultar con loro e sapere ci che se gli convenisse di fare. E fu loro avviso che egli dovesse citare il conte di Monforte a comparire avanti di loro, perch intendessero quello ch'egli aveva da rispondere circa l'accusa che gli era apposta. A questo effetto gli furono da lui inviati messaggieri, mandando che a un tal giorno dovesse presentarsi. I quali avendolo trovato gi rivenuto in Nantes da Londra, e facente gran festa, saviamente e rispettosamente gli esposero il messaggio perch eran venuti. Il conte, poich ebbe ci inteso, rispose essere sua volont di fare l'obbedienza del re, e che ben di grado anderebbe al suo comandamento. Poi fatto loro un assai lauto trattamento, gli accommiat, come furono per partire, con tai presenti, che di pi ricchi giammai non si erano avuti da inviati a un re.
E poich il tempo fu pel conte di Monforte venuto di dover obbedire ai comandi del re Filippo, egli si ordin e apparecchi magnificamente e riccamente, e partissi da Nantes con un accompagnamento di cavalieri e scudieri in numero non minore di quattrocento. Entrato che fu in Parigi, recassi dirittamente, sempre guardato e accompagnato dalle sue genti d'arme, nel palagio a lui assegnato, e vi dimor tutto il restante del d e la notte seguente. Poi il giorno appresso, salito sul suo cavallo, e tuttavia collo stesso corteo, si mosse alla volta del palazzo, dove il re Filippo e il conte Carlo di Blois, coi primi signori e baroni del reame lo attendevano.
Giuntovi, il conte di Monforte scese dal cavallo, e salito a lenti passi i gradi della scalea, entr nella camera dove la corte era adunata, e salutato signori e baroni, venne con maggiore umilt a inchinarsi davanti al re. Indi levata la faccia:
Sire, gli disse con tranquilla voce, e quale si conveniva a un uomo risoluto di quello che in qualunque evento si avesse da fare, voi mi avete ordinato che dovessi venire al vostro comando e al piacer vostro, ed eccomi.
Conte di Monforte, risposegli il re, vi so buon grado dell'essere voi venuto, e terrovvene conto; ma forte mi maraviglio del come e perch voi abbiate osato farvi signore del ducato di Bretagna, al quale non avete ragione alcuna, diredando cos chi era pi vicino di parentela che voi, e come e perch siate poscia ito a farne omaggio, secondo che almeno mi hanno affermato, al re Edoardo mio avversario.
Caro sire, ripigli a dire il conte, di nuovo inchinandosi, voi non vi apponete, per quel che pare, circa il fatto delle mie ragioni. Io non so niun uomo al mondo pi presso, n pi vicino al fratel mio, morto test senza erede, di me che sono qui. Nondimeno se voi contro la mia speranza giudicaste un altro meglio atto alla successione, son troppo vostro fedele e leale per non volermi accordare al vostro giudizio, e non volermivi sottomettere senza onta e senza indugi. Quanto al mio omaggio al re Edoardo, voi siete stato male informato, sire; e ci  tutto che posso rispondervi.
Bene sta, soggiunse il re: voi mi avete detto abbastanza, perch debba rimanere soddisfatto. Vi fo dunque comando per la dipendenza che voi tenete e dovete da me tenere, che non vi abbiate a partire dalla citt di Parigi per quindici d avvenire, nel qual tempo i baroni e i dodici pari conosceranno della prossimit vostra, e sentenzieranno quale da voi al conte Carlo di Blois tenga ragioni migliori a questo retaggio. Che se voi farete altramente, sappiate che ne prender forte sdegno e corruccio. Infrattanto prego Dio che vi abbia nella sua santa guardia.
E il conte:
Sire, sar alla volont vostra.
Detto questo, egli partissi e ritorn per pranzare al suo palagio. Se non che, invece di sedere a mensa, ritiratosi coll'animo tutto in pensieri e travaglioso nella sua stanza, si fece a considerare che non ci era il suo conto ad aspettare in Parigi il giudizio dei pari e dei baroni, il quale egli avea tanta pi cagione a sospettare contrario quanto doveva esser maggiore nel re l'inclinazione a favorire piuttosto il conte Carlo di Blois nipote suo, che lui col quale non aveva congiunzione alcuna. Aveva oltre ci da temere, nel caso che la sentenza riuscisse contro di lui, che il re lo facesse incontanente arrestare e sostenere in prigione finch non avesse restituito tutte le citt e terre e castella occupate, e il gran tesoro che aveva gi in parte speso. Pi savio e prudente consiglio dunque egli stim di ricondursi in Bretagna, dovesse pur mettere il re in isdegno e corruccio, anzich attendere un evento che poteva per lui avere tanto pericolo. E cos per conseguente usc la sera medesima di Parigi, non pigliato con s pi che due cavalieri, per non metter sospetto, e fatto dire al suo corteggio di dovere levarsi di l per piccola cavalcata, e di notte, com'egli aveva fatto, se ne fu tornato di cheto in Bretagna innanzi che il re Filippo sapesse della sua partita da Parigi.
Intese egli bene per in quanto pericolo lo conducesse quella fuga, onde non fermatosi pi che tanto in Nantes, dove restava sua moglie, la quale, anzich sconfortarlo dalla ribellione, gli andava aggiungendo maggiori fomenti, si diede a percorrere tutte le citt e castella che si erano date a lui, e vi pose dentro buone guardie, buoni capitani e viveri all'avvenante.
Dopo di che avendo ogni cosa ordinato secondo si conveniva, fece ritorno in Nantes presso la contessa e i borghesi della citt, i quali grandemente li amavano entrambi per le molte larghezze e cortesie che ne ricevevano.
In quanta collera dovessero entrare il re di Francia e il conte Carlo di Blois quando intesero la fuga del conte di Monforte, non accade di dirlo. Ci nondimeno, innanzi di risolvere o fare cosa alcuna contro di lui, vollero che passassero i quindici giorni, termine dato ai baroni e pari per portare la loro sentenza circa il ducato di Bretagna. E quella sentenza dopo la partenza del conte di Monforte non poteva pi aversi alcun dubbio che non dovesse essere favorevole a Carlo di Blois, il quale aveva gi prima senz'altro fondate ragioni per essere preferito. E cos difatto intervenne. Le pretese del conte Carlo di Monforte furono giudicate insussistenti, e il ducato di Bretagna a voci unanimi aggiudicato al conte Carlo di Blois. Ma la somma delle difficolt era nel poterlo ricuperare.
E a questo effetto, appena la sentenza fu pubblicata, il re, fattosi venire davanti messer Carlo di Blois, s gli ragion:
Bel nipote, dappoich evvi ora aggiudicato un cos bello e grande retaggio, affrettatevi, e brigatevi con ogni vostro potere a riconquistarlo contro chi lo ritiene a torto; e per questo effetto pregate tutti gli amici vostri perch vogliano al bisogno esservi in aiuto. Per quanto fia da me, non vi far fallo, e oltre all'oro e all'argento che metto a vostra disposizione, e del quale voi potrete pigliarvi quanto vi sar bisogno, dir al duca di Normandia, mio figliuolo, che voglia farsi capo insieme con voi. Per vi prego sovra tutto e vi raccomando che vogliate affrettarvi, perch se il re d'Inghilterra, nostro avversario, a cui il conte di Monforte ha prestato omaggio, venisse nel vostro ducato, potrebbe recar ad entrambi un grave pregiudizio, dacch egli non potrebbe avere una pi bella n pi larga entrata nel reame di Francia.
Messer Carlo di Blois, il quale prese di quelle parole una incredibile contentezza, inchinossi davanti allo zio rendendogli grazie del suo buon volere. Indi voltatosi verso i pari e baroni, preg il duca di Normandia cugino suo, il conte di Alenon suo zio, il conte di Blois suo fratello, il duca di Borgogna, il duca di Bourbon, messer Luigi di Espagne, messer Giacomo di Bourbon, il conte e il conestabile di Francia, il conte di Ghines, il visconte di Roano, e infine tutti i principi, conti, baroni e signori, i quali si trovavan presenti di volerlo aiutare in quella dura bisogna che egli stava per intraprendere. E tutti gliene diedero la promessa, dicendo che volentieri andrebbero con lui e col duca di Normandia loro signore. Poi tutti se ne andarono per fare quegli apparecchi e provvigioni che si convenivano a una spedizione in paese tanto lontano.
Or come sapevasi che il re Filippo aveva preso grandemente a cuore gl'interessi di suo nipote, ognuno fu prestamente in punto, e cos in sul cominciare dell'anno 1341 i baroni e i signori che dovevano seguitare la bandiera del duca di Normandia furono riuniti nella citt di Angers, donde si mossero alla volta di Ancenis, che da quella banda era frontiera del regno.
Dal novero e dalla rassegna fatta delle loro forze ne' tre d che soggiornarono in quella citt, avendo riconosciuto non essere meno di tre mila armadure di ferro, senza i Genovesi, e riputandosi in numero sufficiente, entrarono arditamente nel paese di Bretagna, e andarono a metter l'assedio intorno a Chantonceaux. I primi tentativi contro di quel forte riuscirono disastrosi soprattutto ai Genovesi, i quali per vaghezza di fare nobili prove, inconsideratamente si avventarono, e furono morti di loro assai. In appresso per essendosi gli assediati messi a fabbricare ingegni, gli assalti furono da loro dati con miglior ordine. Onde quelli della citt che si vedevano combattuti con tanto ardore senza alcuna speranza di essere soccorsi, si arrendettero ai signori francesi, dai quali furono ricevuti a merc. Da questo principio i vincitori, traendo un buon augurio per l'avvenire, trasportarono il loro campo contro di Nantes, ove dimorava il conte di Monforte, e dirazzarono le tende e i loro padiglioni d'intorno alle mura con quella bella e regolare ordinanza che solevano le genti di Francia. I Nantesi incuorati e riconfortati dal conte di Monforte e da messer Ervio di Leon, il quale comandava gli stipendiar, si apprestarono a fare contro i loro nemici buona e aspra difesa.
Diedero principio alle ostilit leggiere avvisaglie; ma intervenne poscia una fazione, la quale si vuol raccontare un po' tritamente per gli effetti gravi che ne seguitarono.
Una mattina gli stipendiar del conte e alcuni borghesi, usciti per una scoperta da farsi nei dintorni, si abbatterono in un convoio di un quindici carrette cariche di viveri e di provvigioni, le quali si conducevano da sessanta uomini all'esercito. Quelli della terra, essendo in numero di ben dugento, corsero addosso senza esitare alla scorta, che parte uccisero, parte voltarono in fuga, e le carrette si cacciarono innanzi verso la citt. Ma la notizia del fatto essendo stata dai fuggiaschi portata al campo francese innanzi che i Nantesi, che pure non avevano perduto tempo, avessero potuto guadagnare le porte, tutti presero le armi, e i pi pronti a essere a cavallo prendendo la loro volta, gli ebbero giunti presso della sbarra. Ivi la zuffa pel numero degli assedianti che si andava del continuo aumentando, si appicc da capo e pi duramente, e gli stipendiar e borghesi erano presso che sopraffatti, allorch una mano di soldati, spiccatisi dalla citt, sopravvenne loro in aiuto, e ristaur la battaglia. E alcuni di questi nel mentre che i loro compagni menavan le mani, staccarono dalle carrette i cavalli, e li cacciarono verso la citt, affinch i Francesi, ove per avventura fossero vincitori, non potessero almeno condurle via. Ma la battaglia che si continuava intorno di esse, ferocemente riusciva di nuovo in favore di quei di fuori, per essersi ingrossati di sempre maggiori rinforzi. Ch vedendo i Nantesi i loro gi volti in piega, uscirono con gran fracasso e a stormo dalla citt, e si gittarono alla scompigliata per mezzo alla mischia. Messer Ervio di Leon, che giudic non potere i suoi con quella maniera di combattere disordinata, tenere il fermo, per lunga pezza fece sonare a raccolta. Le genti d'arme, come quelle che erano costumate ai maneggi e ai comandi militari, obbedirono tostamente con bell'ordine e con precisione. Ma i borghesi, ignoranti di cos fatte pratiche, rimasero alle prese e mescolati coi Francesi, senza un capo che li governasse, e per conseguente senza unione cos agli assalti come alle difese. Di che provenne che ne furono morti ben cento, feriti dugento e presi altrettanti, mentre gli stipendiar, ritirandosi con buon ordine, e non avendo perduto che ben pochi de' loro, rientrarono nella citt.
Un grande risentimento cagion quel fatto contro le genti d'arme negli animi dei borghesi, i quali pretendevano di essere stati in quella occorrenza da loro abbandonati. Per la qual cosa volendo essi salvare le proprie sostanze che vedevan guastare di fuori e riscattare i loro parenti e amici fatti prigioni, mossero pratiche di segreto col duca Giovanni, promettendo, se loro fossero guarentite franche le persone e le sostanze, e restituiti i prigionieri, di aprire ai signori Francesi una porta, per la quale potrebbero entrare in citt, e andarsi a prendere il conte di Monforte nel suo castello. Cotali profferte erano troppo vantaggiose al duca di Normandia perch volesse non accettarle. Gli accordi furono fatti, e al giorno statuito avendo i Francesi trovata la porta aperta, corsero dirittamente al palazzo del conte di Monforte, il quale non avendo per la sorpresa potuto fare alcuna difesa, fu preso e menato al campo, senza che alla citt fosse fatto alcun danno. Carlo di Blois, messo subitamente una buona guardia in Nantes, se ne torn col prigioniero al re Filippo di Valois, il quale sent grande allegrezza dell'avere in sua mano la fiaccola di quella guerra funesta; e fatto chiudere il conte di Monforte nella torre del Lovero, ve lo tenne prigione come reo di forfattura (mancar della fede giurata da un vassallo verso il signore) e di tradimento.
Mentre queste cose si travagliavano verso il terminare dell'anno 1341 in Francia, Edoardo, secondo la promessa fattane, si disponeva a mandar genti in aiuto del suo vassallo, quando una mattina Giovanni di Neufville, giungendo da Newcastle, dove, siccome dicemmo, era governatore, gli venne a recare un annunzio, pel quale era posto nella necessit di dover provvedere alle cose proprie, anzich pensare alle altrui.
Noi abbiamo gi raccontato come il re Davide avesse pubblicato il suo bando, e come gli Scozzesi si fossero mostrati pronti universalmente a obbedirgli chi per amore di lui e chi per odio contro Edoardo. Cos in breve tempo avendo potuto mettere insieme un esercito di ben sessantacinque mila uomini, nel quale si noveravano tremila armadure di ferro, entr in Inghilterra, e lasciato dalla sua sinistra il castello di Roxbourg, il quale si teneva per gl'Inglesi, e la citt di Berwick, ove stava chiuso Edoardo Balliol, suo competitore al trono di Scozia, and a campeggiare la fortezza di Newcastle sulla Tyne. Ma quella spedizione non ebbe da' suoi princip felici presagi. Perocch nella notte istessa che seguit all'arrivo del re Davide, una banda di assediati, uscita dalla porta del soccorso, penetr fino nel mezzo del campo scozzese, e coltovi il conte di Murray nel suo letto all'improvvista, lo trasse alla citt prigioniero. Il quale sinistro era molto a dolere per essere egli un cavaliere assai valente della persona, e degno figliuolo di quello che, stato reggente durante l'et minore di Davide, si era chiarito amico possente quanto leale del suo paese e del suo re. Davide il d seguente ordin l'assalto, ma dopo due ore di combattimento fu costretto di ritirarsi, avendo fatto una gran perdita di uomini, e si volt contro Durham.
Giovanni di Neufville, appena aveva veduto gli inimici allontanarsi, montato sopra il migliore de' suoi cavalli, per vie segrete, conosciute soltanto dagli abitanti della contrada, fu in cinque giornate di corsa a Chertsey, ove allora soggiornava il re d'Inghilterra. Ed egli era il primo messaggiere che apportasse la nuova di quell'invasione ad Edoardo. Il quale, senza perder tempo, mand fuori un bando, pel quale si chiamavano a prender le armi tutti gl'Inglesi che avevano compiti i quindici anni, e non ancora tocco i sessanta, e volendo giudicare da s medesimo delle proprie forze, come dei disegni dell'inimico, ordin ai suoi cavalieri, scudieri e uomini d'armi che dovessero convenire verso le marche della Nortumberlandia, ed egli, entrato in mare, mise la vela per Berwick, dove arrivando intese che Durham era stata presa di forza, e tutti gli abitatori, fino ai monaci, alle donne e ai fanciulli, erano stati posti a morte, e questi anzi, senza avere rispetto ai luoghi santi, erano stati bruciati nelle chiese dove si erano rifugiati.
L'arrivo per del re Edoardo in Berwick avvegnach senza le genti sue, bast per risolvere Davide Bruce a ritirarsi verso i confini scozzesi, e ridottosi in sulle sponde della Tweed, al venir della notte accampossi non discosto dalla terra di Wark, dove la bella Alice di Granfton si stava sospirando il ritorno di suo marito, prigioniero di guerra nel castelletto di Parigi. Quella terra, che per ogni rispetto meritava il nome di fortezza, era difesa da Guglielmo di Montaigu, nostra vecchia conoscenza, e da un centinaio di uomini d'arme di molta ferocia. Il giovane baccelliere, il quale nei quattro anni che si eran passati dacch l'incontrammo la prima volta, si era fatto uomo, e in cui si era la naturale virt accresciuta, non pot sentirsi cos dappresso il nemico senza che lo prendesse il mal della guerra. Perch tolti seco quaranta buoni compagni, bene a cavallo e in armi, si avvent sopra l'oste scozzese, e coltala alle spalle mentre passava per una gola, le uccise dugento uomini, e le prese cento venti cavalli carichi di gioielli, di oro e di abiti. Le grida dei feriti e il suon dell'armi, propagatosi per l'esercito, pervenne fino all'avanguardia; e Guglielmo Douglas, che la guidava, quasi come serpente a cui sia posto un piede in sulla coda, si rivolse indietro ferocemente, ma il piccolo stuolo si era gi messo in ritirata col suo bottino; e gi si era chiusa dietro la porta del castello, quando gli Scozzesi, che pure si erano con molta celerit mossi per inseguirlo, pervennero alle barriere.
Douglas ci nullameno volendo averne vendetta, si fece senza indugio ad assaltar le mura, e a volerle scalare. La qual cosa vedendo i cavalieri di Svezia e di Norvegia, e i principi delle Orcadi e delle Ebridi, accorsero in aiuto degli assalitori; e da ultimo si venne a mescolare al combattimento altres Davide Bruce col restante delle sue genti. E il combattimento fu lungo e sanguinoso, perch il castello, assaltato con grande impeto, era con altrettanta valentia difeso; e i due Guglielmi operavano cose di maraviglia. Il re finalmente, considerando che senza macchina di guerra niente si avanzerebbe, e vedendo gi i pi animosi dei suoi soldati giacenti a pi delle mura, ordin che si cessasse dal non preparato assalto. Ma i combattitori erano tanto riscaldati nella fazione (e particolarmente Douglas, riconosciuto da Guglielmo di Montaigu al cuore sanguinoso che portava nell'armo, e d'in sulle mura beffeggiato e sfidato da quello), che Davide fu obbligato di promettere loro che non si leverebbe d'intorno dal castello se non avesse le sue genti vendicato e riavuto il bottino che eragli stato tolto: la qual cosa si risguardava come un affronto, di cui toccava ad ognuno la parte sua.
Allora gli assalitori si fecero indietro dal castello un due tiri di arco, portandone seco i feriti e i morti di condizione; gli altri lasciarono a pi delle mura. Indi, nel mentre che una parte dell'esercito si diede a tirar linee, a piantar tende e a drizzare gl'ingegni e le macchine di guerra che dovevano adoperarsi all'assalto del d seguente, l'altra si occupava di un affare di non minore importanza per tutti. Ci era di cuocere buoi e montoni intieri nella loro pelle, e di fare certe come stiacciatelle, serrando l'intriso di un pugno di farina con acqua fra due pietre, che i soldati scozzesi a quella stagione portavano fra i loro arnesi, e che facevano per questo effetto arroventare. E quella maniera di vivere alla campagna gli dispensava dal tirarsi dietro tutto quell'impedimento di forni, di caldaie e di suppellettili, che facevan s tardo il muoversi delle milizie delle altre nazioni, e potevano nelle loro marciate e ritirate fare in un d fino a diciotto o venti leghe, e mandare del tutto a vuoto i disegni dell'inimico.
E quella scena tutta di movimento e di vita che si operava non pi lontano di un miglia dal castello di Wark, toccava ad un'altra di carnificina e di morte; perocch l'intervallo che si stendeva da quello infino alle prime linee degli alloggiamenti, e che era stato campo alla battaglia, era tutto pieno de' morti e de' feriti lasciativi dagli Scozzesi, come abbiam detto, per essere riputati di poco conto. Cos ad ora ad ora d'in mezzo alle tenebre venivano di l portati dal soffiare del vento gemiti, lamenti e certi suoni inarticolati, che non parevano appartenere ad esseri umani, e che in sulle mura facevano anche i pi coraggiosi delle guardie abbrividire. Ad ogni quarto d'ora poi gli assediati scagliavano una freccia infiammata, la quale, fendendo l'aria a guisa di una stella cadente, andava a infiggersi nel terreno, e del suo chiarore illuminava intorno di s un certo spazio per alcun tempo. Ci essi facevano per impedire che niuno del campo venisse a recare soccorso ai feriti, ovvero che i feriti si potesser ridurre al campo. E cos se a quel barlume discernevasi alcun uomo muoversi per la funesta pianura, gli arcieri inglesi, i quali vantavansi di tenere nel loro turcasso morti ben dodici scozzesi, ne facevan bersaglio alle loro saette, e il misero, che a gran stento aveva potuto raccogliere forze da reggersi in piedi, cadeva quivi ben tosto percosso di nuove ferite.
Quello spettacolo era ben degno di fermare l'attenzione di chicchessia. Nullameno di sopra alla porta del castello di Wark vigilava un giovane armato di tutto punto e col suo elmetto posato ai piedi, e che non pareva tocco per nulla da ci che gli succedeva di sotto agli occhi. Tanto anzi egli era assorto ne' suoi pensieri, che non si fu accorto di una donna, la quale per verit alla leggerezza dei suoi passi poteva pigliarsi per un'ombra, era per una scala interna venuta sulla piattaforma, e fermatasi a pochi passi da lui come irrisoluta, si era appoggiata immobile a uno dei merli. Vi stava cos gi da qualche minuto, quando il grido consueto nelle guardie notturne, passando dall'opposta parte del castello successivamente di sentinella in sentinella, pervenne infino al detto giovine, il quale, volgendosi dall'altra banda per ripeterlo alla sua volta, scorse vicino a s quella donna in candida veste, immobile e muta che pareva una statua. Questa vista gli fece morire in fra le labbra a mezzo il grido incominciato, e volle moversi verso di lei, che quivi erasi condotta cotanto a lui inaspettata; ma di corto si arrest con tale atto, che un osservatore non ben sagace avrebbe stimato provenire da riverenza. In quel momento la sentinella che aveva ultima dato il grido, non lo sentendo ripetere, con pi di forza lo rinnov. Perch allora il giovine, fatto uno sforzo sopra s stesso, lo gitt egli pure, ma con una voce nella quale avrebbe potuto notarsi una sensibile alterazione.
La donna appressatasi a lui ancor pi, cos con un far dolce incominci:
Gran merc, o mio castellano, poich veggo la buona guardia che fate, e che noi siamo sicuri. Per altro avremmo test cominciato ad entrare in qualche sospetto, vedendo che si poteva venirvi tanto da presso senza che voi ve ne addaste.
Veramente, madama,  cosa, rispose il giovine, da non dovermi essere perdonata, non gi di non avervi udita, dacch le nubi che ci vengono dalla parte di Scozia non ci scorrono sopra pel cielo pi leggermente che voi non fate in sulla terra, ma del non avervi indovinato. Eppure io non credeva avere il cuore s sordo.
La dama sorrise.
Ma perch, domand, il mio bel nipote, non  egli intervenuto alla cena, della quale ho fatto poco fa gli onori ai nostri bravi cavalieri? E' mi pare che l'esercizio d'oggi sia stato duro abbastanza per dare un buon appetito.
Perch non ho voluto ammettere a persona che sia l'ufficio di guardare, madama, il deposito sacro che mi  confidato. Avrei io anche solo un momento di quiete se non fossi qui?
Credo piuttosto, Guglielmo, soggiunse la contessa sorridendo, che voi abbiate voluto fare la penitenza della temerit che ci ha tirato addosso questa ruina di nemici. Quando sia tale veramente la cagione che vi tiene lontano da noi, trovo troppo ben meritato il castigo che vi siete imposto, perch voglia temperarvi pur punto del suo rigore. Si ha nondimeno bisogno al Consiglio della vostra saviezza ed esperienza, e per si conviene che voi mettiate qua in vostro luogo alcun altro; ci tornerete, dato che abbiate il vostro parere.
Di che cosa si sta dunque deliberando? grid Guglielmo. Spero bene che non si parli di arrendersi, e che non si dimenticher che sono il castellano di questa fortezza, e che il capo per ci che si appartiene alla guerra, finch dura l'assenza del conte di Salisbury mio zio, sono per conseguente io.
Eh! al nome di Dio! chi vi parla di capitolazione, signor governatore? State pur quieto che niuno  che pensi a cose di simil fatta, e l'animo che io stessa ho dato quest'oggi a vedere nel mentre dell'assalto, avrebbe, parmi, dovuto non lasciarvi entrare, nemmeno contro di me, un tale sospetto.
Ah s! egli  ben vero, sclam Guglielmo giungendo le mani, come se avesse davanti un'immagin santa, voi siete animosa, nobile e bella come una delle Valchiri, di quelle nobili figlie di Odino, le quali, secondo i canti dei bardi sassoni, vanno aggirandosi pei campi delle battaglie a raccogliervi le anime dei guerrieri morenti.
Come vi piace, ma non al par di esse una candida cavalla, la quale soffii lo sgomento dalle narici, n una lancia d'oro che abbatta tutto quanto vien tocco dalla medesima. Di che proviene, che per quanta sia grande la sicurezza che mostro agli altri, a voi, Guglielmo, non so nascondere inquietezza da cui sono presa. Non vedete difatti quante migliaia d'uomini ci stanno intorno osteggiandoci, e gli apparecchi terribili che vanno facendoci contro, e quanti siamo qui dentro alle difese? Quali e quanti sono i mezzi di mantenerci?... Guglielmo, e' sarebbe imprudenza di far fondamento nelle sole nostre forze.
Nullameno converr pure coll'aiuto di Dio che ci bastino, madama, risposele fieramente Guglielmo, e mi penso che due o tre assalti come quel d'oggi farebber perdere a' nostri nemici, per quanto sia grosso il loro numero, non solo la speranza, ma la voglia altres di pi venirci a tastare. E via, poich voi pur ora mi ricordavate il numero de' nemici vivi, fate ora di noverare i morti.
Cos egli diceva, avendo in quella veduto lanciarsi una freccia infiammata dalla muraglia, e andarsi a piantare nel mezzo del campo di battaglia, il quale era tutto coperto di cadaveri. Alice seguit collo sguardo la fiamma, la quale, poich fu ferma in terra, schiar all'intorno un cerchio assai largo, e nella parte pi lontana, di verso il campo, pot scorgere un uomo, che, rigirandosi fra que' cadaveri, come per riconoscerne alcuno, si pose finalmente in ginocchio presso di uno, e ne sollev testa. In quella s'intese per l'aria un fischio; colui un momento appresso si lev in atto come di voler fuggire, ma fatti alcuni passi, stramazz per terra; la freccia si spense, e solo percossero la tenebrosa aria alcune voci di lamento, ma queste pure poco stante essendosi spente al pari del lume, ogni cosa per la campagna di nuovo fu buio, e silenzio.
La contessa sentendo mancarsi il cuore e le forze, afferrossi al braccio di Guglielmo, il quale tutto a quell'atto abbrivid, perch sebbene gli coprisse la persona l'armadura di ferro, si sent dal tocco di quella mano come bruciato, e a mala pena nel primo istante pot sostenerlo. Ripreso ella poscia gli spiriti:
Oh! disse, recandosi una mano alla fronte, oh! che terribil cosa  di notte un campo di battaglia! in comparazione di giorno  nulla! Voi avete veduto in fatti come mi sia mostrata franca e animosa. Orbene, tutti quegli uomini che ho veduto cadere per mezzo ai furori della battaglia, quella grida di morte e quelle carnificine a intenderle e vederle mi hanno percosso men dolorosamente che l'uccisione di questo sventurato, il quale cercava per avventura il cadavere di suo padre, d'un suo figliuolo, di un amico, per rendergli i santi doveri della sepoltura. Oh! e non udite, non udite ancora dei gemiti?
Ci  vero pur troppo, madama, risposele Guglielmo, ch molti degni uomini giacenti colaggi su quel letto sanguinoso non sono ancora spirati, e si dolgono nei travagli dell'agonia. Ma e' sono soldati, e dovevan finire per quella maniera.
Ah! per un uomo di guerra morire nel tumulto di una battaglia, sotto gli occhi de' suoi compagni e de' suoi capi, e fra il romore de' bellici strumenti che suonino la vittoria, non  nulla. Ma morir lentamente e dolorosamente lungi da tutto ci che voi avete amato, da tutto che vi ama, e morir per mezzo a una notte s buia, che quasi direbbesi non dovere pur l'occhio di Dio penetrare infino a voi, mordendo e brancicando una terra straniera tutta molle del vostro sangue... oh! debb'essere un supplicio degno di un parricida, di un eretico, di un dannato... Quando penso che al mondo ci ha qualche cosa di ancora peggiore che quella morte... ah Guglielmo,  ben da scusare chi trema e freme e si smarrisce.
Che volete voi dire? chiese Guglielmo con sospetto.
Non avete voi intese raccontare delle atrocit commesse a Durham! Non avete inteso che tutto l era stato senza piet divorato da cotesti lupi scozzesi, usciti dalle loro tane e calatisi dalle loro montagne? tutto!... e non solo gli uomini atti alle armi, ma i vecchi altres e i fanciulli, e delle poche donne a cui fosse perdonata la vita fatti tali governi, che dovettero invidiare la sorte dei trucidati.
Per voi non vorrete, spero, temere, soggiunse il giovane, una simil cosa; perch tutti che sono qui dentro si faranno innanzi uccidere infino all'ultimo, n arriveranno a voi che passando sul mio corpo.
Questo lo so bene, Guglielmo, rispose pacatamente Alice; ma poi?... Il castello sar ad ogni modo preso, e nell'ultima estremit il coraggio di uccidermi pu venirmi meno, perocch sono donna, e per conseguente l'animo e il braccio possono riuscirmi deboli in faccia alla morte!
Bene sta! grid Guglielmo; sar mio... Ah! tristo che io sono! che  ci che ho pensato, e che cosa stava per dire?
Gran merc anzi, Guglielmo, soggiunse Alice stendendo le mani al giovane baccelliere. Il mio pensiero ha risvegliato il vostro, e sta bene. Mio marito commettendomi alla vostra guardia fu pi sollecito, vi assicuro, del mio onore, che della mia vita. Per se voi non poteste rendermi viva a lui cos pura, come da lui mi riceveste; se voi mi renderete a lui pura, avvegnach morta, egli dovr pur dire che voi compieste l'ufficio commessovi con altrettanta fedelt che valentia, e ve ne terr alla vita vostra e alla morte grande riconoscenza. Ci per dovrebb'essere nel caso pi estremo, Guglielmo; e mi penso che ci possa essere ancora uno scampo.
E quale? domand il giovane senza lasciarla compiere il suo concetto.
Dicono che il re sia a Berwick per assembrarvi un esercito; e Berwick non  pi lungi di qua che una giornata di cammino.
Voi domandereste soccorso a Edoardo? disse Guglielmo impallidendo.
Certo egli non me lo disdir, rispose la contessa.
Di questo non metto dubbio alcuno, soggiunse il giovine; ma al nome di Dio, lo ricevereste voi, madama, in questo castello?
Non  egli il mio sovrano e signore? Non  quegli a cui mio marito ha giurato fede ed omaggio? e s'egli mi contenta della mia preghiera, s'egli viene in mio aiuto, e che gli debba la vita, e meglio ancora della vita, non avr egli un diritto di pi alla mia riconoscenza?
Ah! s, s, e al vostro amore, mormor Guglielmo, percuotendosi la fronte colla sua manopola di ferro.
Messere!... dissegli la contessa con freddezza e dignit.
Ed egli:
Ah! perdono, perdono, madama! voi ci ignorate, perch la virt porta il velo. Ma se voi aveste notato gli sguardi di lui quando si fermavano sopra di voi, e se aveste studiato il suono della sua voce quando favellava di voi, se lo aveste veduto arrossire e impallidire all'avvicinarsi a voi, e foste stata desta quella notte che io vegliava sopra di voi... ah! per sicuro non avreste dubbio che egli non vi ami... Ed egli  un re...
Che m'importa, ripigli Alice, che l'amore insensato che io per malavventura inspiro venga di pi alto o pi basso che io non sono? Amo abbastanza il mio nobile sposo per istarmi sicura che niuna seduzione al mondo non mi far fallire giammai alla fede che gli ho giurata, e non ho tanto concetto della mia bellezza che io mi creda poter far nascere in chicchessia una passione tanto forte, che volesse chi ne fosse preso avere ricorso alla violenza. Per, Guglielmo, se voi non avete altra abbiezione da farmi al partito che vi propongo, non sar certo per me un motivo che lo abbandoni. E vi pregherei anzi di volere fra gli abitanti di questo castello cercare uno che fosse di tanto animo e tanto a noi devoto che volesse, traversando il campo scozzese, portare la mia richiesta al re d'Inghilterra.
So un tale che morr a un vostro segno, madama, e che stimer sua grande ventura di morire, rispose tristamente Guglielmo. Vogliate dunque tornare abbasso nella sala del consiglio, dove vi aspettano i cavalieri, e scrivere le vostre lettere, ch fra un quarto d'ora il passeggiere sar pronto.
La contessa strinse la mano a Guglielmo in segno di ringraziamento, e se ne and cos leggiera com'era venuta. Guglielmo la seguit cogli occhi, finch scendendo i gradini fu del tutto sparita. Indi chiamato a s uno scudiero, nella cui fedelt e vigilanza poteva tenere una piena fiducia, lo colloc nel suo posto, e postosi l'elmetto in sul capo, egli pure con un sospiro se ne part.
La contessa, entrata nella sala dove stavano aspettandola i cavalieri, scrisse col loro consiglio le lettere che dovea mandare al re; e nell'atto appunto che vi poneva il suggello, Guglielmo di Montaigu entr. In quel breve spazio egli si era cambiato d'abiti, ponendosi indosso, in luogo della pesante armadura di guerra, un giustacuore azzurro e nero, di forma come quello degli arcieri, con in gamba calzoni stretti di quegli stessi due colori, leggeri coturnetti e una berretta di velluto. Le armi sue erano una corta spada somigliante a un coltello di caccia, un arco di ontano e un turcasso ben fornito di frecce. Come fu presso alla contessa, le fece un inchino e le domand se le lettere fossero pronte. I cavalieri ci udendo:
E che? gridarono, v'incarichereste forse voi medesimo di questo messaggio?
Miei signori, rispose Guglielmo, ho s grande fidanza nel vostro coraggio e nella lealt vostra, che io vi lascio la difesa di questo castello. Quanto a me, e' mi  venuto talento per amore s di madama e s di voi, di mettere la mia persona a questo ripentaglio. Perocch mi dice il cuore che ci dovr riuscire a buona ventura e a mio onore del pari che a vostro; e che avr qui dentro condotto il re Edoardo prima che voi ne siate venuti a una capitolazione.
I cavalieri commendarono grandemente quella risoluzione, e Alice porgendo i dispacci a Guglielmo, il quale per riceverli aveva posto a terra un ginocchio, gli disse:
Io pregher per voi.
Che Dio mi faccia la grazia che muoia durante la vostra preghiera, rispose Guglielmo, poich son sicuro che ne salir dritto al cielo.
In quella son l'ora all'orologio del castello, e s'intese il grido de' soldati di guardia ripetersi tutto intorno le mura; Sentinelle, vegliate. Guglielmo, che aveva contato i tocchi:
Mezzanotte! disse; non ci  pi un momento da perdere.
E senza pi si slanci fuori dell'appartamento.
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Capitolo 16.
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Guglielmo fecesi aprire una delle porte del castello, e senza prender seco n scudiero n paggio, si mise all'avventura pel campo di battaglia, il quale travers senza che gli accadesse sinistro alcuno. La notte era fosca e piovosa, e per propizia all'impresa; di che egli pervenne fino alle trincee nemiche non visto, ed essendo gli Scozzesi, dalla pioggia che veniva gi a torrenti, ritenuti dentro agli alloggiamenti, egli, trapassate le palizzate, si trov nel campo loro. Per non sapendo egli bene se potesse uscirne cos agevolmente com'eravi entrato, innanzi di inoltrarsi not la disposizione de' luoghi, poi prese la via a sinistra per condursi verso la Tweed, pensando con ragione che ove venisse a esser scoperto, quel fiume, tuttoch grosso di acque e tortuoso, potrebbe prestargli un mezzo, pericoloso bens, ma pur possibile, di salvezza. N andato pi che un centinaio di passi, riusc in sulla riva di quello, e si diede cautamente a seguitarla. Ma non aveva camminato ancora dieci minuti, quando gli parve di udire uno strepito, perch egli si ferm tostamente mettendosi in ascolto. Era infatti uno stuolo d'uomini a cavallo, il quale seguitando appunto al pari di lui la riviera, gli si approssimava. Per iscansarli, egli avrebbe potuto ritirarsi a destra ne' campi; ma temendo con questo di togliersi quella via di scampo ch'egli si era proposta, prefer piuttosto di lasciarsi andar gi sdrucciolando fra le alte erbe ond'era coperta la sponda, ed afferrandosi colle mani alle radici degli alberi che ivi sporgevano scoperte, rimanere celato e come sospeso nell'intervallo corroso dalle acque fra la strada e la riviera, che gorgogliando gli scorreva di sotto. E quel gorgogliare avendogli per un momento impedito l'intendere lo strepito degli uomini, credette di essersi ingannato; ma l'annitrir d'un cavallo lo certific del contrario, e poco stante gli si fecero intendere i suoni di alcune voci, e poscia ancora distintamente alquante parole dei discorsi che si tenevano. Guglielmo allora, assicuratosi che potrebbe al caso trar fuori agevolmente dal fodero la spada, e che non doveva far altro pi che lasciar andare i rami a cui si atteneva per cadere di piombo nel fiume, cio che potrebbe o combattere o fuggire, come gli venisse meglio in acconcio, pose l'orecchio con tutta l'attenzione ai parlari che si venivan facendo in sulla strada. Uno, che al modo del suo favellare si faceva agevolmente conoscere pel capo di quel drappello, diceva:
Voi credete, capitano, che per cagione di questa infernal notte, durante la quale si fa impossibile agli operai di lavorare, le nostre macchine non potranno essere a ordine che domani dopo nona?
Almeno, monsignore, rispose l'interrogato con un fare di molta osservanza, ci  quanto mi  stato affermato dal maestro dei lavori.
Cos dunque dovr ritardarsi ancor d'avvantaggio l'assalto, rispose il primo con piglio d'impazienza.
Poi seguit:
Gregorio!...
Monsignore! rispose un terzo.
Domani mattina prenderai la mia bandiera, e facendoti andare innanzi un trombetto inchioderai il mio guanto a una delle porte del castello, e sfiderai Guglielmo di Montaigu a dovere uscir fuori per rompere una lancia contro Guglielmo Douglas.
Far secondo il voler vostro, monsignore, rispose lo scudiero.
In quel mentre la ronda notturna che conduceva Douglas, era giunta appunto laddove Guglielmo si stava appiattato; e Douglas per poco avrebbe, stendendo la spada, toccato colui medesimo che intendeva di chiamare il d appresso a tenzone, e che certo non sospettava essergli in quel punto cos vicino. Ma il suo cavallo mostr anche in allora quanto gli animali avanzino l'uomo per la finezza de' sensi perocch passando da presso a Guglielmo rist; stese il collo e drizz le narici verso il giovane e arrischiato baccelliere, tanto che pot sentirsi nel viso il tiepido e umido soffio di esso.
Douglas, che si fu accorto di quel fare si strinse in sull'arcione dicendo:
Che cosa c' Fingallo?
Chi va l? grid Gregorio, battendo colla sua spada i cespugli.
E il capitano ridendo.
Qualche lontra per avventura, la quale si cerca fortuna a scapito della nostra cucina.
Volete che mi cali a terra, monsignore? domand Gregorio.
No, rispose Douglas; Rasliny ha ragione, non  cosa che il meriti; e spronando il cavallo: Suvvia dunque, Fingallo; andiamo, ch non c' tempo da perdere. Poi voltandosi di nuovo a Gregorio: E aggiungerai che gli offro tutti i vantaggi del terreno e del sole.
Rispetto a quest'ultimo capo, credo, monsignore, che vi possiate impegnare senza vostra gravezza alcuna.
In una parola, a ogni patto, purch accetti, soggiunse sbadatamente Douglas, la cui voce incominciava a perdersi per la distanza.
Guglielmo, allorch non intese pi alcuno, rilanciatosi in sulla strada, continu il suo cammino senza incontrare altro ostacolo, che della fossa di ricinto fatta dai soldati affrettatamente, la quale egli salt via, leggero e forte come un montanaro, e fu fuori del campo scozzese.
Aveva gi corso quasi due ore, allorch le cime delle montagne, a' pi delle quali egli seguitava uno stretto sentiero, si colorarono de' primi raggi mattinali. Sul declivo delle colline gi a poco a poco riflettevasi il chiaro del giorno, quando dal fondo della vallea una spessa nebbia, simile ai flutti del mare quando si mette in fortuna, cominci a levarsi. Per alcun tempo que' vapori, continuando a toccare la terra, impedirono a Guglielmo il veder l'orizzonte; ma alla perfine spiccatisi come le cortine di un teatro, lasciarono d'in fra il loro umido velo trasparire un paesaggio in quella mezzana luce crepuscolare, che non  gi pi la notte, ma non  ancora nemmanco il d. Il giovane pur camminando si godeva tutto nel dolce aspetto di quel trasparente e poetico cielo, quando gli si fece intendere un canto scozzese, il quale alle sue acute modulazioni riconobbe per un pibrocq montanaro. Allora egli soffermossi per ascoltare; e ben tosto a forse cinquecento passi, laddove la strada si rilevava dolcemente come in un monticello, vide comparire due soldati scozzesi, i quali conducevano al campo un giogo di buoi, involati senza fallo a qualche luogo vicino. L'uno di que' soldati era sopra uno di que' piccoli cavalli a cui davasi a que' tempi il nome di chinea, e stimolava i buoi colla punta della sua lancia per farli andare.
Guglielmo, posta prestamente la corda all'arco che portava sciolto nella sinistra, e tratta fuori del turcasso una freccia, si post nel mezzo della strada, aspettando che quelli fossero giunti a segno. Gli Scozzesi che lo avevan veduto fare quell'atto, fecero anch'essi medesimamente i preparativi per la difesa, la quale dalle due parti era tanto pi urgente, che la qualit dei luoghi non offriva fuori di quel sentiero altro passo ai viaggiatori per essere quinci costeggiato dalla montagna che si alzava dirupata, e quindi dalla riviera.
Gli Scozzesi per vedendo Guglielmo restarsi immobile, continuarono a farsi innanzi; ma questi come gli ebbe veduti non pi discosti che un centocinquanta passi, stese la mano vr loro, e parlando la lingua gallica, ch'egli in grazia del suo stare cos vicino alle frontiere aveva agevole come un montanaro, grid:
Ol, signori gamberosse, non sia che facciate pure un sol passo prima che non ci siamo spiegati.
Gli Scozzesi, che sentendo parlare il loro linguaggio non sapevano pi se dovessero tenerlo come amico o come nemico, risposero:
Che volete?
Prima di tutto, ripigli Guglielmo drizzando le sue parole a quello dei due che cacciava innanzi i buoi, voglio che tu, amico bovaro, mi dii il cavallo sopra il quale tu stai, perocch ho ancora una lunga corsa da fare, mentre a te non avanzano pi altro che due leghe per essere al campo.
Se non fossi contento di dartelo, che vorresti tu fare? soggiunsegli lo Scozzese.
Giuro per l'anima mia, risposegli Guglielmo, che mel prenderei per forza.
Lo Scozzese si mise a ridere, e senz'altro rispondere tocc i buoi colla punta della sua lancia. Allora Guglielmo, pensando che fosse cosa inutile il mettere pi parole, adatt in sull'arco la freccia; lo Scozzese che si fu accorto dell'atto del giovane baccelliere, per cansare il colpo, balz gi del cavallo prestamente, e preso l'un dei buoi per la coda, come aveva gi fatto il suo compagno, si fece scudo del corpo di esso, e seguitava cos il cammino. Guglielmo facendo beffe di quello spediente:
Ah! ah! e' pare, grid, che cotesto cavallo dovr costarmi due frecce di pi che non mi pensava pagarlo; ma non rileva, che troppo  grande il bisogno che ne ho perch non volessi darne un prezzo assai maggiore.
Cos dicendo alz lentamente il braccio sinistro, e con due dita della destra mano ritratta la corda con tanta forza, che quasi i due estremi dell'arco si toccavano, rest immobile un momento; indi scocc la saetta, la quale scivolando si and ben mezza a infiggere al terminar della spalla dell'uno de' buoi che facevano da scudo agli Scozzesi. L'animale mortalmente ferito, traballando sulle sue quattro gambe, nel primo tratto si arrest. Poi mandando un terribil mugghio, si di a correre avanti con pi di velocit che non avrebbe potuto fare il miglior de' cavalli; ma dopo un breve spazio le gambe gli sfallirono sotto e casc sulle ginocchia. Continuando nullameno a camminare trasportato dalle gambe di dietro, e solcando colle corna il terreno, la freccia gli entr nel petto fino quasi alla cocca, perch mancatogli sotto altres le gambe di dietro, casc, fece per rilevarsi, ricadde, allung il collo, e mandando un lamentevole mugghio, spir.
Gi in quel mentre Guglielmo aveva tratto dal suo turcasso e adattato in sull'arco una seconda freccia. N la precauzione era inutile, perocch lo Scozzese vedendosi senza quello schermo, si era slanciato sul suo cavallo e lo cacciava difilato contro di lui. Lev egli allora di nuovo il mortifero arco; ma il suo avversario si chin talmente dietro il collo della sua cavalcatura, che sarebbe riuscito impossibile a qualunque pi abile arciere di appuntar l'uomo evitando il pericolo di uccidere altres l'animale. Per la qual cosa Guglielmo pensava gi di metter gi l'arco e impugnare la spada, allorch il cavallo arrivando presso al corpo della bestia morta, spaventato sbalz di fianco e present scoperta la persona del cavaliere. Ci fu solo per un momento, ma quel momento bast al giovine cos pronto e sicuro della mano, come dell'occhio, e lo Scozzese trafitto nel petto dallo strale di lui, and rovescione per terra. Il suo cavallo, non sentendosi pi governato, continu correndo a ruina e annitrendo; ma avendogli Guglielmo, poich gli fu presso a pochi passi, fatto quel fischio col quale i cavalieri scozzesi hanno il costume di far venire a s i loro cavalli mezzo salvatici, erranti per la montagna, esso a quel segno noto drizzando le orecchie rist. Guglielmo, ripetendo lo stesso fischio, si accost ad esso, il quale non che facesse vista di volersi da lui fuggire, gli present la groppa; su cui gittatosi questi di un salto, lo volt contro dell'altro Scozzese; e quegli pure ferito al par del primo, si mise ginocchioni chiedendo merc.
Di buon grado, risposegli Guglielmo, perch se io aveva bisogno di un cavalcatura, aveva d'uopo altres di un messaggiero. Giurami dunque che compirai fedelmente la commissione che sono per darti, e ti fo salva la vita.
Il soldato giur, e Guglielmo:
Sta bene, disse; tu ne andrai alla prima al re Davide di Scozia, e gli riferirai come Guglielmo di Montaigu, castellano della terra di Wark,  passato questa notte per mezzo al suo campo; che tu lo hai incontrato per via alla volta del re Edoardo, il quale  a Berwick, ch'egli stesso ha morto il tuo compagno e ferito te. Poi a Douglas dovrai dire che Guglielmo ha inteso la sua disfida e l'ha accettata, ma che pensando che non sia per voler aspettarlo al suo ritorno, egli prende sopra di s di andare in persona a indicargli le armi, il luogo e i patti della tenzone. Finalmente dovrai uccider qui il bue che ancor ti rimane, affinch n tu n altri del vostro stuolo si giovi delle sue carni. Ora levati, e fa come ti ho detto, ch sei in libert.
Detto questo, Guglielmo di Montaigu mosse il cavallo, e facendolo correre di galoppo senza intermissione, in cinque ore fu a Berwick, dove trov il re Edoardo aver gi adunata un'oste considerevole. Appena il re seppe del pericolo in che era posta la contessa, comand che si dovesse muovere il campo; e nella sera istessa furono in via seimila armadure di ferro, diecimila arcieri e sessantamila pedoni. Ma il re non potendo patire la lentezza con cui l'esercito doveva camminare per cagione delle infanterie, come fu a met del cammino, scelse fra le armadure un migliaio dei pi valenti cavalieri, e dato ordine ad altrettanti arcieri che dovessero attaccarsi alle criniere dei cavalli di quelli, spiccossi da esso correndo con loro di gran trotto, ed egli e Guglielmo di Montaigu per dare l'esempio innanzi a tutti. Allo spuntare dei primi raggi del sole essi erano pervenuti sopra di un'altura, donde si discopriva il castello e tutto il piano d'intorno; ma gli Scozzesi, come aveva preveduto Guglielmo, non aspettato Edoardo, si erano nella notte levati dall'assedio, lasciando i loro alloggiamenti deserti.
Alcuni movimenti che si fecero in sulle mura di Wark chiarirono Edoardo e Guglielmo essere gi stati riconosciuti dentro la terra, perch presi seco soltanto venticinque cavalieri, a briglie sciolte corsero avanti agli altri. La porta, nell'atto appunto che vi giunsero, si apr e vi entrarono salutati da gridi d'incredibile gioia. La contessa di Salisbury, a maraviglia vestita e pi bella che fosse giammai, erasi mossa ad incontrare il re; e come gli fu presso chin a terra un ginocchio per rendergli grazie del soccorso che le veniva recando. Ma Edoardo, fattala subitamente levare, e senza poterle dire pur motto, cos aveva il cuor pieno di cose che non si ardiva di significarle, tenendola per la mano si avvi a lenti passi con essa dentro il castello.
La contessa di Salisbury condusse ella stessa il re nel ricco appartamento che gli aveva fatto apprestare; ma Edoardo non ancora aveva potuto trovar parole da rompere quel silenzio: solo egli la ragguardava con tanta intensione, con tanto ardore, che Alice, turbata dentro e tinta nel volto da pudico rossore, ritir pianamente la mano dalla mano del re. Di che Edoardo mettendo un sospiro, si ritrasse tutto pensoso nello sguancio di una finestra; e la contessa colse quel destro per andare a fare i suoi convenevoli verso gli altri cavalieri, e dare alcuni ordini per la colezione, e usc lasciando l il re solo.
Guglielmo intanto stava facendosi raccontare i particolari della levata dell'esercito nemico. Lo Scozzese ferito aveva senza fallo fedelmente compiuto il messaggio. Perocch verso le dieci ore del mattino quei del castello avevano veduto farsi nel campo un gran movimento. Onde sospettando essi che i nemici volessero tentare un altro assalto, erano corsi a coronare le mura. In breve per si erano chiariti que' movimenti dover avere un tutt'altro fine, e gli Scozzesi essere stati informati del soccorso che attendevano; la qual cosa aveva in loro addoppiato il coraggio. Verso l'ora del vespero il nemico si era messo in cammino, passando in ordinanza a un trar d'arco dal castello per andarsi a porre a un valico posto al di sopra di quello. Gli assediati avevano colle loro trombe e timpani fatto una grande gazzarra; ma Davide Bruce non aveva mostrato d'intendere quella chiamata di guerra, e verso la sera l'oste scozzese erasi tolto dalla loro vista.
La contessa, facendosi presso a Guglielmo, aggiunse le sue congratulazioni a quelle dei cavalieri, perch veramente egli aveva saputo compiere con altrettanto animo che felicit quell'impresa rischiosa. Ella gli fece cortese invito perch volesse andare a ristorarsi alla tavola; ma egli rifiut allegando per iscusa alla bella zia la fatica del doppio viaggio fatto da s. Il pretesto era abbastanza plausibile perch dovesse essere tenuto per buono; Alice, non insistendo pi che tanto, pass cogli altri cavalieri nella sala dove la colezione era imbandita.
Il re non era ancora disceso a basso, onde Alice fece cornare all'acqua per avvertirlo che non pi altro si aspettava che il piacer di lui; ma l'avviso fu indarno. Edoardo non comparve, perch la contessa, risoluta di andarlo a cercare, lo ritrov nel canto istesso in cui lo aveva lasciato, e tuttavia cos immobile e pensieroso, e cogli occhi fissi nella campagna. Ella se gli accost; Edoardo, sentendola, trasse un profondo sospiro, e stese vr lei la mano. Alice la prese per baciare, mettendo a terra un ginocchio; ma Edoardo, ritrattala subitamente, volse verso Alice la faccia, ed in lei ferm gli occhi amorosamente. Alice di nuovo sentissi coprir di rossore; e come quel silenzio le faceva maggior pericolo del favellare, ella si risolvette di romperlo, e:
Caro sire, disse con un sorriso, che  dunque che vi fa pensare s forte? Deh! se mi basti la grazia vostra, cotesta occupazione di animo non  cosa che si convenga a voi, ma sibbene ai nemici vostri, i quali non hanno neppure aspettato la vostra venuta. Via, monsignore, date sosta ai vostri pensieri di guerra, e venite perch noi possiamo farvi festa e allegria.
Bella Alice, risposegli il re, non vogliate tanto sollecitarmi perch io venga a sedermi alla vostra tavola; ch vi giuro sull'anima mia, voi ne avreste un triste commensale. S, io son qua venuto con pensieri di guerra; ma la vista di questo castello me ne ha fatti nascere dentro di ben altra forma, e sono questi tanto profondi, che non  cosa al mondo la quale avesse virt di trarmeli fuori dal cuore.
Venite, monsignore, replic Alice, venite: i ringraziamenti di quelli che ha salvi il vostro arrivo divertiranno la vostra mente dalle idee che, siccome voi pure confessate, non si sono destate in voi che da pochi momenti. Dio, il vedete, vi ha fatto il pi temuto principe della cristianit. Al vostro appressarvi, i vostri nemici si sono fuggiti, e il loro essere entrati nel vostro reame  tornato non che a gloria, a confusione loro inestimabile, per la maniera in che hanno dovuto uscirne. Suvvia, dunque, monsignore, sbandite da voi tutte coteste travagliose cure, e venite nella sala dove vi stanno attendendo i cavalieri.
Ho fallato, soggiunse il re sempre immobile e divorando Alice cogli occhi; s, e grandemente fallato, signora, dicendovi che la vista di questo castello avesse fatto nascere nel mio cuore i pensieri che mi tengono l'animo occupato. Avrei in quella vece dovuto dire che esso gli aveva ridesti, perocch essi non erano che addormentati, avvegnach li credessi spenti. Essi sono quei medesimi che gi tenevano diviso me da me stesso fa quattro anni, quando Roberto di Artois entr nella sala del convito del palazzo di Westminster, portando quel fatale airone, sul quale noi tutti facemmo un voto. Oh! allorch proferii quello di portare la guerra in Francia, era ben lontano dall'immaginare di quale fatta sarebbe il vostro voto. Il vostro compiste ben pi fedelmente, che non fec'io del mio. Infatti mentre non si pu dir seria la guerra che abbiamo intrapresa, voi vi siete stretta con un vincolo indissolubile ed eterno...
E Alice:
Permettete, sire, che vi ricordi che questo maritaggio si  fatto a vostro grado e volont, e ne fa fede l'avere in quella occasione aggiunta la contea di Salisbury al titolo di conte che gi portava mio marito.
 ben vero, disse Edoardo con un sorriso, s, io feci questa follia, ma non sapeva allora quanto egli m'involava, e procedeva seco come si conviene con un amico e un suddito fedele, in vece di punirlo come un traditore...
Quel traditore per, interruppe Alice con un far dolce,  al presente prigioniero nel Castelletto di Parigi, e ci per vostro servigio, monsignore. Perdonate se oso, sire, di ci ricordarvi; ma pareva che vi fosse uscito di mente. Credeva pure che la lontananza del conte d Salisbury avesse dovuto lasciare un vuoto s ne' vostri consigli e s ancora nel campo.
E che venite voi a parlarmi di consigli e di campi, Alice? e che mi fa ora il mio regno? che mi fa la guerra? Sono ben sventurato se dopo tutto ci che vi ho detto credete tuttavia che questi miei pensieri mi vengano da simili cose. No, Alice, tutto ci che voi dite, poteva avere per me qualche importanza ancor ieri, perch non vi aveva per anco riveduta; ma oggi...
Alice di indietro un passo, e il re allung la mano ver lei; ma senza per osar di toccarla. Pure quel gesto bast per farla fermare; e il re riprendendo il discorso interrotto.
Ma oggi, continu, a che volete che pensi, fuorch a voi; che riveggio pi bella ancora che non vi lasciai?... a voi che ho amato ben quattro lunghi anni? Eppure che non ho fatto per potervi obbliare? Ma invano!... ch nel mio palagio, sotto la tenda e fin nel pi caldo delle battaglie il mio animo era solo per l'Inghilterra, il mio cuore per voi. Oh! Alice! Alice! allorch un uomo  preso di un simile amore, e' si conviene o che sia riamato, o che muoia.
Deh! monsignore, sclam Alice impallidendo: monsignore, voi siete il mio re, voi siete il mio ospite, e potreste voi abusare in cos fatto modo la vostra podest suprema, e il vostro doppio titolo? Ma quale speranza potete, monsignore, mettere sopra di me? E come volete che vi ami? Ah! in voi, s gran principe, in voi, s nobile cavaliere, non pu venire il pensiero di fare onta a un uomo che voi tenete in luogo di vostro amico; tanto pi che per avervi servito cos virtuosamente nella contesa che  da voi al re di Francia, sostiene ora una dura prigionia in terra straniera. Troppo grande biasimo avreste, monsignore, di una siffatta azione, se per malavventura la commetteste: anzi se giammai nel mio cuore potesse pullulare il pensiero di amare altro uomo che il conte di Salisbury, a voi, sire, si apparterrebbe non che solamente di ripigliarmi, ma di fare altres nella mia persona tale giustizia, che fosse esempio ad ammaestrare le altre donne di mantenersi in fede ai mariti, che tanto si mostrano leali al loro re.
E dette queste parole, Alice si mosse per uscire: ma il re, slanciatosi ver lei, l'afferr per un braccio. In quello stante la cortina dell'uscio si sollev, e Guglielmo di Montaigu si fece innanzi dicendo:
Monsignore, laddove  il re non ci ha pi n governatore, n castellano, atteso che qualsivoglia citt e fortezza si appartengono in proprio al re, per vogliate degnarvi di dar la parola alla guardia, perocch da quest'ora, e infino a che ci grazierete di rimanere in questo luogo, voi dovrete al conte di Salisbury guarentire la vita e l'onore di tutti coloro che abitano in questo castello.
Al primo comparir del giovane una truce ira guizz negli occhi del re; ma ratta come lampo spar: la sua fronte si fece severa, e il suo sguardo ricorse in sulla cortina che erasi alzata cos opportunamente quasi volesse domandarle da quanto tempo Guglielmo erasi celato dietro di essa. Ma di corto tutti i segni di malcontento si dissiparono dalla sua faccia, e dato il luogo a una compita tranquillit:
Voi avete ragione, messere, rispose al giovane baccelliere, e con una voce nella quale non si faceva sentire punto di alterazione: la parola di guardia sar per quest'oggi e per questa notte lealt, e tengo fiducia che niuno la dimenticher. Andate a recarla ai capi delle sentinelle, e veniteci poi a raggiungere alla tavola. Ho istruzioni particolari da darvi: non mancate, perch domani parto.
Guglielmo s'inchin in segno di rispetto e di obbedienza, ed Edoardo porgendo la destra alla contessa muta e tremante:
Signora, le disse, scendendo i primi gradi della scala, per la quale si andava alla sala del banchetto; aff che sono un uomo ben sventurato. Ho il peso di un reame da portare; ho due guerre mortali da sostenere, e l'animo gravato da' travagli passati, i quali mi fanno luttuoso altres il presente. Sperai che l'amor vostro spanderebbe un dolce lume in sull'ombra de' giorni miei; ma ecco perduta anche una tale speranza! Domani vi lascer; e quando vi rivedr io mai?
Caro sire, risposegli la contessa, la lontananza di mio marito mi sforza a vivere nel ritiro; e quella lontananza  per me una mezza morte e un mezzo lutto. Cos non vedr pi anima innanzi al ritorno di lui.
Ma, soggiunse Edoardo, per le feste che dar a Windsor per la fondazione della cappella di San Giorgio, chi sar la regina del torneo se voi non venite?
Sire rispose la contessa, ci sar a me grande onore e gran piacere se mi ci condurr mio marito.
E senza di lui, madama?
Non ci verr.
A quella risposta Edoardo non replic, perch giusta, ed entrato che fu nella sala, ognuno prese alla tavola il posto che gli era assegnato. Il banchetto si pass tristamente, perocch il re non disse parola, e nissuno si attent di rompere quel silenzio. Quanto ad Alice, com'ella sentiva, quasi vorrem dir per istinto, gli sguardi del re fermati sopra di s incessantemente, non ardiva pure di levar gli occhi; e a quell'affissamento di animo donde non pareva che Edoardo sapesse torsi, parecchi de' commensali davan per causa il dispiacere che gli fossero scappati di mano gli Scozzesi, ignorando il corruccio che avea dell'amore che s fortemente gli si era appreso al cuore.
Verso il finir della tavola, Guglielmo di Montaigu entrando si avvicin a Edoardo, il quale, tutto ancora ne' suoi pensieri, non si era accorto della venuta di lui, e gli disse:
La parola di guardia  data s alle poste di fuori che a quelle di dentro; ed eccomi a ricevere i vostri comandi.
Va bene, o mio giovane baccelliere, risposegli Edoardo, levando lentamente la testa: voi vi siete mostrato messaggiere s destro, che risolvo di gravarvi di un altro messaggio. Mettetevi dunque in ordine per giungere l'oste scozzese, e recare una lettera a Davide Bruce il pi tosto; e a questo effetto andatevi a scegliere nelle mie stalle quali cavalli vi paion migliori, e pigliatevi quella scorta che credete, richiedersi alla sicurt vostra.
E il giovane:
Sire, il mio cavallo di battaglia va presto o lento, secondo che la mia voce lo caccia o lo contiene, e la mia spada e il mio pugnale sonomi stati mai sempre sufficienti agli assalti e alle difese; sicch non mi occorre nient'altro.
Sia dunque cos: andatevi a preparare.
Guglielmo fece secondo gli era detto, e il re voltandosi alla contessa:
Permetter, madama, continu a dire, che in sua presenza scriva una lettera?
La contessa fece segno a un paggio, il quale pose davanti a Edoardo una pergamena, un calamaio, una penna, della cera e un filo rosso di seta.
Il re, finito che ebbe di scrivere, si alz, e data una girata intorno alla tavola, and a presentare la lettera alla contessa, la quale vinta a quella lettura da un profondo commovimento, come fu agli ultimi versi cadde ginocchione ai piedi di Edoardo. Per quella lettera si afferiva a Davide Bruce il conte di Murray in iscambio del conte di Salisbury; e avvegnach questi fosse prigioniero del re di Francia e non di quello di Scozia, nullameno era verisimile che a contemplazione del re di Scozia, Filippo di Valois si piegherebbe facilmente a rilasciare il conte.
Ai segni che diede Alice di riconoscenza, sent Edoardo per un momento inebriarsi di gioia: ma a quella gioia mescolossi una cotale tristezza, poich egli ben comprese che niun sentimento fuor della riconoscenza poteva sperarsi da lei. Per la qual cosa mettendo un sospiro dal profondo del petto, rialz la contessa, e volgendo la faccia da lei, si abbatt collo sguardo in Guglielmo di Montaigu, quivi ritto e in punto di ogni cosa per la partenza. Allora ritratte pianamente le mani sue da quelle di Alice, tornossene a lenti passi al suo posto; pieg la lettera, legolla con un filo di seta, su cui fece cadere un po' di cera, e la cera impresse con un anello, il quale si era tratto dal dito, poi:
Mastro Guglielmo, ei soggiunse, eccovi la lettera. Voi cavalcherete tanto che abbiate aggiunto Davide Bruce, e consegnata che voi l'abbiate alle sue mani reali, mi porterete la risposta a Londra, per dove partir ben tosto ad aspettarvi. Quivi poi in ricompensa de' vostri leali servigi noi procederemo alla cerimonia del vostro cavalierato, acciocch voi possiate rompere una lancia nel torneo, del quale spero che il conte di Salisbury sar uno de' campioni, e reina la moglie di lui.
Ci detto, Edoardo salut freddamente la contessa, e senza aspettare i ringraziamenti di lei n di Guglielmo, se ne and nel suo appartamento.
Guglielmo si mise immantinente in cammino, e facendo correre il suo cavallo il pi che potesse, in sul declinare del sesto giorno ebbe raggiunto a Stirling il campo scozzese. Quivi datosi a riconoscere per chi egli era, fu condotto nel cospetto del re, alla cui costa era Guglielmo Douglas. Il giovane baccelliere, messo a terra un ginocchio, present il dispaccio che recava a Davide, il quale lettolo con segni di grande soddisfazione nel volto, si ritrasse in una stanza vicina per farvi risposta. Cos Guglielmo di Montaigu e Guglielmo Douglas, che allora appunto incominciavano la loro carriera di cavalleria e di gloria, rimasi l soli, si levarono gli occhi nel viso l'uno dell'altro, e alcun tempo si gustarono in silenzio con alterigia. Indi Guglielmo Douglas incominci pel primo:
Voi avete saputo, messere, per quale maniera mi  ignoto, che mio intendimento era di chiamarvi meco a singolar tenzone davanti alla terra di Wark, e di spezzare con voi una lancia, non ci avendo cosa che si potesse fare pi degna della bella contessa Alice e del nobile re Davide Bruce.
Cos sta pure il fatto, messere, rispose Montaigu sorridendo; ma voi partiste poi con tanta pressa, che al mio ritorno, avvegnach fosse tosto, non pi vi trovai; e appena oggi mi  stato dato di raggiungervi, com'io grandemente desiderava, per poter dirvi in persona che non  cosa al mondo per me pi gradita che di accettare cotesto invito.
E lo Scozzese con piglio di sdegno:
Voi sapete che la scelta del d e del luogo lasciava al vostro arbitrio.
Il so: ma per mala ventura, messere, il messaggio che mi fu commesso mi sforza di differire la cosa. Vero  che ove sia in piacer vostro, ci potr essere alla festa che il re mio signore sta apparecchiando al castello di Windsor. Il luogo e le condizioni del combattimento saranno per tutti d'un medesimo modo.
Ma voi, not l'altro, dimenticate che noi siamo in guerra coll'Inghilterra.
E Montaigu:
Io vengo apportatore di lettere, le quali propongono una tregua. E in ogni caso, come in questo mezzo tempo debbo essere armato cavaliere per mano del re Edoardo, lo richiederei di un dono, ch'egli certo non mi potrebbe ricusare; e ci saria un salvocondotto per voi, messere.
Bene sta, rispose Douglas: di questo mi rimetto alla vostra memoria.
In quella due paggi entrarono: essi venivano cercando di Guglielmo di Montaigu a fine di condurlo nella stanza per lui apparecchiata, e dovevano dimorare a' servigi della persona sua tutto il tempo ch'egli soggiornerebbe a Stirling. Guglielmo disposesi di seguitarli senza dimora; ma giunto in sulla soglia voltossi al suo futuro avversario, dicendo:
Sta dunque fermo per Windsor?
E l'altro avendo risposto:
Per Windsor; i due giovani, salutatisi, con un piglio di cortese alterezza, si separarono, e Guglielmo di Montaigu usc.
La risposta di Davide Bruce, la quale prometteva al re Edoardo di intermettersi per la libert del conte di Salisbury, gli fu data la sera istessa. S che per quanto fosser vive le istanze del suo reale ospite a voler trattenerlo, egli la mattina appresso allo spuntare del giorno rimisesi in viaggio per Londra. Se non che essendo il castello di Wark in sulla strada che aveva a correre, vi fece la fermata di un d; ma non gli venne dato di vedervi la contessa, dalla quale Edoardo si era partito il d seguente alla scena che noi raccontammo.
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Capitolo 17.
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Edoardo trov in Londra al suo arrivare un messaggiere della contessa di Monforte, la quale chiedeva da lui che attenesse la promessa fatta al marito di lei nell'atto che ne aveva ricevuto l'omaggio. Ella proponeva inoltre per istringere vieppi i vincoli di quel trattato, che il re d'Inghilterra desse al figlio di lei una delle proprie figliuole, la quale porterebbe il titolo di duchessa di Bretagna.
Niuna proposta poteva essere pi grata di questa a Edoardo; perocch la Bretagna era uno dei pi nobili ducati del mondo, e poniamo che esso fosse venuto nelle mani sue, egli avrebbe da quella banda avuto al regno di Francia aperta la porta che gli era fermata di verso la Normandia. Oltre di ci Edoardo per quel mezzo poteva continuare l'esecuzione del suo voto rannodando le fila della guerra che gli erano state rotte da una parte in un'altra; e il leopardo inglese non lasciava di mordere nella testa il suo inimico se non per azzannarlo pi crudelmente ne' fianchi.
Chiamato pertanto Edoardo a s Gualtiero di Mauny, suo fedele compagno, gli commesse di dover seco prendere una buona e sicura compagnia di cavalieri, d'uomini d'arme e di arcieri, e di dovere con essa muovere agli aiuti della contessa. Gualtiero lev la sua bandiera, e in poco d'ora furono ragunati sotto di essa in grande numero signori di rinomo, i quali niente domandavano meglio che la guerra, e di potere far prove di lor valentia. Preso essi il mare senza indugi di mezzo con ben seimila arcieri, ma impediti da contrari venti, corsero per esso a fortuna sessanta giorni, nei quali la condizione delle cose per la contessa di Monforte in Bretagna molto si peggior.
Carlo di Blois, preso che ebbe Nantes e mandato preso a Parigi il suo nemico Giovanni di Monforte, si era dato a credere di avere la partita vinta. Ma ben presto si fu dovuto accorgere per lo contrario che il pi duro della bisogna gli rimaneva tuttavia da espedire. Perocch la contessa di Monforte, la quale, siccome dicemmo, in un corpo di donna portava un cuore di eroe, era rimasa in Rennes, dove in luogo di piangere il marito che teneva morto, si apparecchiava risolutamente a vendicarlo. Fatto ella per questo effetto sonare a stormo la campana del comune, assembr in sulla piazza il popolo e i soldati, e dal balcone del suo palagio si mostr loro con nelle braccia il suo figliuoletto. Il grido di giubilo da cui fu accolta fu universale, perocch ella e il marito suo, per le largit grandi sparse fra quei cittadini, erano molto amati da loro; e ci addoppi l'animo in lei. Per levatosi in fra le palme il bambino perch tutti il potesser vedere:
Signori, signori! grid, fate buon cuore: eccovi il mio figliuolo, il quale come suo padre si appella Giovanni, e avr altrettanto animo che il padre suo. Noi abbiamo perduto  vero il conte, ma perdendo lui non abbiam perduto che un uomo solo. Abbiate dunque fidanza in Dio, e buona speranza dell'avvenire. Noi abbiamo, la merc del Signore, oro quanto  mestieri, e buoni petti, e in luogo del capo che evvi venuto manco, voi ne avrete da me un tale, che non dovrete restarne mal soddisfatti.
Cos ragionando, ella intendeva di accennare agli aiuti che aspettava dall'Inghilterra, e ch'ella sperava dovergli essere condotti dalla persona istessa del re Edoardo.
Cosiffatte parole, a cui la contessa seppe aggiungere liberalit grandi, crebbero il coraggio negli abitanti di Rennes; e fatta ella ben sicura loro essere risoluti a far buona difesa, lasci per governarli Guglielmo di Cadoudal, e partitasi col suo figliuoletto, si diede a correre di citt in citt e di presidio in presidio, per dare buoni conforti a tutti i cuori, e da tutti ricevere il giuramento. Indi andossi a chiudere in Hennebon-sur-Mer, terra assai grossa e ben affortificata, per aspettarvi, non intermettendo gli apparecchi della difesa, le novelle che dovevano esserle mandate dall'Inghilterra.
I signori francesi intanto, capitanati da monsignore Carlo di Blois, e avendo per maresciallo messer Luigi di Spagna, lasciato un convenevol presidio in Nantes, erano andati a porre l'assedio intorno alla citt di Rennes, la quale se fu assalita ferocemente, fu altres con pari animo difesa. Vero  che i borghesi col processo del tempo avendo preso a noia un mestier che non era loro proprio, risolvettero di aprire la citt all'inimico, malgrado la volont del governatore. Il quale clto da essi di nottetempo all'improvvista dentro il castello, lo gittarono in una prigione: poi inviati prestamente a monsignor Carlo di Blois messi, gli fecer proporre di dargli in mano la terra al solo patto che tutti coloro i quali seguitavan le parti della contessa di Monforte potessero andarne salve le vite e le anella. La proposta era troppo vantaggiata perch Carlo di Blois non dovesse accettarla. Per essendo i messaggieri ritornati in Rennes colla capitolazione fermata, i borghesi, i quali erano i pi in numero, e signori del tutto, la pubblicarono, offerendo, dalla parte di Carlo di Blois, a Guglielmo di Cadoudal qual ricompensa fosse per essergli pi a grado se consentiva di passare alla parte francese. Ma il nobil Brettone niuna cosa volle accettare, e solo domand dai borghesi che avevan fallito ai loro giuramenti, le sue armi e il suo cavallo. Indi uscito della citt coi pochi valorosi che gli eran restati fedeli, prese la volta verso la citt di Hennebon per andare ad annunziare alla contessa, la quale, siccome abbiam detto, vi si era chiusa dentro, che gl'inimici di lei erano in Rennes.
A quel nuovo successo i Francesi, che gi tenevano il conte di Monforte in loro potere, dandosi a credere che ove avessero potuto avere altres nelle mani la contessa e il figliuolo di lei, la guerra sarebbe senz'altro finita, mossero difilato contro Hennebon; e una mattina verso la met del maggio il gridare che fecer le scolte di quella terra: all'arme, annunziava che i Francesi vi erano presso.
La contessa aveva intorno di s il vescovo di Leone in Bretagna, suo nipote, messer Hervey, il quale gi era stato alle difese di Nantes, messer Yves di Treseguidy, il sire di Landernau, il castellano di Guingamp, i due fratelli di Kirrier, e i messeri Enrico e Oliviero di Pennefort. A quel segnale di guerra tutti corsero in sulle mura, e la contessa, fatto dare nella campana, si di a correre le strade della citt sopra di un cavallo da battaglia, e armata tutta alla maniera di un uomo.
Cos allorch i Francesi si furono approssimati alla terra, non solo la videro ben forte di muraglie e di sbarre, ma tanto bene altres fornita di soldati agguerriti e di capitani prodi, che dovettero arrestarsi dove non potesse giungere il tiro delle armi, e porre i loro alloggiamenti alla maniera di genti disposte a mettere un assedio. In quel mentre alcuni giovani soldati genovesi, spagnuoli e francesi si appressarono alle sbarre per appiccare con que' di dentro qualche scaramuccia se si facessero avanti.
E come quelli non erano gente di poco animo, cos uscirono fuori in numero pressoch uguale agli assalitori, e ricevettero l'urto, che fu con un impeto e furore incredibile fatto in loro con tanta fermezza, e mantennersi per cosiffatto modo, che gli assedianti dopo due o tre ore di combattimento furono obbligati di volgere in ritirata, lasciando particolarmente i Genovesi, che pi di tutti si erano arrischiati, un buon numero di morti in sul campo.
Il d appresso i signori Francesi, ristrettisi a consiglio, fermarono che alla domane farebbero dalle loro genti assaltare le sbarre, onde chiarirsi della prova che sarebber per fare i Brettoni. Gli assedianti infatto verso l'ora di prima saltando fuori dai loro alloggiamenti, si avventarono contro le sbarre. Quei della terra a tale veduta, spalancate le porte, corsero animosamente a difendere le opere esteriori. La mischia cominciossi ben tosto, e dur colla furia istessa del d precedente da ambe le parti fino all'ora di nona, in cui i Francesi, rispinti alla perfine una seconda fiata, dovettero mettersi in volta, lasciando nel luogo della battaglia un numero grande di loro morti, e un numero grande pure altrettanto di feriti conducendo via con s. La quale cosa avendo veduta i signori Francesi, i quali tutti si erano appostati fuori del campo per riguardare come uno spettacolo quell'abbattimento, entrarono in una collera maravigliosa, e comandarono alle loro genti di dovere con uno sforzo d'uomini freschi rinnovellare l'assalto.
Dall'altra parte quelli di Hennebon, incuorati sovra ogni stima da un primo successo, si calarono di nuovo al combattimento con grande animo e buona speranza. Di che e quelli nell'assaltare e questi nel difendere facevano ogni lor prova migliore. La contessa, la quale era salita sovra di una torre per giudicare cogli occhi propri del come i suoi combattessero, vide che tutti i signori Francesi si erano, come abbiam detto, tratti fuori dai loro alloggiamenti per essere pi presso al luogo della battaglia. Allora ella, discesa gi dalla torre, e dato di piglio prestamente al suo cavallo, adun trecento uomini, i pi valorosi e meglio armati che si avesse, e saltata fuori con essi per una porta non combattuta dagli inimici, diede una larga volta, e riusc dietro agli accampamenti dei signori Francesi. I famigli e i paggi che vi erano a guardia, sbigottiti fuggirono. Perch i cavalieri brettoni, entrativi dentro senza contrasto con una fiaccola che ciascuno portava accesa, appiccarono il fuoco alle tele delle tende e al legname delle trabacche, e in meno che non si dice ogni cosa fu in fiamme. I signori Francesi, che videro un gran fumo levarsi dal loro campo, e intesero il grido di: Siam traditi! Siam traditi! lasciato tostamente il combatter la terra per riparare a quell'assalto inopinato, e corsi precipitosamente nei loro alloggiamenti, videro la contessa colle sue genti che si fuggiva verso di Auray; e ci ella aveva pensato anticipatamente di fare, avvisando ben a ragione che scoperta che fosse, le sarebbe cosa al tutto impossibile di riguadagnare Hennebon.
Ben facile riusc a messer Luigi di Spagna di avvedersi quanto debole fosse lo stuolo che aveva nell'esercito intero gittato quel grande sbigottimento, e montato a cavallo con circa cinquecento uomini, si mosse per dargli la caccia, ma indarno. Perocch la contessa co' suoi aveva avuto gi troppo vantaggio della via, e il maresciallo appena pot aggiungere e tagliare a pezzi o avere prigioni alcuni de' brettoni, che per essere male a cavallo non avevano potuto tenersi uniti col grosso del loro drappello. Quanto alla contessa pervenne sana e salva con forse dugento ottanta della sua compagnia al castello di Auray, il quale dicevasi essere stato edificato dal re Arturo, e dove gi era buona guardia.
I signori Francesi riscossi che si furono da quella sorpresa che gli aveva lasciati senza alloggiamenti, risolvettero di piantarne di nuovi pi presso alla terra. Abbattuta per questo effetto poco meno che un'intera foresta, la quale si trovavano avere vicina, cominciarono a fare baracche, gridando ai terrazzani di Hennebon di dover andare cercando la loro contessa che erasi perduta. Nella citt infatti non vedendola ritornare, i pi si davano a pensare che le fosse occorso qualche sinistro, e gi cominciavano a entrare in una grande inquietudine. E la contessa, che ottimamente giudicava del travaglio e scuoramento in cui doveva averli gittati l'assenza sua, raccolti intorno di s tutti gli uomini d'arme che riputava non necessari alla difesa di Auray, e lasciativi capitani del presidio Enrico e Oliviero signori di Pennefort, nei quali ella sapeva di poter mettere intera la fede sua, usc del castello con circa cinquecento buoni cavalli verso la mezzanotte; e costeggiando col favor delle tenebre e in grande silenzio il campo francese, riusc, senza dare alcun sentore del suo passaggio, a quella porta istessa per la quale dapprima era uscita. La notizia del suo ritorno sparsa subitamente per la citt cagion un giubilo universale, e levossi il rumore delle trombe e de' tamburi s alto, e and s di lunge, che gli assedianti, riscossi improvviso con grande sbigottimento, credettero di essere assaltati nel campo, e si fecero porre indosso le armi.
Dopo un poco per chiariti che nulla era di quello che avevano sospettato, poich erano cos presti e apparecchiati di ogni cosa, si furono risoluti di tentare un novello assalto; e quei della terra, cresciuti gi d'animo mirabilmente s pei successi passati e s per l'insperato ritorno della loro signora, l'accettarono pi volontieri che mai; tantoch i Brettoni gi eransi calati alle sbarre quando vi giunsero i Francesi. N le cose ebbero quella volta un evento diverso dalle precedenti; perocch ai signori Francesi dopo un combattimento che aveva durato ferocemente dallo spuntare del giorno fino a un'ora dopo il meriggio, fu mestieri di ritirarsi, tanto a tutti riusciva evidente che il continuare pi innanzi era un far ammazzare le loro genti senza alcun frutto.
Fu allora preso un novello consiglio, e poich non era tra loro difetto d'uomini, ma sibbene di strumenti da guerra, risolvettero che in due si spartisse il loro stuolo; che una parte governata da monsignore Carlo di Blois, andasse a osteggiare Auray, e che l'altra restasse davanti Henneben, ai comandi di messer Luigi di Spagna per operarvi efficacemente, giunti che ivi fossero i dodici grandi ingegni che si erano lasciati indietro a Rennes, e ai quali prendere avevano col spedita una compagnia.
Nel d stesso fu fatto secondo che erasi ordinato. Monsignor Carlo di Blois, levatosi da campo, part per Auray, e messer Luigi di Spagna rimase davanti alla terra per campeggiarla dalla larga, infino a che le macchine di guerra non gli fossero pervenute. A pervenirvi penarono bene otto d. Gli assedianti non avvisando il perch dovessero i loro nemici starsi cos senza fare pi nulla, dall'alto delle muraglie schermivano duramente la loro poltroneria, ma all'appressarsi finalmente alle mura di quelle mobili torri e di quelle macchine sterminate, furono chiariti di ci che si preparava contro di loro.
I Francesi, senza punto indugiarsi, collocati que' loro ingegni laddove si conveniva, cominciarono a far cadere nella citt una siffatta tempesta di pietre, che non solamente ne rimanevan schiacciate le persone per le contrade, ma ne venivano altres guaste sconciamente le case. Quel grande animo che avevano in sulle prime mostrato i cittadini cominci allora a venir meno; e il vescovo di Leone, che siccome uomo di chiesa era naturalmente men caldo alla difesa, di quelli che avevan per proprio mestiero le armi, si diede a insinuare negli animi de' borghesi pi prudente cosa essere di trattare con monsignor Carlo di Blois, che di voler continuare una guerra, nella quale avevano contro un signore cos possente com'era il re di Francia. Or come per l'ordinario i consigli meno animosi trovano nelle moltitudini facile accoglimento, incominciossi a mormorar sordamente; poi a favellare ad alta voce di trattato e di capitolazione; tanto che il romore ne giunse fino alle orecchie della contessa, la quale aspettando da un momento all'altro che arrivassero d'Inghilterra i soccorsi promessi, supplic i signori e i borghesi a non voler prendere almen per tre d alcuna deliberazione. Lo sgomento per messo nell'universale dal vescovo era s grande, che a quegli uomini istessi i quali aveano preso giuramento di difendersi fino alla morte, parve lunga in eccesso la dilazione richiesta.
La notte ne and tutta quanta in disputazioni tra quelli che mantenevano doversi consentir la domanda, e quelli che volevano per la mattina seguente si trattasse coll'inimico; e certamente se in quel mezzo fosse ai Francesi caduto in mente di dare un assalto, ben di facile avrebbero potuto aver nelle mani una citt che gi costava loro s caro. Ma le cose per loro dovevano avere l'effetto istesso, perocch l'avviso del vescovo aveva prevaluto, e non avanzava pi altro che di fermare la scelta dei messaggieri da doversi inviare a messer Luigi di Spagna, quando alla contessa, la quale erasi ritirata nelle sue stanze, incerta, non che d'altro, se la lascerebbero andarsene libera dalla citt col suo figliuoletto, venne veduto, riguardando per una delle finestre, il mare tutto coperto di legni. A quella vista, gittato un grido di gioia, corse al balcone del suo palazzo, e al popolo e agli uomini d'arme di cui era piena la sottoposta piazza, cos favell:
Miei signori, non fa pi luogo il parlare di trattati n di capitolazioni: ecco appunto che ci arriva il soccorso che vi avea promesso, e se non date fede alle mie parole, potrete essere certificati da' vostri occhi propri guardando d'in sulle mura inverso il mare.
Appena quella sfidata moltitudine ebbe dall'alto de' merli e dalle finestre scorta l'armata, che forte di ben quaranta navigli tra grossi e piccoli, tutti beni incastellati traeva di filo al porto, riprese i perduti spiriti, anzi per uno di que' ripetii pur s frequenti negli animi volgari, ella si trasport contro l'idea che il vescovo di Leone avea lasciata apparire. Per entrato egli in sospetto di quello che gli poteva intervenire, guadagn in tutta fretta, col nipote suo Erveio di Leon, una porta della citt, e recatosi tostamente davanti a messer Luigi di Spagna, gli annunzi i soccorsi che s opportunamente eran giunti agli assediati. La contessa, poich vide i legni essere scorti nel porto, discese ad incontrare coloro che glieli avevano condotti, i quali in quella occasione, meglio ancora che come alleati, le giungevano salvatori.
Per i signori Inglesi erano stati apparecchiati nel castello gli appartamenti, e gli arcieri furono ricettati nella citt; ma le accoglienze furono e liete e con segni di pari riconoscenza s a quelli, che a questi. Ognuno fece a' suoi ospiti quella festa che seppe e pot migliore, e il banchetto ordinato dalla contessa per la domane fu degno ugualmente di chi lo dava e di chi doveva riceverlo. Messer Gualtiero di Mauny, il qual era altrettanto gentil cavaliero presso le dame, che prode in armi contro il nemico, accett con allegro animo l'invito cortese, e la contessa, non men lusinghiera come donna, di quel che fosse avventurosa nei rischi guerrieri, fece a' signori Inglesi gli onori della sua tavola con s bei modi, che e' dovettero aversi in luogo di una buona fortuna l'aver valicato il mare per dare soccorso a una s graziosa alleata.
Finito il pranzo, la contessa fece salire i suoi convitati sovra di un'alta torre, e da cui poteva vedersi tutto il campo de' Francesi, i quali, siccome non cessavano di avventar pietre, che facevano della citt uno strazio miserabile, cos la contessa non seppe tenersi che non lasciasse apparire di fuori la piet grande che le dava quel tanto patire de' poveri cittadini per lei. Gualtiero di Mauny, vedendo il forte dolore che la stringeva, e desideroso di farsi vedere il pi tosto possibile degno della ospitalit ricevuta, voltatosi ai cavalieri inglesi e brettoni:
Non vi sentite voi, disse, cos com'io sento, la brama e la volont di andare ad abbattere quella maledetta macchina da cui riceve una s gran noia la bella dama che ci fa s nobili accoglienze? Se cos , miei signori, basta una sola vostra parola, e la cosa sar fatta.
Per la Nostra Signora di Guerrande, voi favellate a maraviglia, monsignore, risposegli messer Ivone di Treseguidy, e quanto a me, certo non fallir a questa prima impresa.
N io pure, grid il sire di Landernau, e non si dovr punto dire che voi abbiate passato il mare per fornir soli le nostre bisogne. Mettetevi dunque all'opera, monsignore, e noi d'ogni nostra possa vi seconderemo.
I signori Inglesi accolsero con non minor allegrezza la proposta del loro capo, e si ritrassero alle loro stanze per prepararsi. La contessa volle colle mani proprie armare Gualtiero di Mauny, il quale accett quell'atto di singolar cortesia con grande riconoscenza. E fu in punto ben forse pi presto che non si pensava; perocch la contessa aveva di perizia nella scienza dell'armi quanto il pi nobil paggio e il pi destro degli scudieri.
I cavalieri come furono in assetto, presi con s trecento arcieri eletti fra i pi abili, si fecero aprir la porta a cui era pi presso una delle macchine inimiche. Appena fu essa aperta, che gli arcieri, sparpagliatisi per la campagna, si diedero a trarre frecce colla loro consueta destrezza. I loro colpi erano cos bene diretti, che quelli fra i guardiani delle macchine che non presero la fuga, caddero trafitti dalle lunghe frecce degli inimici a pi di quelle. Dietro gli arcieri venivano i cavalieri, i quali con loro accette e spadoni a due mani ebbero in poco d'ora messo in pezzi il maggiore e pi dannevole di quegli ingegni, e coperti gli altri di materie infiammabili, vi appiccarono il fuoco. Spronarono essi poscia, e con tanta celerit, che furon nel mezzo del campo nemico, gettando contro le baracche e le tende fiaccole accese, innanzi che i Francesi avessero il tempo di accingersi alla difesa; e il fuoco si fu appreso, e in tante parti a un tempo stesso cos tostamente, che dal chiarore e dal fumo levatosi, quei della terra, senza bisogno di altri avvisi, furono quasi nell'atto medesimo certificati del buon successo che aveva l'impresa.
N i cavalieri inglesi e brettoni cercavan di pi. Perch postisi in buona ordinanza, gi si erano volti in ritirata, quando si videro venire rapida addosso una banda di Francesi, i quali, armatisi in tutta fretta, erano accorsi, provocandoli con grandi clamori alla tenzone, per inseguirli. Essi per, anzich aspettarli, spronavano duramente i loro corsieri; ma Gualtiero, fattili arrestare con dire che non vorrebbe giammai dalla sua bella essere salutato col dolce nome d'amico, se innanzi di entrar nella terra non avesse abbattuti alquanti degli audaci che si erano messi alla caccia di lui per quella maniera, volt la faccia indietro con alta la spada, e si mosse dirittamente contro di quelli. Il medesimo fecero i due fratelli Leynondal, messer Ivone di Treseguidy, messer Galerando di Landernau e alquanti altri, e quell'affronto divenne ben tosto una giusta battaglia; perocch accorrendo del continuo altri uomini dal campo francese in aiuto de' loro compagni, e subentrando nel luogo di quelli che erano feriti o morti, tenevano rinfrescata la fazione, e la facevano ognora pi grossa. La qual cosa veduta Gualtiero di Mauny, per non mettere a una perdita certa i suoi compagni, fece sonare la raccolta, la quale eseguirono con s buon ordine, che tra i molti Francesi, i quali si lasciarono addietro tagliati a pezzi, ben pochi erano rimasi dei loro. Pervenuti poich e' furono alle fosse e alle sbarre, voltarono i visi per dar tempo ai loro arcieri, sparsi per ogni parte, di rientrare nella citt. I Francesi allora vollero inseguirli, ma quella parte degli arcieri che erano restati dentro la terra, accorsi prestamente in sulle mura, avventarono una tale tempesta di frecce contro di loro, che dovettero pure di forza ritirarsi alla loro volta, lasciando in sul campo gran numero d'uomini e di cavalli. Per la qual cosa i Brettoni poterono ritrarsi tranquillamente dentro le sbarre, e giunti a pi della scala che metteva al castello, vi trovarono la contessa, la quale volle colle sue mani proprie torre loro dal capo le celate, e a tutti diede un bacio in segno di ringraziamento pel grande aiuto che le avevano recato.
Gli assedianti, considerando che per i soccorsi arrivati ai loro nemici, e colle macchine da guerra disarmate com'erano, si faceva del tutto impossibile di avere quella citt, risolvettero la notte istessa di levare l'assedio, e di andarsi a mettere con messer Carlo di Blois. A quel partito diedero effetto la mattina seguente in fra le grida e gli scherni de' Brettoni e degli inglesi; e giunti che furono al castello di Auray, informarono di quello che loro era intervenuto campeggiando Hennebon, e della necessit in cui si erano riputati di cessare quell'assedio, monsignor Carlo di Blois. Il quale, giudicate assai buone le loro scuse, e non si trovando quivi di aver bisogno dell'opera loro, li mand, sotto il governo di Luigi di Spagna, costeggiare la terra di Bignan, la quale si teneva per la contessa.
Messer Luigi dunque si mise in cammino colla sua cavalcata; ma avendo verso l'ora del mezzod riscontrato in sulla sua strada il Conquest, buona terra alla divozione del conte di Monforte, la quale aveva per castellano un cavaliere di Lombardia, destro e animoso battagliero, nomato Mansion, non volle passarle davanti senza averla tentata. Dato ordine per conseguente di fare alto, dispose ogni cosa per un assalto. Que' di dentro dall'altra parte non punto per questo impauriti, lasciati i nemici accostare alle muraglie, seppero difendersi tanto virtuosamente, che gli assalitori al sopravvenir della notte non avevano fatto ancora alcun frutto. Per la qual cosa messer Luigi, fatta sonar la ritratta, accamp le sue genti tutto all'intorno del forte.
Il castello di Conquest, non essendo discosto che poche leghe da Hennebon, la notizia di quel tentativo pervenne ben presto a Gualtiero di Mauny. Il giovin cavaliere, chiamato intorno di s i suoi compagni, li richiese se l'andare addosso a messer Luigi di Spagna e forzarlo a levarsi da campo non pareva loro una nobile avventura. Il loro avviso fu che niuna impresa poteva esser a loro pi gloriosa n pi onorabile; e postisi alla via la sera medesima, a guida del loro arrischiato capitano, tanto cavalcarono, che in sulla nona del giorno appresso furono sotto del forte. Ma era gi troppo tardi; perocch fino dal d precedente esso era stato preso e il presidio morto; e messer Luigi aveva continuato l'andar suo verso Bignan, lasciando nel luogo conquistato un castellano con sessanta buoni compagni d'arme che lo guardassero.
Pe' signori Inglesi pertanto il fine della impresa era fallito, e si ragionava fra loro di tornarsene ad Hennebon. Gualtiero di Mauny per non fu di quella opinione; e dichiarato esser venuto quivi di troppo lontano per andarsene cos senza almeno aver assaggiato di che fatte genti fossero nel castello, di una corsa intorno di esso, e veduta l'apertura per la quale messer Luigi di Spagna vi era entrato il d avanti, e che dal nuovo presidio non aveva ancora potuto esser chiusa, mise il pi a terra, e confortati i suoi compagni a dover fare il medesimo, si avventarono di conserva, affidati i loro cavalli alle mani degli scudieri e dei paggi, contro quella ruina. Que' del presidio si fecero loro incontro per ributtarli: ma troppo erano inferiori di numero e di coraggio. E difatti in meno di un'ora Gualtiero di Mauny pot entrar nel castello per quel pertugio istesso che vi aveva aperto Luigi di Spagna, facendo passare a filo di spada i vinti tutti, salvo sol dieci, i quali furono ricevuti dai signori Inglesi a merc. Venuta poscia la sera, avvisando Gualtiero essere quel piccol luogo difficile a conservare, riprese la via per alla volta di Hennebon, non vi lasciando a guardia che i cadaveri delle due guernigioni.
Al suo ritorno trov esser giunto in Hennebon il conte Roberto di Artois, il quale durante l'assenza di lui vi aveva sbarcato con un nuovo rinforzo. Ci aveva ordinato il re Edoardo, che nella Bretagna intendeva di rappiccare contro Filippo di Valois, suo inimico, la guerra che a suo grande rammarico era stato costretto di intermettere in Fiandra.
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Capitolo 18.
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Edoardo si travagliava intanto perch avesse quel pieno adempimento istesso che per la contessa di Monforte la promessa ch'egli aveva data alla bella Alice. L'effetto ottenuto dal messaggio di Guglielmo di Montaigu era stata a conchiusione di una tregua di due anni tra il re Davide e lui, e fra le condizioni di quella tregua accordato il ritorno in Inghilterra del conte di Salisbury. Il re Davide Bruce insistette presso Filippo di Valois con tanto pi di calore per la libert di quel prigioniero, che doveva avere lo scambio con Murray, uno de' quattro baroni di Scozia a cui egli teneva debito del regno riconquistato. Per quanta importanza dunque il re Filippo credesse avere il suo prigioniero, non pot disdire le istanze del suo alleato, e verso il finire di maggio, intanto che Guglielmo di Mauny conduceva a compimento con quella prosperit che abbiamo contato le sue imprese, il conte di Salisbury aveva licenza di tornarsene in Inghilterra.
Grave sopra ogni stima al cuore di Edoardo era tornato il richiamare il conte; n gli consentendo la sua gelosia di lasciarlo per lunga pezza nel castello di Wark, gli mand che dovesse senza indugi recarsi a lui in Londra, sotto colore di un affare di grande momento che aveva da confidargli. Invitavalo altres nel tempo medesimo a menar seco la bella Alice moglie sua, la quale aveagli data promessa d'intervenire alle feste che in fra poco doveansi celebrare a Windsor, se per avventura vi fosse condotta da suo marito. Non avendo il conte sospizione alcuna, n giudicando Alice che le stesse bene di sturbar l'animo del marito, quanto pi ella si sentiva sicura di s medesima, si misero di compagnia in viaggio secondo che ne eran richiesti.
Edoardo rivide Alice con sembianti di una cos ben simulata indifferenza, ch'ella si pens o che egli avesse posto in obblio l'amore gi preso di lei, o che ne lo avesse guarito la disperazione di averne giammai effetto alcuno. Oltre di ci, affine di trarle dell'animo ogni sospetto, avevale offerto stanza nel proprio palagio e fra le damigelle della regina; e Alice aveva accettato con tanto maggiore fidanza l'offerta, quanto pi erano pressanti le istanze che gliene aveva fatte madama Filippa, lieta meravigliosamente di rivedere la sua amica; e vi si era acconciata coll'animo sgombro da qualsivoglia sospetto.
La commissione deputata al conte di Salisbury chiariva che il re lo aveva in tutta la grazia di prima, perocch egli lo aveva nominato governatore sopra i prigionieri di conto arrivati di fresco in Inghilterra, e sostenuti nel castello di Margate, fra i quali erano principali Oliviero di Clisson, messer Gottifredo di Harcourt e messer Erveio di Leon (preso alcuni d innanzi dopo la sua passata dai servigi del conte Monforte a quelli di Carlo di Blois), e sovra i quali egli aveva fatto fondamento a certi suoi disegni. Il conte dunque avute le debite istruzioni, part.
Il re pertanto essendosi posto nell'animo di ritornare in essere e in fiore la nobile instituzione della Tavola Rotonda, donde uscirono tanti virtuosi cavalieri, che di loro nominanza riempirono il mondo, faceva riedificare il castello di Windsor, edificato gi alla prima dal buon re Arturo. A celebrazione di un tale ristauramento egli avea ordinato un torneo e feste, ed aveva per conseguente inviato araldi in Iscozia ed in Alemagna per pubblicarvi che qualunque, amico o nemico, fosse cavaliere, potesse recarsi a spezzare una lancia all'onore della sua dama nella giostra di Windsor. Un siffatto invito dalla parte d'un principe tanto possente dovette, come di facile ognuno immagina, mettere in gran moto tutta la cavalleria. Dalla Scozia infatti, dalla Francia e dall'Alemagna vedevansi giungere, quasi inviati di tutta la nobilt del mondo, i pi prodi campioni di quella stagione. Alcuni di loro si erano gi riscontrati in sui campi di battaglia, e sapevano quale stima dovessero fare gli uni degli altri; ma i pi non si conoscevano che per rinomanza, e ci faceva in loro pi ardente la brama di vedere la virt loro alla prova.
All'arrivar che facevan di mano in mano andavano a farsi scrivere ai giudici del campo o sotto il nome proprio, o sotto quale altro amavan meglio di prendere, e il d appresso ricevevano dal re Edoardo un presente quale si conveniva al loro nascimento, ovvero al grado che parevan tenere. Il torneo doveva durare tre d, e avere per tenitori del campo il primo d la persona istessa del re Edoardo, il secondo Gualtiero di Mauny, il quale erasi spiccato dalla Bretagna per non fallire a una simile festa, e il terzo Guglielmo di Montaigu, cui il re, secondo la promessa fattagli, aveva armato pur test cavaliere, e che doveva rompere la sua prima lancia sotto gli occhi della contessa. I tre tenitori dovevano accettare il combattimento colla lancia, colla spada e coll'accetta: il pugnale soltanto era vietato.
La vigilia di S. Giorgio, giorno statuito all'incominciamento delle feste, la citt di Londra fu dal romor delle trombe e delle chiarine risvegliata. I cavalieri accorsi dalle diverse parti del mondo a quella grande citt doveano recarsi alle tende, fatte per loro apparecchiare dal re nella pianura di Windsor; perocch impossibil cosa sarebbe stata di albergarvi dentro una s gran gente. Fin per dalle ore otto della mattina tutte le vie della citt che dal castello, o vogliam dire dalla piazza Santa Caterina riuscivano in sulla strada di Windsor, erano tutte coperte di tapezzerie, e giuncato il suolo di foglie. Dai due lati, lungo le case a cinque o sei piedi, erano tirate grosse corde, nascoste da festoni intrecciati di fiori, le quali ne facevano come due viuzze laterali per cui doveva correre il popolo, restando cos il mezzo della contrada aperto a' cavalieri; e le finestre e terrazzi erano per ogni lato a maraviglia calcati di spettatori, le cui teste vedevansi, quasi un campo di mature biade allo spirare di leggier vento, voltarsi ad ogni romore che paresse annunziare l'avvicinarsi de' giostratori.
A mezzod ventiquattro trombe squillando uscirono del castello in fra gli applausi del popolo, a cui esse annunziavano dover finalmente aver luogo lo spettacolo tanto gi da esso impazientemente aspettato. Seguitavano ad esse sessanta corsieri ben forniti di ogni cosa per la giostra, e sopra cui erano scudieri d'onore portanti pennoni intrasegnati delle armi dei loro signori. Dopo gli scudieri venivano il re e la regina, addobbati dei loro regali vestimenti, con in capo la corona e lo scettro in mano, e nel mezzo di loro, sopra un bel palafreno, le cui trecce dorate cascavano fino a terra, era il giovinetto principe di Galles, il quale andava ad apprendere nel torneo a trattar quelle armi, che dovevano in processo di tempo coi trionfi di Crecy e di Poitiers acquistargli s chiaro grido nell'avvenire. Dopo di loro cavalcavano sessanta dame, adorne dei pi pomposi abbigliamenti che si avessero, tenendo ciascuna con una catena d'argento un cavaliere armato per la giostra compitamente, e portante i colori di lei; e alla mescolata e senz'ordine alcuno dietro di loro si affollavano, quali a visiera alta, e quali, per non essere conosciuti, a visiera calata, forse un trecento cavalieri tutti coperti di splendenti armadure, con negli scudi intrasegne e divise d'ogni pi varia forma, facendo coda alla comitiva una moltitudine innumerevole di paggi e donzelli, altri portanti in sul pugno falconi incappellati, altri menando a guinzaglio cani aventi in sul collo banderuole disegnate delle armi dei loro padroni.
Quella magnifica assemblea travers la citt tutta quanta di passo ed in bella ordinanza per recarsi al castello di Windsor, discosto venti miglia da Londra; venne, malgrado la distanza, fin l accompagnata da un buon numero di cittadini, i quali dovevano correre a traverso pei campi, non lasciando per loro spazio in sulla strada la comitiva.
Il re, avendo preveduto un simil caso, oltre alle tende assegnate ai cavalieri, aveva fatto piantare come un campo, ove potevano essere alloggiate ben diecimila persone; di che tutti, i signori dentro il castello, i cavalieri sotto alle tende, e il popolo nelle baracche, erano sicuri di trovare un albergo quale appartenevasi alla propria condizione.
La compagnia non giunse che a notte buia a Windsor; ma il castello era per cos fatta guisa illuminato, che pareva un'abitazione di fate. Le tende erano disposte per file, come le case di una contrada, e all'entrata di ciascheduna ardevano enormi torce, le quali spandevano un chiarore come del d. A certi intervalli erano le cucine, donde vedevansi in numero grande cuochi e guatteri arrabbattarsi in cotali particolari, che non erano senza attrattiva per istomachi di genti che dall'ora del mezzod erano state del continuo a cavallo. Ognuno and prima a pigliare la propria stanza, poi il suo posto a cena; e la notte si pass tutta piena di liete grida e di schiamazzamenti. Verso le due ore del mattino seguente i romori di sotto alle tende e per le baracche a poco a poco si venner tacendo, e tutti spegneronsi i lumi che ardevano dentro dalle finestre del castello, salvo di un solo. Era quello della camera ove stava vegliando Edoardo.
Salisbury, giunto la notte stessa da Margate insieme con messer Giovanni di Beaumont, come quello che doveva fare l'ufficio di maresciallo nel torneo, recava prospere novelle. Le sue pratiche presso i prigionieri erano riuscite a buon successo. Oliviero di Clisson e il sire di Harcourt, non che accettassero solamente le proposte di Edoardo, e si facessero inglesi, entravano a lui mallevadori che parecchi signori della Bretagna e del Berry sarebbero per fare il simigliante. Que' signori erano messer Giovanni di Montalbano, il sire di Malestroit, il sire di Laval, Alano di Quiedillac, Guglielmo, Giovanni e Oliviero di Brieux, Dionigi di Plessis, Giovanni Malart, Giovanni di Senedari e Dionigi di Caillac.
Di tali novelle pigli una inestimabile allegrezza Edoardo, il quale vedevasi per quel mezzo aperta una sicura entrata dalla Bretagna in Francia; e come egli non aveva punto messo in dimenticanza il voto preso, e che di quanti lo circondavano, egli solo non aveva potuto per ancora compire, signific a Salisbury tutta la satisfazione che egli riceveva dalla negoziazione di lui. Per terminate che fossero le giostre, Salisbury doveva senza alcuna dimora tornare a Margate per fare ad Oliviero di Clisson e a Gottifredo di Harcourt fermare per iscritto le loro promesse: dopo di che i cavalieri franchi da ogni riscatto dovevano essere lasciati andare in Bretagna.
Anche il lume che mandava la finestra di Edoardo al postutto si estinse, ed ogni cosa intorno fu ridotta nel buio, siccome era gi nel silenzio. Ma quella quiete non doveva durar pi che tanto. Al primo spuntare dell'alba ognuno fu desto e in moto: e le persone del popolo innanzi a tutti, le quali avevan cagione a temere che non fossero presi da altri i tristi stalli che erano stati disposti per loro, senza prendere alcun cibo, e postasi a lato la provvigione per la giornata, corsero alle porte delle sbarre; ed entrate per quelle si precipitarono in quella guisa, vorrem quasi dire, che le acque di un torrente pel proprio letto, dentro agli intervalli lasciati per loro fra la lizza e le sovrapposte logge. I primi a correre erano stati i meglio avvisati, perocch la met appena degli arrivati da Londra poterono avervi luogo: gli altri fatti certi esser vano il loro ostinarsi a voler entrar nel ricinto, si sparsero per la campagna d'intorno, procacciando di salire in alcun luogo rilevato, donde potesse almeno da lungi vedersi quello spettacolo.
A undici ore le trombe annunziarono che la regina (e diciam sol la regina, perocch Edoardo, come quello che doveva essere tenitore del campo per la giornata, gi era nella sua tenda) usciva fuor del castello. Madama Filippa aveva alla sua destra Gualtiero di Mauny, e Guglielmo di Montaigu alla manca, i quali dovevano avere il primo grado ne' tornei de' giorni seguenti: la bella Alice, in mezzo tra il duca di Lancastro e monsignor Giovanni di Analto, andava dietro di loro; e dopo di lei succedevano le sessanta dame del d innanzi accompagnate dai lor cavalieri.
Tutta quella nobile comitiva salse a collocarsi dentro alle logge apparecchiate per quell'effetto, le quali un momento apparvero come un gran tappeto di velluto adorno da un incomparabil tesoro di perle e di diamanti. Madama Filippa e la contessa Alice si assisero l'una rimpetto dell'altra sopra due troni di simil forma, essendo s l'una che l'altra in que' giorni reina: anzi ben pi di una dama avrebbe assai di grado in quella occorrenza scambiato il regno effettivo, se per avventura lo avesse sortito dal nascimento, pel regno che l'altra teneva di ragione dalla propria bellezza.
La lizza avea forma di un luogo quadrato, chiuso intorno da stecconati; a due capi di essa erano le sbarre, per una delle quali dovevano avere il passo i campioni, e per l'altra i tenitori del campo. Nella parte pi estrema verso oriente, sovra di un rispianato, donde per la sua altezza l'occhio poteva signoreggiare la lizza, era stato posto il padiglione di Edoardo, tutto in velluto rosso con ricami d'oro. Di sopra al padiglione sventolava la bandiera reale squartata, con nella prima banda e nella terza i leopardi d'Inghilterra, e nella seconda e quarta i fiordalisi di Francia; ai due lati della porta eran sospesi lo scudo di pace e la targa di guerra del tenitore; e toccando i campioni, o facendo dai loro scudieri toccare o questo o quella, s'intendeva che fossero contenti di venirne solo alla giostra, oppur che volessero combattimento con ferro affilato.
Lungamente avevano i marescialli insistito, perch a patto niuno i campioni non potessero altre armi usare che quelle le quali si appellavan cortesi; e ci con tanto pi di ragione, che dovendo il re essere uno de' tenitori, era a temere che qualche odio personale o tradimento non si venisse a intromettere nella lizza. Se non che Edoardo aveva opposto non essere un cavaliere da sola pompa, ma s uomo da guerra, il quale se avesse per avventura avuto un nemico, gli sarebbe stato assai lieto di potergli offrire quell'occasione di farsegli incontro.
Le condizioni pertanto erano state mantenute intere, e con soddisfazione di tutti, fermo che quando pure quelle giostre avessero potuto mutarsi in combattimenti veri, non sarebbero impedite; la qual cosa, avvegnach ben di raro intervenisse, pure la sola sua possibilit faceva pi vivo il piacere degli spettatori a quella maniera di giuochi. Le donne anzi stesse, poniamo che per ventura una di tali feste si voltasse in una lotta di sangue, non potevano tenersi che per via de' loro pi caldi e replicati applausi non dessero a conoscere il diletto che loro proveniva da uno spettacolo, pericoloso pur sempre, e talvolta fin anco mortale a chi vi si mescolava.
Le altre condizioni del combattimento non diverse dalle consuete, erano le seguenti, cio a dire, che se un cavaliere fosse per avventura dal suo avversario tratto fuor dell'arcione, e non potesse, senza l'aiuto de' suoi scudieri, rilevarsi, si dovesse tenere per vinto; che il medesimo fosse di un campione, il quale combattendo con ispada o accetta tanto indietreggiasse davanti a chi stavagli contro, che la groppa del suo cavallo ne venisse a toccare la sbarra, e che finalmente se la zuffa si facesse tanto feroce che rischiasse di riuscire mortale ai combattenti, fosse ai marescialli del campo facolt di incrocicchiare fra quelli le loro lance, e di cessarla per loro autorit propria.
Allorch le due reine ebbero presi i loro posti, un araldo, trattosi avanti nel mezzo della lizza, lesse ad alta voce le condizioni della giostra. Finito questo, una banda di musici, collocati presso la tenda di Edoardo, fece, a segnale di sfida, echeggiar l'aria del suon di trombe e di chiarine, e a quel suono fu dall'altro estremo del campo risposto con un simigliante da un'altra banda; dopo di che un cavaliere armato di tutto punto apparve entro la lizza. Aveva egli la visiera calata; ma pure alle armi sue che erano d'oro e allo scudo addogato d'argento e di azzurro, fu senz'altro riconosciuto subitamente pel conte di Derby, figliuolo del conte di Lancastro il Torcicollo. Egli si spinse avanti, facendo graziosamente corvettare il suo cavallo finch non fu nel mezzo della lizza. Allora rivoltosi egli verso della regina, la salut abbassando la punta della lancia infino a terra, il medesimo fece, in fra gli applausi della moltitudine, verso la contessa di Salisbury. In quel mezzo il suo scudiere, traversata l'arena e salito sul rispianato, andava a percuotere con una bacchetta lo scudo di pace di Edoardo.
Il quale, uscendo in men che non si dice con tutte le armi sue, eccetto la targa, la quale si fece da' suoi donzelli affibbiare intorno al collo, d'un leggier salto sal in sul cavallo che gli avevano apprestato, ed entr nell'arringo con un fare di s buona grazia e sicurezza, che le grida di plauso addoppiarono. Indossava egli un'armadura veneziana, tutta rabescata di filettini e di laminette d'oro di un andare assai capriccioso, in cui si ravvisava la maniera orientale; nel suo scudo, in luogo delle armi reali, portava una stella velata da una nube con questa divisa: Presente, ma celata. Essendogli presentata l'asta, la prese e la mise in resta: i giudici del campo, vedendo i due campioni esser presti, senza pi ad alta voce gridarono:
Lasciate andare.
I due avversari, spronati a quel grido i loro cavalli, si slanciarono a ruina l'uno contro dell'altro, e si affrontarono in mezzo alla lizza. Amendue avean drizzata la lancia alla visiera dell'altro, e amendue avevano colto il segno; ma l'acciaio non avendo potuto esserne intaccato dalle punte arrotondate, si erano senz'alcun danno oltrepassati. Rivenuti dunque alle loro poste, si avventarono da capo al dato segnale l'uno sopra l'altro, percuotendosi questa volta in pieno le targhe, o vogliam dire nel bel mezzo dei petti. Lo scontro non poteva esser pi aspro; ma cavalieri di quella bont non vuotavan per questo l'arcione. Vero  bene che il conte di Derby perdette dall'un de' piedi la staffa, e la lancia gli usc delle mani; e a Edoardo la violenza del colpo fece volare per l'aria in ischegge l'antenna per siffatta maniera, che appena gliene rimase nel pugno la terza parte; ma egli era restato fermo in sella.
Uno scudiere raccolse di terra la lancia caduta al conte di Derby, e gliela porse; un'altra ne fu recata a Edoardo: di che i due campioni ebbero ben tosto ripreso del campo, armati siccome prima, e si corsero addosso una terza fiata. Di bel nuovo il conte di Derby diresse la lancia contro la targa del suo avversario; ma Edoardo, ripigliando il disegno di prima, tolse di mira l'elmetto del conte. Ancora questa volta s l'un che l'altro diedero un novello saggio della loro desterit e forza, perocch s duro fu l'urto che ne ebbe Edoardo, che il suo cavallo fu di corto arrestato, e si pieg sulle gambe di dietro; ma la sua lancia aveva colto s giusto il mezzo del cimiero al conte di Derby, che stracciando le fibbie che gliele tenevano accomodato di sotto alla gola, gli lasci nuda la testa.
Aveano per quel modo amendue giostrato da destri e valenti cavalieri; ma il conte, o per la stanchezza che lo avesse preso o per cortesia, non volle seguitare pi innanzi la tenzone, e inchinandosi al re si confess per vinto, e si ritir in fra gli applausi ch'erano dati a lui del pari che al vincitore.
Ritrassesi Edoardo nella sua tenda, ma le trombe sonarono di nuovo il segno di sfida, e al loro suono come la prima volta fu risposto dall'altro estremo del campo. Poco stante un secondo cavaliere fu veduto entrar nella lizza, il quale alla corona che gli cingeva l'elmetto fu riconosciuto da tutti per un principe, ed era infatti il conte Guglielmo di Analto cognato del re.
E questa ancora fu piuttosto una gara di onore, che una giostra verace; ma le maraviglie di desterit che i due campioni operarono, erano da dover molto piacere ai pi sperti dell'armeggiare che le riguardavano. Pure nella maniera di quel colpeggiare appariva tanto palese il loro intendimento di fare un giuoco pi presto che un combattimento, che l'effetto di loro fu non dissimile da quello che si proverebbe oggid se in luogo di una tragedia ben passionata che fosse promessa, si vedesse rappresentare una commedia tutta piena di var accidenti con sottil arte insieme intrecciati. Cos fu agevole a intendere alla fine che per grande che fosse il diletto preso dalla folla plaudente, si desiderava alcun che di pi serio che non era stato quel vano, sebbene maestrevol schermire.
Il conte Guglielmo, spezzate che furono da ambe le parti tre lance, usc della lizza, dichiarandosi vinto al modo istesso del conte di Derby; ed Edoardo, mal soddisfatto di quelle troppo facili vittorie, rientr nella sua tenda, e cominciava gi in s stesso a rammaricarsi di essersi dichiarato uno dei tenitori, anzich sotto un nome sconosciuto confondersi in fra lo stuolo degli altri campioni.
Alcuni minuti gi erano scorsi dopo la sonata di sfida, senza che le fosse fatta risposta; la qual cosa diede per un poco a temere che per allora lo spettacolo fosse interrotto. Ma tutto a un tratto s'intese una sola tromba squillando sonare un'aria francese, e accennando che un campione di quella nazione si presentava al combattimento.
Tutti gli sguardi pertanto si volsero subitamente verso la sbarra, la quale aprendosi, diede passaggio a un cavaliere di mezzana grandezza, ma che a giudicarne dal modo suo di portare la lancia e di maneggiare il cavallo, doveva essere altrettanto prode in arme, che forte della persona. In ognuno venne la curiosit di vedere se nel suo scudo non era alcun segno al quale potesse essere riconosciuto. Esso portava in campo rosso tre aquile d'oro ad ali spiegate, posate due e una, e sormontate da un fiordaliso aggiunto di Francia. A quella divisa, che certo non avrebbe a d nostri scoperto a chicchessia chi egli fosse, venne senz'altro riconosciuto dal conte di Salisbury per quel giovine cavaliere che il d dopo la partenza delle genti di Edoardo da Buironfosse, erasi offerto al re Filippo di traversar la palude da cui erano separati i due campi, e che ricercati i luoghi d'intorno, e salito sopra il colle vicino, vi aveva lasciata infitta nel suolo la sua lancia. Il re Filippo, come notammo pi sopra, contento grandemente dell'offerta animosa, e pi contento ancora del modo animoso con che l'aveva messo ad effetto, lo aveva innanzi alla partenza sua armato di mano propria cavaliere, e dopo il suo ritorno gli aveva data la facolt di aggiungere alle sue armi un giglio: il che secondo i termini della scienza gentilizia francese d'allora, appellavasi cucire al capo.
Il giovine cavaliere aveva al suo entrar nell'aringo destato in tutti una curiosit tanto pi viva, che vi si presentava colle sue armi da guerra. N per questo egli pretermise alcuno di quegli atti di cortesia, per la quale aveva fama nel mondo in quella stagione la nobilt di Francia. Giunto nel mezzo della lizza, si arrest, facendo in verso della regina un saluto s della lancia e s del capo, abbassando la punta di quella infimo a terra, e questo inclinando tanto che toccasse il collo del suo cavallo. Facendo indi impennare il cavallo, lo forz di fare, girando sovra i due pi di dietro, un mezzo cerchio; di che riusc in faccia della contessa di Salisbury, la quale inchin della maniera stessa. Dopo di ci con passo n affrettato n lento si mosse (e ci senza fallo per fare maggior onoranza al suo avversario) verso il padiglione ove stavasi Edoardo, e toccata arditamente col ferro della lancia la targa di guerra, scese di nuovo tostamente dentro la lizza, facendo al suo destriero eseguire i movimenti pi difficili dell'arte cavalleresca.
Il re intanto erasi tratto fuori della sua tenda; armato in tutto punto da guerra, e un altro cavallo coperto del pari di una compita armadura si era fatto condurre davanti. N tuttoch potesse fidarsi alla diligenza de' suoi scudieri, omise di considerar tritamente ogni parte del suo arnese, traendo fuori del fodero la spada per essere ben certo che la lama fosse di tempra s buona, come bellissimo erane il pomo. Indi fattasi attaccare al collo un'altra targa, d'un lancio svelto, il pi che fosse consentito di fare a un uomo tutto vestito di ferro, fu in sul cavallo.
L'espettativa era negli spettatori grande. Perocch per cortesia che avesse posta messer Eustachio di Ribeaumont nella sua disfida, appariva non meno a tutti evidente l'abbattimento di questa volta dover essere una vera giostra; e comech la emulazione delle nazioni a cui l'uno e l'altro appartenevano, non fosse in loro aspreggiata da alcuna cagione di privati rancori, ognuno faceva ragione che quello scontro sarebbe pi fiero di lunga che i precedenti. Cos erasi fatto un profondo silenzio allorquando Edoardo and a prendere il campo. Messer Eustachio vedendol venire pose la lancia in resta: il medesimo fece Edoardo, e alle parole Lasciate andare pronunciate con forte voce dai giudici del campo, i due campioni si avventarono l'un contro l'altro.
Il cavaliere pos alla visiera del re, e il re alla targa di quello, ed entrambi s giusto secondo che si eran proposto, che Edoardo ebbe strappato dal capo l'elmetto, nel mentre istesso che la sua lancia percuoteva nel cavaliere con tanta forza, che spezzata un poco al disotto del ferro, restava infitta nell'armadura di lui. Fu alla prima creduto che messer Eustachio fosse ferito; ma il ferro, pur passando l'armadura traverso, se gli era fermo nelle maglie della gorgiera. Ond'egli fatto accorto, dal bisbigliar che levossi d'intorno, della tema che era negli astanti, si trasse da s stesso il ferro, e salut una seconda volta le due regine in prova di non aver ricevuto alcun male.
Il re si fece recare un altro elmo e un'altra lancia, e spiccatisi i due cavalieri l'uno dall'altro, eran tornati al punto donde s'erano mossi. Datosi dai marescialli un nuovo segnale, i due campioni, proponendosi questa volta lo stesso segno, si percossero nel bel mezzo del petto. Il colpo fu di tanta violenza, che i due cavalli ne levaron le zampe davanti; ma i cavalieri, quasi colonne di bronzo, ne rimasero saldi in sella; le due lance come fossero state di fragil vetro, ne andarono in minuti pezzi fin tra gli spettatori. Gli scudieri allora recarono ai due combattenti altre lance, colle quali, voltati l'uno e l'altro indietro a prender del campo, si apparecchiarono a un terzo assalto.
N pot il nuovo segnale essere dato s prestamente, che ai cavalli, i quali a cos dire partecipavano ai sentimenti dei loro padroni, non giungesse pur tardo. Messer Eustachio per la terza fiata volle ritentare lo stesso colpo; Edoardo invece appuntando colla sua lancia la visiera del suo avversario, la colse s giusto, che di netto gli lev la celata del capo. Ma la lancia per anco di questo aveva s duramente urtato nel petto di Edoardo, che il cavallo di lui ne dovette porre le groppe infino a terra; di che la pettiera essendosi rotta, la sella ne gli scorse gi di dosso tanto, che Edoardo se ne trov scavalcato del tutto, ma in pi. Il cavaliere balz gi tostamente del suo cavallo, e vedendo Edoardo essersi gi libero dalle staffe, trasse incontanente la spada, coprendosi collo scudo la testa; ma Edoardo gli fece intendere non essere per continuare la tenzone se egli non pigliasse un'altra celata. Messer Eustachio fece secondo il volere del re, il quale pur trasse allora la spada del fodero.
Due scudieri per innanzi che da capo ne venissero alle mani, menarono loro due cavalli dall'una delle sbarre, e due donzelli intanto ricogliendo di terra le lance che eran cadute spezzate di mano ai combattenti, sgombraron la lizza. Dopo di che gli scudieri e donzelli essendosi ritirati, i giudici del campo rinnovellarono il segnale.
Edoardo non aveva alcun uomo d'arme in tutto il suo reame che lo vincesse di vigoria. Perch messer Eustachio dovette comprendere, dalle prime botte che ricevette, essergli mestieri di usar tutta per quanta fosse la sua forza e maestria. Per egli, il quale, siccome provano le cose raccontate pi sopra, e fan fede le cronache, era un de' pi prodi cavalieri di quella et, non fu punto sopraffatto dal rovinoso quanto spesso tempestar di que' colpi, e facendo ad essi risposta, con grande animo e pari fortezza conferm Edoardo nella opinione di gi concetta ch'egli aveva a petto un avversario degno di lui.
Del resto gli spettatori non avevan punto perduto per quegli indugi, e ci che stava per operarsi davanti a loro questa volta era un vero combattimento. Le due spade, nelle quali riflettevasi il sole, parevan di fiamma viva, e i colpi eran parati e renduti con tanta prestezza, che sarebbe stato impossibil cosa il discernere quando eran percossi gli scudi, gli elmi o le corazze, se non fossero state le scintille che ne traevano. I due campioni procacciavan di percuotersi alla testa; di che la celata di messer Eustachio aveva gi perduto il pennacchio, e da quella di Edoardo era caduta in pezzi la corona di gioie che la cingeva. La spada di questo si cal finalmente sopra l'elmetto di messer Eustachio con tanta forza, che per di buona tempra che fosse, gli avrebbe spezzato il capo, se non avesse parato a tempo collo scudo. Per il terribil fendente tagli per mezzo lo scudo come fosse stato di cuoio, e dalla scossa rimase spezzata una delle guigge, onde messer Eustachio, gittato via da s quella parte di esso che ancora gliene era restata al braccio, e divenutagli un inutile impaccio, strinse con ambo le mani la spada e ne port al cimiero del suo avversario una botta s dura, che la lama and in pezzi, e non gli rest nelle mani che il solo pomo.
Il giovin cavaliere allora si trasse indietro di un passo per domandare al suo scudiere un'altra spada; ma Edoardo, levata prestamente la visiera, mosse ver lui, e presa la propria spada di verso la punta, la offerse al suo avversario, dicendo con quella grazia che eragli propria in simili occasioni:
Messere, non vi piacerebb'egli di accettar questa? Siccome Feragutte, ho sette spade ai miei servigi, e tutte meravigliose di tempra. Or come sarebbe un'assai sconvenevol cosa che un braccio di tanta virt e gagliardia quanta  pure nel vostro, non avesse un'arma di sicura bont, pregovi, messere, che vi prendiate questa, e cos ripiglieremo il combattere con pi di uguaglianza.
A quelle parole messer Eustachio, alzata pur la visiera di sopra ell'elmo:
Io, rispose, l'accetto, monsignore; ma non piaccia a Dio mai che voglia provare il taglio di s bell'arma contro chi me l'ha data. Mi riconosco dunque, sire, per vinto, s dalla vostra prodezza e s dalla cortesia vostra; e questa spada mi diventa cosa di tanto pregio, che fo giuramento su di essa e per essa, che giammai in torneo n in battaglia non la render ad altri che a voi. Ora un'altra grazia, sire, cio che vogliate condurre il vostro prigione presso della reina.
Stese Edoardo la mano al giovin cavaliere, e con lui mosse fra gli applausi di tutti gli spettatori verso il trono di madama Filippa, la quale, spiccatasi dal collo una catena d'oro bellissima, ne leg la giuntura di una mano al vinto in segno di schiavit, e dichiar di non volere per que' tre giorni altro schiavo che lui. Per conseguente sel fece sedere a' piedi, tenendo il capo della catena in mano; ed Edoardo, ritornato al suo padiglione, e messasi in testa un'altra celata, comand che da musici si sonasse di nuovo a disfida. Ma le chiarine delle sbarre o fossero rattenute da rispetto, oppure da tema, ai tre segnali che furono dati non fecer risposta. Allora gli araldi, girando per la lizza tutto all'intorno, gridarono.
Largit, cavalieri, largit!
Una pioggia d'oro cadde dai gradini dentro allo steccato.
Del resto, essendo gi molta parte del giorno scorsa, e prossima l'ora della cena, i marescialli levarono le loro lance guernite di banderuole, divisate delle armi d'Inghilterra e delle loro proprie; il che era avviso la prima giostra essere finita. Le bande dalle due sbarre sonarono la ritratta, e il corteo si mise alla via verso il castello.
Gli onori della cena pe' cavalieri inglesi e forestieri furono fatti da Edoardo, e dalla regina per le dame e damigelle separatamente; ma e le dame e i cavalieri passarono dopo la cena in una gran sala comune, dov'erano preparati per sollazzarli, giullari in numero grande e musici e menestrelli.
Il re diede principio alla danza colla contessa di Salisbury, e la regina con messer Eustachio di Ribeaumont. Maravigliosa era in Edoardo l'allegrezza per avere ottenuti e come re e come cavaliere i supremi onori della giornata, e ci nel cospetto della donna ch'egli amava. Alice altres, messa gi ogni sospizione, si lasciava andare al piacer della danza con tutto quell'abbandono che  proprio della giovent felice; e Edoardo, facendo il pro suo di quella confidenza, ora stringeva come per inavvertenza la mano ch'ella gli stendeva, ora toccava colle labbra i capelli ondeggianti di lei, inebbriandosi per tal modo a quella sottile ma irresistibil virt, la quale si raggia dalle donne nella caldezza del ballo.
In quel rapido e folto rigirar di figure nella intrecciatura della danza, una legaccia di raso color di cielo e ricamata d'argento, cadde alla contessa di Salisbury senza che ella se ne avvedesse. Edoardo con subito atto si chin per raccorla di terra; ma non pot essere tanto presto, che agli occhi dei circostanti andasse celato il ratto ch'egli aveva sperato di farne; e tutti sorridendo si ritrassero indietro: perch avendo Edoardo da quella ritirata cortigianesca inteso che il suo pensiero era indovinato, allacciossi quel nastro d'intorno a una gamba, dicendo:
"Sia svergognato colui che pensa male." Questo incidente diede nascita all'ordine della Giarrettiera.
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Capitolo 19.
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Il d appresso, all'ora istessa che al precedente, la lizza era apparecchiata, i palchi e gli stalli tutto all'intorno calcati di spettatori, e i marescialli del campo al loro luogo. Non ci aveva altro di cambiato che l'addobbo della tenda, il quale appariva assai pi semplice, ma in una altres pi guerriero, e lo stendardo che ventilava sopra di essa, avea non pi le armi di Francia e d'Inghilterra in campo rosso, ma sibbene in campo verde una banda a strisce d'oro. Tenitore per quella giornata doveva essere, come gi ricordammo, messer Gualtiero di Mauny, la cui virt in arme ben conosciuta, prometteva agli astanti nobilissime prove di valentia.
Molti infatti che il d innanzi non si erano arditi di provarsi col re, si eran proposti di dare mostra di s in questo, ma i giudici del campo non aveano registrato che dieci nomi, facendo ragione che fosse gi assai per un sol tenitore di star contro a dieci avversari. Vero  che quei avevano dovuto essere tratti a sorte, perocch ben pi di cento si erano offerti di far lor prove colle armi alla mano; e di tutti i loro nomi, gittati in un elmo, erasi accordato che i dieci primi sortiti otterrebbero la preferenza di combattere secondo l'ordine onde venissero tratti. Il conte di Merfort, il conte di Arondel, il conte di Suffolk, Rogero conte di Mark, Giovanni conte di Lisle, sir Gualtiero Pavely, sir Riccardo Fitz Simon, lord Holland, sir Giovanni lord Grey di Codnore, e un cavaliere sconosciuto che si era fatto scrivere sotto il nome del Giovane Avventuroso, furono i campioni dalla sorte privilegiati.
Gualtiero di Mauny mantenne l'alta nominanza che si era venuta acquistando: perocch cinque de' suoi avversari vuotaron l'arcione; a tre fu tratto di testa l'elmo, e un solo, il conte di Suffolk, seppe mantenersegli a fronte con virt pressoch uguale.
Venuta la volta del cavaliere sconosciuto, e provocato, siccome quelli che lo avevano preceduto, dalle trombe di sfida, entr nella lizza; ma diverso dagli altri, i quali avevano mandato tutti a toccare lo scudo di pace di messer Gualtiero di Mauny, egli mand il suo scudiere a percuotere in quella vece la targa di guerra.
Gualtiero, gi messo in lena dal giostrar precedente, e direm quasi inebbriato, come fa un caval generoso allo squillar della tromba, si slanci fuori del padiglione, tanto pi tostamente che quell'armeggiare quasi per giuoco incominciava a noiarlo. Bramando di sapere anticipatamente con quale fatta di uomo egli si avesse a fare, intanto che gli menavano un caval fresco e una lancia nuova, egli diedesi a ben considerare lo sconosciuto; ma nulla in esso faceva arguire, se non solo gli sproni d'oro che lo certificavan per cavaliere, n del grado, n della condizione di lui, portando la celata senza cimiero e lo scudo senza alcuna divisa; la spada e l'accetta erano le sue armi, Gualtiero di Mauny, affibbiatasi la targa, e fattosi per un uncino attaccare un'accia all'arcione, prese dalle mani del suo scudiero una lancia, la pose in resta, e si cal nella lizza. Nel mentre istesso il suo avversario pigliava del campo, e faceva simili apparecchi per la tenzone.
Dato il segnale, i due cavalieri si avventarono l'un contro l'altro con quella velocit maggiore che potevano i loro cavalli. Gualtiero di Mauny aveva drizzata la sua lancia alla visiera dello sconosciuto; ma il ferro avendo fallato il cimiero e la commessura della visiera, strisci via sovra il pulito acciaio senza fare alcun danno. Il cavaliere avventuroso nel tempo stesso aveva dato della punta nel bel mezzo alla targa s fortemente, che la lancia, la quale per la sua bont non si era fiaccata a quell'urto, gli era uscita di mano. Il suo scudiere la prese su di terra, e gliela rendette; e i due campioni, rifattisi indietro, si apparecchiarono ad un nuovo affronto.
Questa volta Gualtiero, profittando della prima esperienza, appunt la sua lancia al petto del suo avversario, e quegli fece altrettanto. Cos essi si colsero entrambi nelle targhe, e con s fiero urto, che i due cavalli, fermati a un punto istesso, ne traballarono sui loro garretti. La sorte de' cavalieri fu ancora pressoch uguale a quella del primo scontro. Il cavalier sconosciuto and riverso all'indietro, come albero alla violenza del turbine; ma ben tosto si fu riavuto: e Gualtiero di Mauny, che avea perdute le staffe, le ebbe riprese s prestamente, che appena fu possibile accorgersi che avesse avuto quel crollo: le due lance ne eran volate in ischegge.
Gli scudieri, che aveano ci veduto, gi si erano mossi per recare altre lance; ma lo sconosciuto, appena rimessosi in sella, aveva dato di mano alla spada, e Gualtiero di Mauny aveva imitato l'esempio di lui: di che senza pure che si mutasser di un passo dal punto in cui erano, la battaglia, con grande soddisfazione alla curiosit degli astanti, erasi ricominciata.
E l'arma con cui aveva tale zuffa da terminarsi era pur quella in cui Gualtiero di Mauny pi prevaleva, essendo s poderoso di braccio e s destro, che pochi uomini erano i quali potessero sostenere l'impeto suo o trovare schermo contro la subitezza cos del suo occhio, come dei suoi colpi. Il suo avversario per, tuttoch si desse a vedere di minore eccellenza in questa forma di duellare, n aver potesse speranza di uguagliarla, pure si difendeva tanto valentemente, che gli faceva una ben dura impresa l'averne vittoria. Per un momento anzi parve che l'avvantaggio voltasse dalla parte del cavaliere avventuroso; perocch Gualtiero di Mauny, essendosegli spezzata in fra le mani la spada, dovette avere ricorso all'accia; e mentre egli faceva per istaccarla, ricevette in sulla celata una fiera percossa, che, stracciatisi i coreggiuoli, ne rimase colla testa scoperta. Vero  che fatto ad essa schermo col suo scudo, si diede a incalzare incontanente lo sconosciuto con tanta furia, che a quello fu forza di non pi pensare che alla propria difesa. E invano procacci egli di contrapporre a quella terribil arme la lama della spada: la lama nella parata si ruppe come fosse di vetro, e Gualtiero, cogliendo alla volta sua quel destro che pur test aveva avuto il suo nemico, gli cal in sull'elmetto un tal fendente, che il cavalier sconosciuto lasci cader spenzoloni le braccia, mandando un grido, e senza movimento stramazz nella lizza. I giudici del campo incrocicchiarono tostamente fra i due combattenti le loro lance, e gli scudieri, fattisi sopra al caduto, gli levarono la celata. Il giovin cavaliere era svenuto, e il sangue sgorgava a rivi dalla ferita ch'egli ne aveva tocca in sommo del capo.
Tutti gli occhi allora furono drizzati curiosamente verso il giovine forestiero, il quale mostrava che avesse venticinque anni e non pi; i suoi capelli eran neri e lunghi, bruno il colore del volto, e i lineamenti fortemente scolpiti lo palesavano per di origine meridionale; ma con meraviglia grande di tutti, niuno fra gli spettatori lo conosceva, e Gualtiero medesimo invano cerc di richiamarsi alla mente quella faccia pallida e sanguinosa, la quale nullameno aveva una impronta troppo particolare perch potesse mai perderne la rimembranza, poniamo che lo avesse veduto anche sola una fiata. Per la qual cosa egli si tenne sicuro che mai non si era alla vita sua abbattuto in quel giovane.
Per tal modo essendo finita la giostra, il re e la regina ritornarono al castello di Windsor, ove un magnifico desinare era parato pei convitati, i quali furono questa volta cavalieri e dame adunati nella sala medesima. E fu cosa a vedere maravigliosa, poich giammai non si era fatto un assembramento di tante nobili persone, essendo in quel d raccolti intorno a una tavola istessa un re, dodici conti, ottocento cavalieri e cinquecento dame.
In sul finir del banchetto uno scudiere entr a domandare Gualtiero di Mauny da parte del Cavaliere Avventuroso, suo signore. Il ferito era rinvenuto in s, e prima di morire aveva egli, dicea, una rivelazione da fare a colui ch'egli era venuto a sfidare tanto imprudentemente, e da cui era stato in maniera s cruda punito. Gualtiero di Mauny and dietro al messaggiero, il quale dalla prestezza dell'andar suo faceva pensare che non ci avesse tempo da perdere, e ben tosto fu alla tenda del moribondo, il quale trov sdraiato sopra una pelle di orso, e colla faccia gi quasi del tutto disfatta. Negli occhi solo, cui animava una febbre mortale, pareva ridotta la vita sua. Il moribondo, allo strepito che fece Gualtiero entrando, lev un poco la testa, e riconosciutolo pel suo vincitore, cui egli non aveva veduto che in quel breve scorcio in cui, essendogli stata tolta la celata, aveva avuta la faccia scoperta, comand alle sue genti di uscire, e fe' cenno a Gualtiero di Mauny di doversegli seder da vicino. Della qual cosa avendolo questo compiaciuto, il ferito con un lieve muover di testa lo ringrazi; ma stremato dallo sforzo, ricadde gittando un gemito, il quale, per quanto fosse il suo coraggio, non gli fu possibile di reprimere.
Gualtiero dubit nel primo tratto che non fosse spirato, ma poco stante il ferito, ripigliato alquanto di forze, cos con voce fievole incominci:
Messer Gualtiero, voi dovete aver fatto un voto, se non m'inganno?
S, rispose Gualtiero; ho giurato di vendicare mio padre, il quale fu assassinato in Guienna, e di ritrovare il suo assassino e la sua tomba per poter uccider l'uno sovra dell'altro.
E ignorate voi dunque in quale citt avesse la morte?
L'ignoro.
N sapete pure dove sia la tomba sua?
Ancora non l'ho potuta scoprire.
Or bene, messere, anch'io ho una madre la quale ignora in che citt io sia stato oggi ferito a morte, e in qual parte s'innalzer la mia tomba; e quella madre sentir pure quel bisogno istesso di piangere sul suo figliuolo che voi provate di piangere sul padre vostro. Or promettetemi una cosa, cavaliere.
E quale? domand Gualtiero.
Giuratemi che quando sar morto, voi chiuderete il mio cadavere in una cassa di quercia, e lo invierete laddove vi dir, acci riposi in una terra amica, e fra esseri da me amati; e in ricambio vi dir, messere, in che modo il padre vostro fu morto, e in qual luogo si giacciono le sue reliquie.
E Gualtiero:
Ah! vel giuro, grid: dite, dite.
Non avete voi, messere, udito parlare di un famoso torneo, il quale si fece a Cambray verso l'anno mille trecento ventidue?
Certo che s, rispose Gualtiero; perocch mio padre ci fu, e acquistovvisi grande onore.
Ivi egli, continu il morente, malmen giostrando un giovane s duramente, che non solo non pot rimontare in sul cavallo, ma gli convenne farsi trasportare in lettiga fino alla citt di Reole, ov'erano i suoi parenti. Quel giovane aveva per padre Giovanni di Levis, e per madre Costanza di Foix, figliuola a Rogero Bernardo conte di Foix. Per cure che si mettessero da' suoi buoni parenti, ai quali quella sventura riusciva tanto pi dolorosa, che non avevano altro pi che un secondo figliuoletto ancora in fasce, al giovane non fu pi possibile di riaversi, e mor all'et istessa in cui moro io.
"Ora egli intervenne che due o tre anni dopo la morte di lui, messer lo Guercio di Mauny, padre vostro, tornando di San Giacomo di Gallizia, a cui era andato per voto preso in pellegrinaggio, intese che monsignor Carlo di Valois, fratello del re Filippo, era alla Reole, e prese la volta di quella terra per salutarvi di passaggio quel suo augusto parente. Infatti il conte Guglielmo di Analto aveva sposato una figliuola del conte di Valois, di sorta che messer il Guercio di Mauny e il conte di Valois ne erano riusciti cugini. Il padre vostro soggiorn l qualche tempo per la festa grande che gli fu fatta: tantoch la voce ch'egli vi era arriv fin nella casa ch'egli aveva posto in lutto, e in cui il dolore del perduto giovane era vivo ancora come nel primo tratto. Voi intenderete che dalla parte sua ci era un'estrema imprudenza a essere andato per quel modo a stimolare la vendetta di un padre. E quella imprudenza ebbe pur troppo gli effetti che erano a temere. Una sera che messer lo Guercio di Mauny se ne ritornava da una delle parti pi rimote della citt verso il palagio di monsignore conte di Valois, fu soprappreso all'improvvista da due uomini, un donzello col suo signore. Il signore, posta mano alla spada grid al padre vostro di dovere difendersi; e il padre vostro seppe difendersi in fatti con tanta virt, che l'assalitore ne cominciava ad essere alle strette. La qual cosa vista il donzello, si fece da un lato a messer lo Guercio di Mauny, e lo pass colla spada da parte a parte.
Assassini! mormor Gualtiero.
E il ferito:
Non m'interrompete se vi  caro di saper ogni cosa, perocch sento che non mi avanzar pi che pochi momenti di vita.
Vo' sapere, grid Gualtiero; prima di tutto se lasciarono il corpo suo senza sepoltura?
No, quanto sia a questo, soggiunse il morente, siate sicuro. Il corpo del padre vostro fu via di l levato, e avute le preghiere della chiesa, venne chiuso dentro una tomba, perocch da chi lo assaliva volevasi un duello, non un assassinio. Cos egli in espiazione ordin di avvolgerlo entro un sudario, e di porre in sul marmo della sua tomba una croce in iscultura con questa sola parola latina: Orate, confidando che le preci di coloro che si inginocchierebbero presso quella tomba sarebbero di pro in una all'ucciso e all'uccisore.
E dove trover io quella tomba? domand Gualtiero.
Alla prima, rispose il ferito, era fuori della citt; ma essendosi in processo di tempo la citt allargata, la tomba ne  riuscita dentro alle mura di essa; e voi la troverete nel giardino dei frati Minori, in fondo alla strada di Foix.
Benissimo, disse Gualtiero; e vedendo il giovin cavaliere ognora pi affievolirsi: Ancora di una cosa, aggiunse, vi prego. Quel Giovanni di Levis, da cui fu traditorescamente morto mio padre, vive egli ancora?
Gi da dieci anni mor.
Ma egli aveva, mi diceste, un altro figliuolo, il quale deve ora esser buono a trattare le armi?
Quello voi lo avete morto, messere, quest'oggi istesso, soggiunsegli il moribondo con voce spenta. Cos il vostro voto di vendetta  adempiuto, e non vi accade pi che di dover pensare a quello di misericordia. Non dimenticate la promessa di rinviare il mio corpo alla madre mia.
E pronunciando fra le labbra cos fievolmente, che non pot essere inteso, un nome di donna, il giovin ricadde sul suo letto di guerra, e spir.
Nella sera istessa Gualtiero di Mauny chiese dal re Edoardo congedo per accompagnare il conte di Derby, il quale doveva, terminato che fosse il torneare, mettersi con un grosso stuolo di uomini d'arme e di arcieri in mare per portar aiuti agli Inglesi in Guascogna, intanto che sir Tommaso di Agworth entrerebbe nella Bretagna per mantenervi colle armi le ragioni della contessa di Monforte, i cui affari stavano per ricevere grande ristoro dal trattato pur test fermo fra il conte di Salishury, messer Oliviero di Clisson e sire Gottifredo di Harcourt, e la cui soscrizione doveva fra qualche d avere renduta quei due cavalieri la libert.
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Capitolo 20.
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La terza giornata, siccome abbiam detto, era riserbata a Guglielmo di Montaigu, il quale, armato cavaliere dalla persona propria del re, secondo la promessa avutane al castello di Wark, doveva fare le sue prime prove nelle armi sotto gli occhi della contessa. Al giovine dunque quel giorno era di grande festa, ed egli si avea posto nell'animo o di uscire vincitore, o morto dalla tenzone, e o di essere coronato dalle sue mani, o confortato almeno nel dare dell'ultimo respiro da uno sguardo di lei. Delle quali due cose, qual che si fosse per avvenire, egli si teneva a sua buona ventura.
Edoardo, per fare al suo figlioccio maggiore onoranza, aveva voluto con lui rompere la prima lancia; e la regina aveva data la libert per quel giorno a messer Eustachio di Ribeaumont, acci potesse entrare alla seconda giostra. Quanto alla terza, Guglielmo di Douglas aveva ottenuto che fosse per lui, ad esclusione di tutti gli altri cavalieri, per cagion della sfida fatta sotto al castello di Wark, e accettata a Stirling allorch Guglielmo di Montaigu eravi andato colle lettere del re Edoardo al re Davide.
Le due prime giostre dunque furono al tutto di cortesia, e presso a poco quel medesimo che una scherma a' d nostri in una sala d'arme. Ognuno vi si diede a vedere di grande gagliardia e destrezza; e spezzate due o tre lance, Guglielmo di Montaigu usc dalla gara pari d'onore a due dei migliori cavalieri del mondo. Per si sapeva che la terza giostra si cambierebbe in duello, perocch fra la nobile assemblea erasi divulgato il grido di quella sfida; e avvegnach dolesse all'universale la morte del cavaliere Avventuroso, non per sapevano gli animi difendersi da una certa vaghezza di riprovare le commozioni che aveva in loro destato la fine funesta di quel combattimento.
Un fremito corse fra gli astanti di curiosit impaziente, allorch dal rispianato fu dai musici fatto intendere il segnale di sfida guerriera, e coloro che avean temuto che per l'occorso del d precedente non si frapponesse qualche impedimento al duello annunziato, furono con giubilo grande rassicurati della loro espettazione quando udirono rispondere alle trombe e chiarine da quattro cornamuse scozzesi con un pibroch montanaro; e nel tratto istesso aprendosi le sbarre, Douglas entr nella lizza. Egli fu da tutti riconosciuto alle sue novelle armi, le quali erano dimezzate d'argento e di azzurro, con un cuor vermiglio e sanguinante, e una corona di oro dentro l'azzurro che era posto nella fronte. Pu da chi legge essere ricordato come i Douglas avessero sostituita quella divisa alla propria, la quale aveva per l'opposito il campo azzurro e la fronte di argento, con in questa tre stelle vermiglie, dappoich il buon lord Giovanni Douglas, nel viaggio a cui si era messo alla volta di Terra Santa per recarvi il cuore del suo re e amico Roberto Bruce di Scozia, era stato morto sotto le mura di Granata, combattendovi con quella stupenda virt che pi sopra noi raccontammo.
Al primo apparir nella lizza di Douglas, in tanto grido nel mondo s per le imprese paterne e s per le sue, fu generale un movimento di curiosit fra gli spettatori. Perocch il racconto delle sue strane avventure, della sua fedelt verso il re Davide, e dei terribili mali fatti portare agli Inglesi ne' dieci anni circa dacch la sua et gli aveva consentito di poter reggere una lancia e imbrandire una spada, lo facevano ragguardevole agli uomini e alle donne maraviglioso. Guglielmo, volendo dare un ricambio a que' segni di cortesia, alz la visiera, e salut la reina Filippa e la contessa di Salisbury. La qual cosa lo fe' giudicare alla freschezza del volto non pi che di ventisei o ventott'anni, e ne crebbe al doppio l'ammirazione, riuscendo a tutti quasi incredibile che in tanta giovinezza avesse potuto venirne a tanta fama.
Guglielmo di Douglas, compito che ebbe il debito verso le due regine, si cal in sul volto la visiera, e salitosi sul rispianato, and a percuotere col ferro della sua lancia la targa di guerra di Montaigu, il quale, saltando di un balzo in sulla soglia del padiglione:
Bene sta, disse, messere, voi avete osservata la fede datami, e ve ne rendo grazie.
Mio giovin signore, voi favellate in quella maniera istessa che se la disfida fosse venuta da voi; ma ci non  conforme al vero, e a me preme che i fatti non siano alterati.
Che rileva il sapere da chi la disfida muovesse, dacch fu di gran cuore accettata? Or pigliate del campo quanto vi fa mestieri, e innanzi che voi l'abbiate preso, sar preparato.
Dato dunque Douglas di volta al cavallo, nel mentre che Guglielmo di Montaigu si faceva attaccare la targa al collo, and a scegliersi fra tre o quattro lance quella che gli parve pi forte, e traversata la lizza, poich fu alla sbarra, per cui era entrato, abbass la visiera, e mise la lancia in resta. N aveva appena ci fatto, che il suo avversario gi era al suo posto; e come un momento gli bast per fermare la lancia, i giudici del campo che vedevan l'impazienza dell'assemblea, senza dimora gridarono ad alta voce:
Lasciate andare.
I due giovani corsero ad affrontarsi con tanta ruina, che fu loro impossibil cosa di toccare il segno. Cos sebbene il ferro delle due lance percuotesse nelle celate, scorse in sull'acciaio facendone schizzare scintille; e i due cavalieri, trasportati dalla foga del loro corso, si trapassarono senza farsi o patire alcun danno. Arrestati poscia i cavalli con tutta quella forza e maestria che si apparteneva a cavalieri consumati quali essi erano, li ricondussero al punto donde si erano mossi, e di l si spiccarono da capo per assalirsi.
Douglas questa volta abbass il ferro della sua lancia alla targa del suo avversario, e vi di dentro con tanto impeto, che l'asta ne and rotta in tre pezzi, e Guglielmo di Montaigu, male reggendosi a quell'urto, and colle spalle a toccare la groppa del suo cavallo. Anch'egli per aveva posato s giusto al cimiero di Douglas, che gli aveva portato via netto di testa l'elmo; e la botta, tanto era stata fiera, ne aveva allo Scozzese fatto uscire del naso e della bocca il sangue. La qual cosa aveva in sulle prime dato a pensare che ne avesse rilevato una grave ferita; ma fatto un cenno egli stesso che non era nulla, con un altro elmetto e una buona lancia che gli furono apprestati dal suo scudiere, s'and di nuovo a porre nel fondo del campo per cacciare una terza volta in carriera il suo cavallo. Montaigu, come arbore piegato dal passar della buffa, erasi rialzato, e voltato indietro il cavallo, era ito a mettersi all'altro estremo del campo, aspettando che Douglas si fosse apparecchiato. N si ebbe per ci ad attendere pi che tanto; onde i giudici dieder bentosto il terzo segnale, e i due giovani si scagliarono addosso l'uno dell'altro con una rabbia che i due precedenti affronti non avevano fatto che aumentare.
Questa volta si urtarono con tanta violenza, che il cavallo di Douglas impennandosi, e la pettiera a quello di Guglielmo essendosi lacerata, i due campioni ne rotolarono nella polvere. Dou-glas fu presto a rizzarsi in pi, ma non aveva scorso met dell'intervallo che lo divideva dal suo contrario che balen, e dal sangue che gli scorreva gi per la corazza, ei dovette giudicare che fosse gravemente ferito. Per i giudici del campo fattisi senza indugi avanti, incrocicchiarono fra i due campioni le loro lance. Allora fu che si accorsero Montaigu altres aver tocco un grave colpo; perocch, sebbene nel primo tratto fossesi levato sopra l'un de' ginocchi, aveva poi invano tentato di levarsi sulla persona, ed erasi anzi dovuto appuntare sopra una mano. I due avversari infatti si eran renduto colpo per colpo: allo Scozzese la lancia di Guglielmo aveva forato la targa, e strisciando sopra la corazza, erasegli andata a piantare sotto l'ascella; e la lancia di Douglas, entrata all'Inglese per la visiera, gli si era infitta nella fronte al disopra di un occhio, e vi era restata rotta per entro, inchiodandogli per tal modo in sulla testa l'elmetto.
I giudici del campo, i quali ben si avvidero di quanto fossero gravi le due ferite, balzarono prestamente gi dei loro cavalli, e furono i primi a porger soccorsi ai feriti. Messer Giovanni di Beaumont si volse per quest'effetto a Douglas, e il conte di Salisbury a Montaigu. Lo Scozzese fu condotto fuor della lizza, e il conte di Salisbury, pensando di menomare i dolori al nipote, mise la mano per trargli del capo il ferro, ma quegli rattenendolo:
Non fate, gli disse, o mio zio, che ho gran tema non me ne vada col ferro la vita. Piuttosto chiamatemi un prete, perch bramo di morire cristianamente.
Ma non vuoi prima un chirurgo? gli chiese Salisbury.
Un prete, vi dico, o mio zio, un prete; e credetemi, non ci ha tempo da perdere.
Salisbury, voltandosi al vescovo di Lincoln, seduto da costa alla regina:
Monsignore, gli grid, piacciavi di venir qua, che ci ha pericolo di morte.
A quel dire la contessa gitt un piccolo strido, e parecchie signore ne caddero in isvenimento. Il vescovo, calatosi gi dai gradi, and a pigliare presso del ferito il luogo del conte di Salisbury.
Guglielmo di Montaigu, raccolto quel quanto di forze pot maggiore per quell'estremo atto di religione, si lev in sulle ginocchia, e a man giunte, cos tutto armato si confess; e dal vescovo di Lincoln ebbe alla fine l'assoluzione in faccia di tutte quelle donne, le quali pregavano pel giovine ferito, e di que' tanti cavalieri chiedenti a Dio la grazia di poter fare una s santa morte e s bella.
Finito quel pio ufficio, il conte di Salisbury si appress di nuovo al nipote, il quale, sentendosi rimesso in grazia, n pi temendo del dover morire, consent che gli fosse tratto il ferro dalla ferita. Salisbury allora, fattolo coricare in sul dosso, se gli appunt con un piede sul petto, e riusc, tirando di tutta forza, a cavargli dalla piaga il troncone. Indi sfibbiandogli la celata che gli era stata come chiodata alla fronte, gli pot finalmente essere sprigionata la testa.
Guglielmo era andato fuori de' sentimenti, e il conte di Salisbury, aiutato dagli scudieri del nipote che gli erano intorno, insieme con lui lo trasportarono nella sua tenda.
Quivi poco stante giunse il medico di Edoardo mandato da lui medesimo, ed esamin la ferita. Salisbury, il quale avea Guglielmo in quell'amore istesso che se fosse stato un suo proprio figliuolo, attese col cuore nell'ansia il fine di quell'esame, il quale riusc ben tutt'altro che favorevole al giovine cavaliere. Il medico, fattosi recare il ferro della lancia estratto fuori, giudic agevolmente dalla parte tuttavia intrisa di sangue dover essere entrato innanzi per l'osso ben due pollici, perch egli tentenn del capo come uomo a cui rimane ben poca speranza. In quel mentre entrarono nella tenda donzelli per trasportare, a nome del re che gli mandava, Guglielmo di Montaigu in una stanza del castello di Windsor; ma il medico non consent che si facesse tal cosa, come di troppo pericolo all'estrema fievolezza dell'infermo.
Salisbury dovette partirsi di presso al nipote prima che si fosse risensato; perocch il suo ufficio lo richiamava presso Edoardo. Per questo effetto doveva egli la sera stessa mettersi in viaggio alla volta di Margate, affine di avere da Oliviero Clisson e dal sire di Harcourt la soscrizione promessa, e recar loro l'ordine reale che gli tornava a libert. Salisbury era uno di quegli uomini cos fatti, i quali sogliono pur sempre mettere le loro affezioni private dopo i loro doveri pubblici; ma non si stacc da Guglielmo che prima non lo avesse raccomandato come un proprio figliuolo alle cure del medico.
La contessa aveva domandato in grazia di non dover intervenire alla cena, e il re glielo aveva senza difficolt consentito, avendo egli benissimo compreso dover essere in lei pi forte il dolore, che tutti di quel triste caso avevano pur provato. Non era a cui fosse ignoto con quanta lealt e osservanza il giovine avesse guardata la contessa durante la cattivit del marito di lei; e tuttoch molti avessero dovuto entrare in sospizione che in quel fare del giovane ci doveva avere alcuna cosa di pi tenero che un semplice vincolo di parentela, nullameno la fama della virt di Alice, tanto bene era stabilita, si era mantenuta nella opinione degli uomini interissima. Vero  per che se erasi renduta giustizia nel non sospettare la purezza de' sentimenti ch'ella tenea verso del castellano, sentiva per lui un'affezione poco men che fraterna, e quella tenera piet che si apprende per l'ordinario al cuore di una donna, sia pur virtuosa quanto si voglia, per l'uomo che l'ama nel suo segreto e senza speranza.
Cos allorch ella vide entrare il conte di Salisbury suo marito, non cerc punto di celare il proprio dolore agli occhi di lui, ben persuasa che egli sarebbe tanto pi alieno dal darle carico delle sue lagrime, che egli medesimo mal poteva tenersi dal fare il somigliante. Egli veniva a prender commiato da lei, volendo, pur malgrado le istanze che avevagli fatto Edoardo per ritenerlo, andare a dar perfezione alla importante incombenza che gli era commessa. Part egli dunque nella sera medesima, raccomandando altres alle cure della contessa il nipote.
Quella separazione doveva essere di breve durata; e nullameno nel punto in cui si fece fu s acerbo il dolore onde furono presi gli animi dei due sposi e con s tristi presentimenti, che se il conte di Salisbury fosse stato di un cuore men devoto al suo re e meno costante a voler fare il suo debito, avrebbe supplicato al re Edoardo che volesse le pratiche da lui incominciate far condurre a compimento da qualcun'altro in vece sua. Per non appena era sorto della mente di lui un simil pensiero, che ne fu ribattuto come fosse un delitto, e prevalendo in lui a quella debolezza il sentimento della vergogna, si part da Alice, rimettendo in lei o di aspettarlo in Londra, o di tornarsene alla terra di Wark.
Allorch la contessa fu sola, sent tutti i suoi pi tristi pensieri e tutti i pi sinistri presentimenti affollarsegli dentro intorno al crudele dolore che le aveva cagionato il caso dell'infelice Guglielmo. N potendo durare incertezza circa lo stato di lui, chiam a s un paggio, e gli commise di dover andar senza indugi per saperne notizie. Il paggio fu ritornato in pochissimo d'ora, essendo le tende, come dicemmo, separate dal castello per quanto solo era lunga la lizza.
Guglielmo era tuttavia fuori de' sensi, e non in migliori speranze il medico, giudicando la ferita dover essere mortale; e quando pur fosse che il giovine ritornasse in s, egli era di opinione che senza un miracolo non avrebbe potuto veder il d susseguente. A un tale annunzio, che pure era da attendere per quello che ne aveva detto Salisbury, Alice sent passarsi il cuore, e ritornolle in mente quella divozione s affettuosa e in una s riverente, e quell'amore s acceso, ma pur sempre muto, che aveva bastato in Guglielmo per ben quattro anni, ne' quali non si era giammai da lei discostato neppur un istante, se non per obbedirle, o come al castello di Wark per provvedere alla salute di lei. In quei quattro anni ella era venuta d per d leggendo pur entro al cuore del giovine cavaliere siccome per entro a un libro, e in quel cuore non aveva avuto luogo altro che preghiere d'amore, e tutte pure. Ella si affigur quel povero ferito pur tanto giubiloso e tanto pien di speranze ancor ieri, il quale oggi si risveglierebbe forse sol per morire, e le parve che s'ella, poich aveva dovuto partirsi il conte, il quale insiem con lei erano le sole persone cui l'infelice Guglielmo avesse amato mai, lo lasciasse morire cos solo ed abbandonato nella sua tenda, ella ne dovrebbe patire per tutta la vita sua un troppo crudele rimorso. Per qualche tempo per ella stette dubbiosa, e due o tre volte levossi e ricadde, volendo e disvolendo, dentro la seggiola, cotanto ella temeva che malgrado pure i nodi di parentela che la stringevano al moribondo, taluno non tirasse ad alcun male quell'ufficio pietoso. Ma alla perfine il grido del suo cuore la vinse contro il susurrar che le genti potessero fare, e nascostosi il capo dentro ad un velo, usc tutta sola dal castello di Windsor, e s'avvi alla tenda di Guglielmo di Montaigu.
Intanto ci che aveva preveduto il medico era avvenuto. Guglielmo aveva ripigliato i sensi, e il medico, il quale aveva ricevuto da Edoardo l'incarico di dover dare del pari le sue cure ai due feriti, pigliando la opportunit di quel leggero miglioramento, erasi trasferito presso di Douglas, il cui male, tuttoch grave, non faceva temere di pericoli.
Quanto a Guglielmo era travagliato da ardente febbre, e malgrado la sua debolezza, ad ora ad ora avea soprassalti di un delirio s fiero, che due uomini a mala pena il potevan tenere nel letto. Parevagli in quei deliri di vedere un'ombra, e tutti que' suoi sforzi erano per islanciarsi ver lei, e mantenendo pur anche negli sviamenti della ragione la sua consueta prudenza, la chiamava or per gridi e ora per preghiere senza nominarla.
Appunto nel mentre di un di quegli assalti del male, la contessa sollev la cortina ond'era coperta l'entrata nella tenda, facendo colla sua presenza esser vere le apparenze fallaci che gli pingeva l'accendimento della febbre. I due uomini che tenevan fermo Guglielmo, al mostrarsi, cos fuor della loro opinione, di un essere che egli era venuto invocando, per un natural movimento il lasciarono, e Guglielmo stesso, come si facesse a pensare che la sua visione si fosse vestita di sensibil persona, anzich slanciarsi ver essa, si ritrasse addietro nel letto, cogli occhi fermati in quella, il petto anelante e le mani giunte in atto di supplicante. La contessa fece un segno di uscire ai due che lo stavan guardando, i quali obbedirono, ma pur restando presso la soglia del padiglione per esser pronti alla prima chiamata che venisse lor fatta. E Guglielmo:
Siete pur voi, madama, egli disse, o veramente un buon genio, il quale abbia presi i vostri sembianti per farmi pi dolce la passata da questa vita?
Sono proprio io, Guglielmo, risposagli la contessa; e son venuta per non lasciarvi solo, dacch vostro zio ha dovuto abbandonarvi per cagione di servire al re.
E Guglielmo:
Ah! s, s, questa  pure la vostra voce; e io vi vedeva bene prima della vostra venuta, ma non intendeva le vostre parole. Or la vostra presenza ha sospeso in me il delirio, e cacciatomi dalla mente tutti i fantasmi! L'avervi qui mi far morire felice!
A cui la contessa stendendo la mano, che il ferito strinse con un misto di riverenza e di amore ineffabile:
No, Guglielmo, voi non morrete. Il vostro stato non  disperato ancora quanto credete.
Guglielmo sorrise tristamente, poi:
Tutto ci che Iddio vuole  per bene, e meglio vale morire, che vivere sventurato. Non vogliate dunque farmi inganno, madama, e non gittiamo ci che ancor mi rimane di forze a fomentare in me inutili speranze. Un solo cordoglio mi prende, madama, per dover morire, e ci  per non poter pi difendervi.
Difendermi, Guglielmo! e da chi, se, la merc di Dio, i nostri nemici si sono ritirati nei loro confini?
Deh! madama, soggiunse Guglielmo, i vostri nemici non sono quelli che temete il pi. Un pi terribile ce ne ha per voi, che tutti gli incendiatori di citt ed espugnatori di castella che ci vengon di Scozia; e da quell'uno, madama, per ben due volte, senza che voi vel pensaste, vi ho per avventura salva. E volete ch'io vel dica? poco fa nel mio delirio (se pure era delirio, e non una visione che mi venisse dall'alto) io vi vedeva nelle braccia di colui, e mi ferivano le vostre grida; voi chiamavate soccorso, e niuno accorreva; io che era tenuto come incatenato su questo letto, avrei dato non la mia vita, dacch  presso a mancarmi per morte, ma sibbene questa mia anima, m'intendete? questa mia anima e per tutta l'eternit, se avessi potuto recarvi soccorso; ma nol poteva, e ci mi era uno strazio inestimabile!...
Guglielmo, tutto ci erano fantasie e sogni d'infermo; ma intendo bene che voi volete parlare del re.
S, s, voglio parlare di lui; e vogliatemi badare, madama: poco fa era per avventura un delirio, ma ora non  pi, poich, come voi ben vedete, la mia ragione  interissima! Or bene, che io chiuda gli occhi, e vi riveggo siccome or ora, di nuovo odo le vostre grida, e ci  cosa a me s crudele, che mi pare di impazzarne.
Ah! Guglielmo, Guglielmo! sclam la contessa spaventata ella stessa all'espressione di verit colla quale favellava il morente; calmatevi, ve ne supplico.
Ah! s! mi fa bisogno di calma per morire, e vi supplico che voi me la rendiate.
Che posso fare per questo? chiesegli Alice con un far di profonda piet; ditelo, e se ci  in mia podest, il far.
E' vi conviene partire, grid Guglielmo cogli occhi che gli sfavillavano, e partir tostamente, e allontanarvi da costui. Quanto a me morr di buon grado anche solo ora che vi ho veduta; ma promettetemi di partire.
E dove volete che vada?
In qualunque parte vogliate, ov'egli non sia. Voi non sapete quant'egli vi ami, e non avete potuto di ci avvedervi, perch facean d'uopo per ci gli occhi della gelosia: costui vi ama tanto, che  a temerne un delitto.
Ah! Guglielmo, voi mi spaventate.
Gran Dio! sento che morir innanzich siate convinta che colui  capace di qualsivoglia eccesso! Giuratemi che partirete domattina... anzi questa notte... giuratemelo.
Vel giuro, Guglielmo, dissegli Alice, ma voi non morrete. Ritorno al castello di Wark, e quando sarete guarito, ci verrete pur voi... Ma che avete, Guglielmo?
E quegli:
Signore, Signore, bisbigli fra le labbra, abbiate piet di me.
Guglielmo, Guglielmo! grid la contessa abbassandosi sopra di lui; mio Dio! mio Dio!
Alice, Alice, balbett Guglielmo; addio, io vi amo.
Quindi raccogliendo tutte le forze sue, gitt intorno al collo della contessa le braccia, levandosi egli alquanto ver lei e forzando lei ad inchinarsi verso di lui, indi ricadde sull'origliere.
In quell'atto essa aveva ricevuto ad una il primo bacio e l'ultimo sospiro di lui.
Il d seguente la contessa, secondo la promessa datane a Guglielmo, and a chieder commiato dalla regina Filippa, la quale in sulle prime cerc di farla fermare, ma riavendo poscia per buona la scusa giustificata che le allegava, per dovere partirsi da quelle feste, non insistette che quanto occorreva per provarle la pena sincera che avea di doversi separare da lei. Medesimamente Edoardo, fattele, siccome la reina, alquante istanze, si lasci al par di quella persuadere, e con una cotal aria d'indifferenza, che si tenne pi che mai sicura, i sospetti del giovane sventurato che essa piangeva morto essere stati senza niun fondamento. Vero  che dovendo ella attraversare contrade infestate per l'ordinario da bande d'armati delle frontiere, fu dal re astretta ad accettare una scorta, e gli dovette promettere che farebbe le sue fermate altro che in terre murate o castella munite.
La contessa pertanto si mise in viaggio, e la prima sera fermossi a Hertfort per essere partitita assai tardi, e non aver potuto fare pi che una decina di leghe. Ivi ella trov apparecchiata la sua stanza, perocch un corriere la precedeva in quel modo stesso che la regina quando andava ad alcun viaggio. Ci era l'ultimo atto di cortesia che Edoardo usasse alla contessa, la quale se la riput eccessiva, pot con ragione attribuirla a un effetto di quella vecchia amicizia che il re portava al conte di Salisbury.
Rimessasi il d appresso in cammino, riesc alla sera in Northampton, dove, in grazia delle stesse sollecitudini del re Edoardo, trov un albergo degno al pari e di lei e di chi lo aveva fatto apprestare. Il capo della scorta per le si appresent per avvertirla che si converrebbe il d susseguente fare una lunga corsa, e che sarebbe mestieri di mettersi assai per tempo alla via, se voleva arrivare alla stanza che il re le aveva fatto mettere all'ordine.
La contessa per conseguente era gi in pi all'alba, e verso il mezzod la scorta si arrest a Leicester, e non si rimise in cammino che verso le tre, e sebbene corressero a quella stagione le giornate pi lunghe di tutto l'anno, la notte era sopravvenuta senza che si vedesse neppur di lontano alcuna citt o castello. Continuossi dunque l'andare per ancor ben due ore e si vide finalmente splendere un lume in fra le tenebre.
La luna levandosi in appresso fe' in ombra spiccare le torri e le muraglie di un castello forte, e pi si avvicinavano ad esso, pi alla contessa pareva, a certi segni che gliene venivano agli occhi, di ritrovar nella mente sua le rimembranze di un luogo da lei conosciuto. Finalmente arrivando alla porta, fu certa di non ingannarsi, quello essendo veramente il castello di Nottingham.
La giovin signora, al cui animo corsero di colpo le ricordanze sanguinose di quella terra, abbrivid. E il terrore di lei si crebbe ancor pi allorch vide per s apparecchiata la camera istessa in cui Mortimer era stato preso, e morto Dugdale. Di che ella non seppe trovar tanto di appetito che pur toccasse della cena postale avanti, e accost appena le labbra a una coppa di vino aromatico. Alla vista di quella camera, la quale cerc tutta cogli occhi sospettosamente all'intorno, il racconto fattole dalla reina Filippa di quel truce fatto la sera stessa in cui vi giunsero Gualtiero di Mauny e il conte di Salisbury, le ritorn in tutti i suoi particolari alla mente; e se allora tuttoch presso della regina, attorniata dalle dame di lei, e guardata da Guglielmo di Montaigu suo fedel castellano, non pot fare che non ne rimanesse smarrita,  agevole cosa a immaginare quel che dovesse essere dell'animo suo, ora che si sentiva in quel castello cos tutta sola, fra genti a lei pressoch ignote, e col cuore ancor nell'ambascia per la fresca morte di colui medesimo, che in ogni oggetto onde era quivi circondata, avea lasciato impressa alcuna rimembranza delle sue sollecitudini e della sua riverenza per lei. Ma ahi! misera, egli non era pi l per difenderla quel s devoto petto e s generoso! Per ella era rimasta dentro alla seggiola con un dei gomiti fermato in sulla tavola, sovra cui era la lampada, non osando pure di rivolgere dietro di s la faccia per tema che non le si mostrasse qualche cosa di spaventevole. Ma n anche il fare cos le giovava, poich le stava davanti un oggetto di orribile memoria; vogliam dire quella intaccatura lasciata in uno degli stipiti del cammino dalla spada di Mortimer. La vista di quella intaccatura le fece correre al pensiero quella cornice girevole nell'assito per la quale entrarono gli arrestatori di Mortimer, e il sotterraneo che metteva capo alle fosse del castello. La regina,  ben vero, avevale detto essere poi stato quel sotterraneo chiuso e fermata quella tale cornice; ma nullameno erale impossibil cosa di vincere il terrore ond'era compresa. E quel terrore si fece tanto pi forte nell'animo suo, che dando cagione dell'invincibil torpore che le teneva come legate le membra al lungo cammino fatto nella giornata, ella pens che alcuni sorsi del vino aromatico, di cui aveva saggiato arrivando, le ridarebbero alquanto di forze; ma l'effetto fu al contrario di quello che ne aspettava, e il torpore incominciato la vinse del tutto; tantoch quando fece per alzarsi e voler camminare, le convenne appoggiarsi alla seggiola. Tutte le cose che erano nella stanza cominciarono a girarle davanti agli occhi, e si sent da quel punto come posseduta dall'influenza di una possanza invincibile. Il tremolante lume della lampada le pareva che desse vita agli obbietti immobili che l'attorniavano, che le figure scolpite nelle cornici si aggirassero per entro all'ombre, e che una porta di lontano avesse, girata sui gangheri arrugginiti, cigolato; ma tutto ci le riusciva siccome l'effetto di un sogno. Le venne pure al pensiero alla perfine che quel turbamento della mente potesse esserle cagionato dalla virt narcotica di alcuna cosa mescolata nel vino, e volle chiamare le sue genti, ma non le venne la voce. Perch raccolte quanto pot il pi di forze, procacci di ridursi alla porta e di aprirla. Ma fatti appena alcuni passi, una terribil verit le succedette a tutte quelle immaginazioni. Una parte dell'assito si mosse, e un uomo balzando dentro la camera la resse fra le sue braccia, nel punto che tramortendo gi andava stramazzone in sul pavimento.
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Capitolo 21.
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Col partire del conte di Salisbury per Margate, e della contessa moglie di lui per la terra di Wark, le feste di Windsor, funestate dalle morti di Giovanni di Levis e di Guglielmo di Montaigu, erano terminate; e il re Edoardo, il quale, secondo suo dire, doveva visitare tutti i suoi porti meridionali per farvi fornire, con quella celerit che si potesse maggiore, gli armamenti incominciati, aveva lasciato Londra il d stesso che Alice, dando a pensare che a far ci cos d'improvviso lo inducesse un affare di tanto momento che non gli fosse possibile di aspettarvi il conte, il quale doveva il pi tosto essere di ritorno per rendergli conto del come avesse fornita la sua commissione co' prigionieri.
Quella commissione non avrebbe potuto essere conchiusa pi felicemente di quello che fosse da lui. Perocch Oliviero di Clisson e messer Gottifredo di Harcourt avevano sottoscritto, e avuta carta bianca del sire d'Avangour, di messer Tibaldo di Montmorillon, del sire di Laval, di Giovanni di Montalbano, di Alano di Quidillac, di Guglielmo, di Giovanni e di Oliviero di Brieux, di Dionigi di Plessis, di Giovanni Mallat, di Giovanni Senedari, di Dionigi di Caillac e del sire di Malestroit, i quali tutti si erano in nome proprio obbligati. Oliviero di Clisson e Gottifredo di Harcourt erano stati per conseguente prosciolti, e Salisbury gli aveva veduti levare le ancore alla volta della Bretagna.
L'annunzio della morte di Guglielmo gli fu dato arrivando in Londra, e gli riusc, pel grande affetto che gli aveva posto, doloroso oltre misura. Ma egli era innanzi tutto un cavaliere alla maniera de' suoi tempi, un cuore del secolo decimoquarto, un uomo, a dir breve, il quale mettendo ogni d la propria vita a repentaglio, risguardava la morte quale un'ospite, cui si vuole al primo picchio aprir l'uscio, e per quanto terribil pur sia, farle un viso tranquillo e rassegnato. Per fatta deliberazione di voler recare al re Edoardo la conchiusione del trattato co' baroni francesi, and a prender congedo dalla regina, e nel giorno istesso si mise alla via.
Edoardo, come quello che in s comprendeva, con un accordo assai in que' tempi raro, la qualit uomo di Stato profondo, di guerriero animoso e di cavaliere ardente in amore, aveva, durante le feste a Windsor, menato di fronte verso il compimento tre faccende di simil fatta, le quali erano per lui di grandissima importanza.
Giacomo di Artevelle, il quale avevamo in questi due anni perduto d'occhio, aveva saputo mantenersi costantemente in grazia presso le buone genti di Gand, e aveva seguitato a intertenere intelligenze amicali col re Edoardo. Ci era anzi di meglio, avendo il Rutwaert con ragione fatto pensiero non potersi avere un'alleanza che fosse pi vantaggiosa a' suoi compatrioti di quella d'Inghilterra (la quale forniva loro le sue lane del paese di Galles e i suoi cuoi della contea di Jork), erasi dato a cercar come una cos preziosa alleanza si potesse render durabile; e il mezzo il pi proprio a un tale effetto aveva avvisato che fosse nel costituire il giovin principe di Galles signore ed erede della Fiandra nel luogo di Luigi di Crecy. Il momento a ci opportuno, secondo che Giacomo di Artevelle ne scriveva alcuni mesi avanti le feste di Windsor, era pur maturato di dar compimento a quella grande opra, essendo nella Fiandra gli animi stati a sufficienza disposti.
N Edoardo, il quale aveva pure antiveduto che sarebbesi quando che sia venuti a una simile conchiusione, aveva tralasciato di apparecchiarsi; ma allorch gli fu recata la lettera di Artevelle, non volle confidare a nissuno, neppure dei suoi pi intimi, un tal secreto, per tema che non si divulgasse. E cos mediante il matrimonio di sua figlia col giovine conte di Monforte, egli otteneva la Bretagna; e dalla elezione del principe di Galles gli scadevano in mano le Fiandre; di che veniva ad aver compimento uno de' pi esorbitanti concetti che possa mai travagliarsi nella mente di un re d'Inghilterra. Imperocch senza pur metter piede fuori della sua isola, egli si sarebbe tenuta, a cos dire, stretta in fra le sue mani la Francia. Ma per venire a riva di un tal disegno gli era mestieri un anno almeno di pace. E anche questo, l'aveva ottenuto fermando col duca di Normandia una tregua da bastare fino alla festa di San Michele del 1346, cio a dire per poco meno che diciotto mesi. N quella tregua portava del resto alcuna alterazione alle ragioni che si disputavan fra loro Carlo di Blois ed il conte di Monforte; perocch i partigiani di quei due signori potevano tuttavia seguitare ed azzuffarsi insieme senza che n l'uno n l'altro dei due re che avevano pigliato a sostenerli, potessero essere accagionati di quegli abbattimenti particolari. Brevemente ogni cosa erasi ordinata di tal fatta, che ciascuno, usando i mezzi che aveva alle mani, potesse altres riuscire meglio parato che mai per la ripresa delle armi al fine della tregua. Per questo aveva Edoardo con tanto pi ardore pressata la conchiusione del trattato con Oliviero di Clisson e Gottifredo di Harcourt, che gli assicurava anticipatamente gli aiuti di dodici signori s della Bretagna e s della Normandia, e gli aggiugneva sul continente una forza alla quale troppo malagevol cosa sarebbe a Filippo di Valois il fare contrasto.
La certezza che le pratiche maneggiate da Salisbury non potessero riuscire che a buon termine, avea fatto pensare a Edoardo che non fosse punto mestieri che lo aspettasse in Londra. Perch, allorquando il conte vi fu di ritorno, trov partito Edoardo, che tutti i suoi pensieri aveva rivolti alla Fiandra, pel porto di Sandwich, il giorno innanzi col conte di Suffolk, Giovanni di Beaumont, il conte di Lancastro, il conte di Derby, con un gran seguito di baroni, i quali avevano avuto ordine di trovarsi l assembrati, senza sapere a qual fine. Prese alla prima il conte di Salisbury alcuna maraviglia di non essere stato degli eletti ad una spedizione di tanto rilievo; ma sapendo come il re Edoardo procedesse nelle sue risoluzioni spacciatamente, pens che il disegno pel quale erasi mosso fosse stato fermo nel primo tratto, e per rispetto di qualche notizia improvvisa. Per egli risolvette di recarsi al castello di Wark presso della contessa, e di quivi attendere i comandi del re.
Il conte dunque, lasciato l'andar costeggiando il mare, riprese la via dentro terra ad agio, perch essendo senza alcun seguito, non aveva che un solo cavallo, il quale per quanto fosse robusto, dovendolo portare con tutte le armi indosso, siccome era uso de' cavalieri a quei tempi all'intutto guerreschi, non poteva fare per ogni d niente pi che dieci o dodici leghe. Cos al dechinar solo del sesto giorno tocc il conte la cima delle colline, le quali stanno a sopraccapo di Roxburg, e donde egli pot alla perfino vedere il castello di Wark. Niente nel suo aspetto di fuori aveva ivi multato; e nullameno il cavaliere a quella veduta sentissi muovere dentro una tristezza indicibile e tanto profonda, che invece di spronare il cavallo ond'essere di un poco d'ora pi tosto presso alla sua bene amata Alice, ne allent anzi il corso; n da quel punto egli pot far pi passo senza tremare, come uomo che abbia il presentimento di una grande sciagura non evitabile.
Eppure, siccome notammo, nissuna visibile mutazione gli dava argomento fondato di dover sospettare alcun male. La bandiera sventolava tuttavia in sulla torre, e si vedevan le scolte passeggiare per le mura di quel passo lento e uniforme che sogliono quando ogni cosa dentro e di fuori  tranquilla. Alcuni contadini delle circostanze, i quali uscivano del castello per la gran porta, carichi de' viveri per la domane, e se ne andavano alla volta de' loro villaggi, passaron da presso al conte, il quale sentissi un momento il desiderio d'interrogarli; ma di che cosa? egli stesso non lo sapeva bene. Per non secondando quella specie di debolezza, e convinto dal testimonio dei suoi occhi che la immaginativa facevagli inganno, di di sprone al cavallo, e in poco d'ora fu al pi della collina su cui era assituato il castello. Un segnale della sentinella lo chiar che lo avevano riconosciuto, il che lo fece salire con ancora pi celeri passi in sulla spianata.
Giunto davanti alla porta, vi trov i suoi ufficiali che l'attendevano, ma non essi soltanto si confidava che si fossero apparecchiati a riceverlo. Alice per l'ordinario era la prima a venirgli davanti, e Alice quella fiata non si vedeva. Eppure egli non aveva potuto salire tanto prestamente il sentiero, che non avesse dato ai servi il tempo di avvisarle l'arrivo di lui.
Non era ella dunque in castello? ma poniamo che non vi fosse, dove poteva mai essere? Cos la prima parola che uscisse del conte fu il nome della contessa. Ma lo scudiero che gli teneva la briglia non gli rispose, solo accennogli il castello. Il conte, non osando d'interrogarlo pi innanzi, sbalz dal cavallo e corse entro il cortile; ma non vedendo che la contessa fosse in sur verone, com'egli aveva sperato, arrestossi scorrendo coll'occhio tutte le finestre del palazzo se mai fosse ad alcuna di quelle; ma le finestre tutte erano chiuse. Non sapendo allora pi che pensarsi, sal con quella maggior fretta che gli consentiva il peso dell'armadura le scale, e prese la volta verso l'appartamento della contessa. Tutte le stanze che doveva passar per giungere a lei erano solitarie; ma aprendo finalmente un'ultima porta, vide la contessa in piedi sulla soglia della sua stanza tutta vestita di nero, e tanto smorta, che sarebbesi detta vicina al suo fine.
Il conte rest a quella vista per un poco tremante e senza parole, non potendo trovare nei suoi pensieri quello che avesse potuto accadere. Ma veggendo alla perfine la contessa restarsi immobile, si fece ver lei dicendo con voce mal ferma:
E che evvi egli intervenuto, madama, perch dobbiate portare quel lutto?
Io porto, monsignore, risposegli la contessa con s fioca voce, che appena dal conte pot essere intesa, porto il lutto del vostro onore, che mi  stato villanamente rapito nel castello di Nottingham dal re Edoardo d'Inghilterra.
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FINE Parte 1.